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Il buon senso dell’intelligenza artificiale

Entro dieci anni le macchine avranno sviluppato il "buon senso", grazie ad algoritmi avanzati in grado di elaborare pensieri e articolati processi logici.

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Se c’è un ambito in particolare dove la fantascienza ha largamente anticipato le innovazioni della scienza è senza alcun dubbio quello relativo all’intelligenza artificiale. Macchine pensanti e capaci di agire in modo del tutto indipendente dall’uomo sono state protagoniste di romanzi e pellicole fin dalla metà del secolo scorso, ma ciò che autori come Asimov hanno solo immaginato potrebbe a breve diventare una realtà.

Geoff Hinton è un ingegnere informatico e psicologo cognitivo, assunto due anni fa da Google per lavorare allo sviluppo di sistemi operativi intelligenti. È lui stesso a raccontare che l’azienda californiana sta per portare a compimento la realizzazione di algoritmi caratterizzati da avanzate capacità logiche, in grado di conversare con un essere umano in modo del tutto naturale o addirittura di flirtare. Impossibile dunque non fantasticare su un futuro come quello rappresentato nella pellicola “Her” di  Spike Jonze, che in estrema sintesi racconta la travagliata storia d’amore tra un uomo in carne ed ossa e un software.

Second Hinton, bigG è impegnata ormai da anni nella realizzazione di un algoritmo in grado di codificare i pensieri, trasformandoli in sequenze di numeri o, per utilizzare un gergo più tecnico, “thought vectors”. Servirà del tempo, almeno un decennio, prima di poter vedere una tecnologia di questo tipo integrata in qualche servizio o prodotto, ma il risultato sarà un codice con capacità di ragionamento e logica. In altre parole, l’IA sarà dotata di buon senso.

Fondamentalmente, avrà buon senso.

Riuscire a codificare un pensiero, ovvero tradurlo in un’entità misurabile, aiuterà i ricercatori a sviluppare soluzioni in grado di far fronte alle due più grandi sfide riguardanti l’intelligenza artificiale: realizzare macchine capaci di intrattenere conversazioni con un linguaggio naturale e di effettuare salti logici. Questo consentirà in futuro, ad esempio, di chattare con i propri computer o dispositivi esattamente come si fa oggi con un amico, senza limitarsi a sfruttarne le potenzialità di calcolo per recuperare informazioni in Rete o per elaborare documenti.

Il funzionamento dell’algoritmo in questione può essere riassunto in questo modo: ad ogni parola che compone una frase (o un pensiero) viene attribuito un set di numeri (o vettori), che aiutano a definirne la posizione all’interno di un contesto paragonabile ad uno spazio cloud. L’intera frase può essere quindi interpretata come una sorta di percorso tra le parole, da rappresentare mediante l’impiego dei già citati vettori. Le tecnologie di machine learning aiuteranno a stabilire quale valore assegnare ai singoli termini.

Potendo decostruire il linguaggio lo si può dunque anche analizzare secondo regole ben precise, basate su principi matematici, così che un software sia in grado di stabilire ciò che realmente intende trasmettere chi pronuncia una frase. Per emulazione, le macchine saranno in grado di rispondere allo stesso modo. Lo step successivo sarà rappresentato dal trovare soluzioni capaci di rendere il tutto naturale, ad esempio insegnando ad un computer a riconoscere e utilizzare l’ironia che può letteralmente capovolgere il senso di quanto pronunciato.

Se come previsto da Elon Musk l’intelligenza artificiale si trasformerà in un’entità pericolosa in cinque anni, fra dieci potrebbe invece potrebbe invece diventare il migliore amico dell’uomo.

Fonte: The Guardian • Notizie su: ,