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Il Bill of Rights in sordina

La dichiarazione dei diritti di Internet ha concluso in sordina la fase di consultazione: metodi e contenuti non hanno convinto.

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In un silenzio pieno di significato si è chiuso il periodo di consultazione della Dichiarazione dei diritti di Internet. Il progetto promosso da Laura Boldrini e portato avanti da Stefano Rodotà e da una commissione di esperti, ora dovrà considerare le osservazioni ricevute in questi 150 giorni (non molte per la verità, circa 600 opinioni per una ventina di proposte) e arrivare a una sintesi. Per il Bill of the Rights si può dire quel che si sta dicendo anche troppe volte del rapporto tra politica, giornalismo, contributi volontari e discussioni sull’era digitale in Italia: le buone intenzioni non bastano.

Inaugurato con ambizioni internazionali, il testo redatto dalla speciale commissione composta oltre che da Rodotà stesso da Stefano Quintarelli, Antonio Palmieri, Lorella Zanardo, Luca De Biase, Massimo Russo e alcuni altri nomi, ha ricevuto attenzioni molto al di sotto delle aspettative, durante la consultazione e nei giorni della chiusura, passata sotto silenzio, conditi da una scarsa ricaduta anche delle audizioni in streaming della Boldrini stessa nelle ultime settimane. Sforzi che hanno premiato solo relativamente gli autori del testo in cerca di sostegno esterno, conclusi con un generico impegno della presidente della Camera a trasformare i punti della dichiarazione in altrettante mozioni in Aula, anche se non è ancora chiaro né a questo punto sembra davvero possibile dare corpo all’obiettivo dichiarato in ottobre, quando la presidente affermò di voler «portare queste regole e questi principi in Europa e, magari, anche nella sede delle Nazioni Unite».

Secondo i commentatori più vicini allo stesso ambiente di chi l’ha generato, il testo è stata una grande occasione per discutere di princìpi fondativi, nello stesso periodo in cui la rete è soggetta a fortissime tensioni. Il Bill of the Rights sarebbe, secondo i difensori del progetto, un’occasione persa per chi non ha partecipato e peccato che non sia stato accolto. Comunque peggio per loro, guai a chi riduce sempre tutto a volgari utilitarismi. Il nuovo pensiero vigente è che il solo aver concentrato un buon livello di riflessione teorica su temi come la privacy, l’anonimato, la neutralità della rete, oggi come oggi è un segnale importante. Ma le cose stanno proprio così, oppure la Dichiarazione ha ottenuto proporzionalmente ciò che meritava?

La teoria non comprovata

L’argomento a favore di un Bill of Rights si basa, soprattutto oggi, su una teoria non comprovata, cioè che basta guardare ai tanti problemi sorti attorno alla rete per comprendere quanto sarebbe importante averlo in dotazione. Se la carta avesse una qualche forma di valore per la politica italiana forse non si sarebbe arrivati a rischiare uno spyware di Stato, oppure il governo avrebbe avuto una posizione più chiara sulla neutralità della rete durante il semestre di conduzione. Questo appare leggendo i giornali mainstream che si sono occupati del tema.

La teoria è però smentita dai fatti di cronaca, basti pensare al caso francese. La Francia è il paese europeo che ha redatto nel 2014 il draft più lungo e convincente su diritti civili e Internet, ed esattamente due anni fa scrisse un report sulla net neutrality che tutti volevano copiare. A parole non li batteva nessuno. Sono bastati gli attentati di Parigi lo scorso gennaio per produrre nel governo e nel parlamento francese alcuni dei decreti e delle proposte di legge più liberticidi mai visti negli ultimi tempi. Una forte pressione politica e dell’opinione pubblica ha spazzato via questi impegni generici, che evidentemente non sono in grado di influenzare la vita e la cultura politica di un paese.

I motivi di questa differenza tra dichiarazione e legislazione sono due. I contenuti corrono sempre il rischio di restare inchiodati in discussioni che sembrano importanti e invece sono soltanto attuali, come ha evidenziato con la solita intelligenza Luca De Biase; ad esempio nella bozza si avverte forte la presenza del Datagate ma una certa assenza delle conseguenze di una società basata su big data e algoritmi intelligenti, IoT, inoltre riprende pari pari la sentenza sul diritto all’oblio che nell’estate 2014 aveva un allure poi gradualmente persa per strada.

C’è anche un problema di metodo e di coinvolgimento, tema sollevato con parole piuttosto franche anche dal Digital Champion Riccardo Luna nell’audizione (video) dello scorso 9 marzo. Forse la strada è un’altra, quella di un inserimento di principi nelle costituzioni? «Il testo è bello e importante», racconta a Webnews, «ma se nel frattempo si fosse intervenuti con l’articolo 21 bis nella Costituzione, o col progetto di articolo 34 bis, non mi sarebbe dispiaciuto e avremmo già qualcosa».

La consorteria digitale

Che non ci sia stato grande dibattito ormai è chiaro, Luna ha già detto quello che andava detto, diplomaticamente. Però c’è al fondo qualcosa che spiega meglio e meno diplomaticamente la lontananza della pubblica opinione e di una parte consistente anche dei media rispetto a questa consultazione finita male (sempre considerando che esiste la possibilità almeno teorica che la sua applicazione vada meglio) ed è la nascita di quella che ormai è definibile come una consorteria. Purtroppo anche nel mondo dell’innovazione si è stabilito da qualche tempo un gruppo giornalistico-politico che unisce la propria sorte – in termini professionali, di visibilità, di carriera – composto da guardiani autonominati esperti della rete, che decide il comportamento da tenere relativamente a qualunque argomento e si muove in blocco. Come in tutte le consorterie, ci sono onorati anziani tenuti in grande rispetto, alcune teste pensanti che pensano a portare a casa dei risultati e sopravivranno alla consorteria stessa, grande competizione interna inferiore soltanto all’aggressività nei confronti delle riflessioni e delle azioni esterne portatrici di visioni differenti o semplicemente prive del permesso di esprimerle.

Questa consorteria ha un’apparente natura fluida, osmotica, conquista per la sua brillantezza e tiene molto a precisare la sua indipendenza, spargendo qua e là critiche salaci al potere, ma tolta la cera lacca, le guerre di spada e i matrimoni di interesse, sostituiti con un tweet, le campagne con tanto di hashtag e collaborazioni, consulenze, partecipazioni, si ottiene la stessa identica cosa: un’Italia feudale e provinciale che crede davvero di poter scrivere un draft su Internet adottabile a livello mondiale, quando non ha assolutamente la storia né la capacità per ambire a un risultato del genere. Uno spettacolo di fazioni contrapposte che in realtà vedono tutto nello stesso specchio deformato da un grumo di interessi, visioni e passioni che fingono di detestarsi e poi si intendono strizzandosi l’occhiolino.

A farne le spese è il cittadino italiano, che legge certi articoli e si convince che il paese sia vicino a grandi rivoluzioni tecniche e di competenze digitali. Poi perde i documenti e gira per uffici comunali di città capoluogo coi foglietti in mano; se gli capita per disgrazia di lavorare con la pubblica amministrazione sente dire che la fatturazione elettronica è molto meglio di quella passata, ma lui non vede perché visto che prima gli bastava spedire la fattura mentre da una settimana a questa parte è costretto ad usare un sistema farraginoso che riproduce in tutto e per tutto lo stesso procedimento di prima e in più deve spendere soldi per la conservazione di questi documenti in un formato di discutibile trasferibilità e apertura.

E chi magari ha studiato informatica alle superiori tanti anni fa si ricorda che il manuale spiegava come un’autentica informatizzazione non si limita a riprodurre un processo ma lo cambia, non aggiunge un aggettivo a un sostantivo, bensì cambia quel termine mandando in pensione il processo intero. Quelli che reggono l’agenda invece dicono che no, non è così. Anche se poi si dimettono.

Alternative in campo e future

Una lezione costruttiva che si può trarre da questo Bill of Rights è che bisognerebbe prima di tutto puntare sugli ambiti già esistenti del dibattito su Internet, a partire dall’ITU e dalla TISA. E poi, una volta per tutte smettere con alcuni vizi capitali e fare il contrario di quanto si è fatto sinora:

  • Nomine trasparenti. In Italia non sono poi tanti a conoscere bene l’argomento Internet, ma le nomine della commissione Internet sono state fatte col bilancino e per reti di conoscenza. In questo modo non si può pretendere che la gente si appassioni all’esito di bellissime chiacchierate in 4 incontri a porte chiuse.
  • Niente giornalisti. Basta, non se ne può più. Soltanto in Italia c’è questa promiscuità. Pur essendo bravi, autori anche di testi di valore, i giornalisti dovrebbero declinare gli inviti a occuparsi direttamente di progetti come questi. Produce soltanto frustrazione di chi ne resta escluso, retropensiero, conflitti di interesse. Quando esce un film i giornalisti vedono l’anteprima per poterne parlare e questo è un giusto privilegio. Quando però sono anche gli sceneggiatori a chi importa più della loro recensione?
  • Ambizioni terrene. In Italia si è diffuso un virus pericoloso: lo storytelling. O almeno una sua versione parossistica. La teoria che credendo fortemente in qualcosa e raccontando i case history più motivazionali un sistema complesso possa di peso alzarsi e camminare in un’altra direzione è priva di ogni fondamento. Soltanto il lavoro può farlo, nient’altro. I tavoli di expoidee dove in qualche ora si è cercato di sconfiggere la fame nel mondo, mentre gli stranieri, sconvolti, non capivano neppure cosa stesse succedendo perché nella foga autoreferenziale nessuno si era preoccupato di tradurre quel fiume di chiacchiere in qualche altra lingua è un incubo oppure un film dei Monthy Python. L’Italia è ultima in Europa per velocità della adsl, 21esima nella classifica Ocse sulla penetrazione di Internet nella società, penultima per investimenti in startup. Quando ci si pone degli obiettivi, si vuole portare un contributo, perché fingere di essere quel che non si è? Non serve.
  • Concretezza. Una volta che ci si pone degli obiettivi, possibilmente realizzabili, si deve fare di tutto per concretizzarli. Una mozione all’ordine del giorno su un concetto universale non si nega a nessuno, in Parlamento. Il motivo è intuibile. Una piccola citazione nelle carte fondamentali, un emendamento preciso dentro una legge, magari non sempre garantiscono i titoli, ma sono più efficaci. E infatti si fatica di più ad ottenerli, ma è fatica ben ripagata.