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Il cuore in un chip

Il progetto messo in campo dall'università di Berkley è potenzialmente rivoluzionario per i test dei farmaci destinati alla cura delle patologie cardiache.

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Le malattie cardiache sono tra le principali cause di mortalità in territori come quelli statunitense ed europeo. Ne deriva l’esigenza di individuare sistemi di prevenzione e nuove cure per le patologie in questione, in modo da scongiurare per quanto possibile l’insorgere di problemi legati al cuore. La soluzione sviluppata da un team della University of California (Berkeley) rappresenta una tecnologia d’avanguardia per quanto riguarda l’ambito della ricerca.

È infatti stato creato in laboratorio un piccolo chip contenente cellule di tessuto umano, da impiegare durante i test clinici dei nuovi farmaci. Questo consentirà alle case farmaceutiche di sperimentare principi attivi mai utilizzati sull’uomo e scoprire quali sono i loro effetti sul muscolo cardiaco, portando alla luce eventuali pericoli o danni all’organo dovuti alla somministrazione, senza mettere a rischio i pazienti. Un approccio di questo tipo durante la fase di trial eliminerebbe potenzialmente anche la necessità di effettuare esperimenti su cavie animali, una pratica fatta oggetto di forti critiche da più parti e comunque non sempre affidabile, poiché spesso non in grado di manifestare in modo preciso la cardiotossicità dei composti.

Il tessuto presente all’interno del chip è ottenuto partendo da cellule staminali pluripotenti, mentre il funzionamento può essere osservato nel filmato dimostrativo in streaming qui sopra. Nella prima parte del video è possibile vedere un battito normale, mentre nella seconda metà il ritmo è accelerato in seguito alla somministrazione di un farmaco. In altre parole, la soluzione hi-tech sviluppata dal team dall’università di Berkeley servirà in futuro come piattaforma per condurre i test clinici, accorciando i tempi necessari per portare nuove medicine sul mercato e sollevando in questo modo i ricercatori dall’obbligo di coinvolgere direttamente pazienti umani per determinare se un principio attivo presenta rischi per la salute o effetti collaterali.

Fonte: Berkeley • Notizie su: