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Crowdweek: la mobilità come servizio

Come il crowdsourcing sta cambiando la mobilità. Al Crowdweek Bla Bla Car, Letzgo e Uber insieme si confrontano.

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Un’automobile resta mediamente ferma per 23 ore e 49 minuti al giorno, costa settemila euro l’anno al suo proprietario, che generalmente usa il 28% dei suoi posti a sedere. Sotto ogni punto di vista, il crowdsourcing non poteva che ambire a distruggere questo modello economicamente ed ecologicamente novecentesco, e al Crowdweek ne hanno parlato i responsabili di aziende che fanno subito pensare alla rivoluzione in atto: LetzGo, Bla Bla Car e naturalmente la più chiacchierata di tutte, Uber.

La mobilità sta diventando un servizio e non più una rete proprietaria. Helsinki, racconta Benedetta Arese Lucini, si è posta l’obiettivo di far sparire l’auto privata nel 2025 e ha chiesto la collaborazione di abilitatori digitali come Uber e tanti altri per giungere a questo risultato. I Finlandesi utilizzeranno una piattaforma di prenotazione e pagamento universale per salire su automobili condivise, piccoli autobus e biciclette, Mobility as a service. Per i ritmi nostrani sembra impossibile, ma oltre a incarnare perfettamente la filosofia comune di società di car sharing e crowdsourcing – rendere inutile la proprietà di un’automobile – ha ormai delle dimostrabili basi statistiche.

L’innovazione continua

Moderati da Sean Moffitt, la country manager di Uber, Andrea Saviane, omologo di Bla Bla Car, e Davide Ghezzi, founder di di Letzgo, hanno parlato del futuro della mobilità collaborativa, sparata come un razzo dalle precondizioni di oggi – urbanistiche, tecnologiche, economiche – e soprattutto da una continua innovazione. Che sia un ride sharing istantaneo come Letzgo, P2P, o una sharing come Bla Bla Car, grazie alla quale si dividono le spese di un tragitto più lungo e determinato dal possessore dell’auto, oppure un ventaglio di offerte come Uber – dal taxi all’NCC alla versione low cost di UberPop, nella quale il driver non è professionista e risponde a una richiesta del cliente – la forza di questi servizi risiede nell’attenzione verso il mercato, nella capacità di creare una community.
Le soluzioni sono talmente forti da riuscire, in qualche caso, a convincere il legislatore ad aggiornare il concetto stesso di mobilità pubblica riconoscendo queste forme, che hanno il merito di produrre microeconomie, diminuire l’inquinamento, reinventare la mobilità soddisfacendo dei bisogni che non avevano offerta. La strada dell’integrazione invece della competizione però è ancora lunga.

Il panel sulla mobilità in crowdsourcing. Da sinistra:

Il panel sulla mobilità in crowdsourcing. Da sinistra: Sean Moffitt, Benedetta Arese Lucini, Davide Ghezzi, Andrea Saviane, ospiti del crowdweek ad H-Farm.

Cosa manca

Cosa manca al ride sharing – già oggi una voce importante del mondo crowdsourcing – per integrarsi pacificamente nel sistema della mobilità? In fondo la morale è la solita, quella spiegata da Benedetta Arese Lucini:

Abbiamo cambiato il comportamento delle persone, convincendoli della bontà dei servizi alla luce delle loro convenienza immediata e anche per l’occupazione migliore del suolo, dei mezzi, del tempo, nel suo complesso. In un prossimo futuro, il ride sharing sarà una corsa infinita di mezzi privati con persone che vi saliranno e scenderanno al massimo dell’efficienza matematica. Stiamo facendo l’autobus del nuovo millennio. Ci sono municipalità che ormai rivalutano gli spazi pubblici, considerano l’uso che se ne può fare col crowdsourcing.

I dati sull'efficienza del ride sharing rispetto agli altri mezzi sono stupefacenti. I dati incrociati da Uber con quelli delle associazioni dei consumatori e dell'Istat mostrano in modo lampante che, ad oggi, utilizzare 80 volte al mese un servizio come Uber costa meno del possedere un'automobile. E questo al netto degli altri vantaggi collettivi.

I dati sull’efficienza del ride sharing, incrociati da Uber con quelli di federconsumatori mostrano in modo lampante che, ad oggi, utilizzare anche 80 volte al mese un servizio come Uber costa meno che possedere un’automobile. E questo al netto degli altri vantaggi collettivi.

Insomma, manca un riconoscimento politico in senso ampio, che consideri il processo per quello che è – inarrestabile – così che le istituzioni integrino queste economie nella visione generale della mobilità, conservando per sé quanto c’è da conservare (la visione politica di una smart city) e promuovendo le idee innovative. Significa cercare di risolvere una volta per tutte le questioni normative e fiscali nelle quali praticamente tutti quelli che operano nel crowdsourcing si trovano. Perché queste aziende non possono fare da sostituto d’imposta, riconoscendo finalmente il tipo di lavoro che li lega con i loro clienti? Per quale ragione nell’ultimo DL sulla concorrenza del governo è sparito il comma sulla parificazione taxi-NCC che avrebbe dato una grande mano ad evitare le solite polemiche?

La Uber del futuro

Crowdweek è stata l’occasione anche per svelare alcuni servizi Uber futuri che stanno per sbarcare in Europa e in Italia. È il caso di UberEats (attualmente attivo a Barcellona) che consente di ordinare dei piatti pronti in pochi minuti. Concetto diverso da quello della spesa portata in auto, è una soluzione pensata per l’on demand semplificato, veloce, dove Uber in pratica mette in rete delle cucine.

L’evoluzione più incredibile è senz’altro però UberPool, una tecnologia che porterà seriamente alla forma crowd-autobus (e sarà interessante assistere alle reazioni delle municipalità, alle loro proposte). Grazie agli algoritmi, si connette più di un passeggero durante il tragitto: il driver porta una persona verso una destinazione, ma nel frattempo può farne salire un’altra con una destinazione successiva e la tariffa diventa più conveniente. I primi passi del servizio a New York, in California e a Parigi hanno mostrato una efficienza già molto apprezzabile. Non ci sono date ufficiali, ma Uber crede nel servizio e molto probabilmente arriverà anche in Italia.

slide uber pool

Fonte: Webnews • Notizie su: ,