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Fenomenologia Car Sharing

Il mezzo privato mobilità più desiderato al mondo è troppo inquinante e poco utilizzato per continuare a restarlo: è questa la morale del car sharing.

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La condivisione è una delle colonne della terza rivoluzione industriale. E così come i mezzi di trasporto sono sempre stati simbolo delle precedenti accelerazioni, anche nel prossimo futuro l’automobile sarà simbolo primo del cambiamento. Non solo però dal punto di vista tecnologico, dove pure c’è molto da attendersi, ma nel concetto stesso della sua proprietà. Nella società dell’accesso e del costo marginale zero, per affermare di avere un’auto non si dovrà più possederla: basterà poterla usare di tanto in tanto. E condividerla con altri, separatamente per tempi brevi o durante lo stesso viaggio con altre persone.

Il fenomeno del car sharing è centrale per comprendere la mobilità sostenibile. Usando le piattaforme online che, con diversi servizi, mettono a disposizione un’autovettura a quattro ruote per lo spostamento prenotato o programmato, di breve o lunga percorrenza, una persona risparmia la spesa derivante dal carburante, l’assicurazione, la manutenzione, il garage e il parcheggio, calcolati in circa settemila euro l’anno, ma non rinuncia alla comodità di questo spostamento. C’è però molto di più: un’automobile resta mediamente ferma per 23 ore e 49 minuti al giorno e generalmente il suo proprietario usa il 28% dei suoi posti a sedere. Insomma è un trionfo della diseconomia se vista sotto la lente della sostenibilità, perciò si è fatto avanti anche il car pooling, nel quale il mezzo privato viene messo a disposizione di più persone per compiere il medesimo tragitto.

Condiviso: tra pubblico e privato

L’auto in condivisione nasce come una sorta di compromesso necessario tra quella che è l’auto privata di proprietà e i mezzi pubblici della mobilità urbana. Il car sharing è chiaramente categoria a sé, risponde a logiche e modelli del tutto propri, ma si insinua tra due realtà che lasciano entrambe spazio ad una dimensione di mezzo.

L’auto privata è infatti in certi casi onerosa e scarsamente sostenibile, soprattutto laddove la mobilità è un problema cronico, i parcheggi sono scarsi e la polluzione ambientale richiede strategie di intervento urgenti. I mezzi pubblici, al contempo, non rappresentano una attrattiva sufficiente per chi dovrebbe valutare la possibilità di abbandonare l’uso dell’auto privata. Viene così a crearsi una terra di mezzo che fa proprie tutte le necessità attingendo nella logica della “Mobility As A Service” di ispirazione europea: la mobilità come un servizio a pagamento, che necessita di vari strumenti abilitanti quali app, pagamenti integrati, connettività ed intelligenza di bordo.

Il car sharing è una categoria a sé che attinge nella logica della condivisione la propria identità, ma per realizzarsi, ha bisogno di molta tecnologia e di una nuova forma mentis da parte dell’utenza. Ed entrambi gli ingredienti sembrano essere ormai ampiamente disponibili sul mercato.

Un mercato enorme

Il fattore economico e quello tecnologico si incrociano così con quello ecologico, è arrivato il crowdsourcing e la discesa dei grandi player ha fatto il resto. Oggi il car sharing e il car pooling rappresentano un mercato maturo, da 20 milioni di utenti in Europa, con diversi protagonisti sulle strade, con diverse tecnologie – elettriche, ibride, tradizionali, totalmente ecologiche – e modelli di business vincenti.

Un mercato che ha catturato l’attenzione delle municipalità più lungimiranti che hanno fatto propria la Mobility as a service e si sono posti l’obiettivo, come ad esempio Helsinki, di far sparire l’auto privata entro dieci anni. Incredibile se si pensa che la mobilità automotive ha fondato questa era e che nel 2010 uno studio di McKinsey ha stimato il costo totale per il trasporto su auto per la cifra di 6,4 trilioni di dollari, in pratica nel mondo ogni abitante spende mille dollari a testa.

Uno studio del 2013 di KPMG sulla mobility as a service mostra la tendenza favorevole in tutto il mondo, con percentuali alte anche nel BRIC ma soprattutto negli Usa e in Europa. Si calcola che nel 2027 il 15% degli europei utilizzerà soltanto servizi online di mobilità.

Uno studio del 2013 di KPMG sulla mobility as a service mostra la tendenza favorevole in tutto il mondo, con percentuali alte anche nel BRIC ma soprattutto negli Usa e in Europa. Si calcola che nel 2027 il 15% degli europei utilizzerà soltanto servizi online di mobilità.

Un cambiamento culturale

Il risultato di un car sharing di massa e pienamente incardinato in una città intelligente è una qualità dell’aria migliore e la liberazione di aree da destinare a servizi migliori di un semplice parcheggio. Tutto ciò non sarà però possibile in assenza di un cambiamento di mentalità da parte di una larga fetta di popolazione. Il fenomeno del car sharing, infatti, insiste su uno dei valori fondanti della società occidentale, la proprietà, e rischia di violare anche quel “culto dell’ego” di cui parlano oggi i più importanti intellettuali, sociologi e anche romanzieri (come Emanuele Carrère).

La proprietà è una convenzione sociale del mondo moderno finalizzata alla determinazione delle sfere d’influenza individuali. La proprietà […] è un concetto elusivo […], cambia in continuazione

Jeremy Rifkin

Rendere inutile la proprietà di un’automobile è obiettivo probabilmente più ambizioso che rendere inutile la sua guida da parte del conducente, ma anche per questo è affascinante: la combinazione di car sharing e car pooling, alternativi/complementari rispettivamente a rete ferroviaria e mezzi pubblici, è un ride sharing che compete con il servizio pubblico di utilità tradizionalmente inteso: un prossimo futuro di corse a loop infiniti di mezzi di proprietà condivisa con persone che vi saliranno e scenderanno al massimo dell’efficienza matematica, senza che nessuno pretenda di portarsi a casa il mezzo.

Dotati di un contenuto di informazione sempre più determinante, di una maggiore interattività, ed essendo sottoposti a continui miglioramenti, i beni cambiano carattere. Perdono il proprio status di prodotti e acquisiscono quello di servizi in evoluzione.

Jeremy Rifkin

In termini più concreti, tuttavia, è difficile che la logica dello sharing possa sostituire in toto la filosofia basata sul principio della proprietà. Più probabilmente si arriverà nel giro di qualche decennio ad un nuovo tipo di compromesso, tale da liberare risorse su entrambi i fronti. Mentre l’auto cambia sul vento dell’innovazione e la mobilità ne affianca l’evoluzione, la cultura dell’automotive sarà plasmata e si arriverà ad un nuovo baricentro. Le conseguenze saranno più radicali nelle aree urbane, ove l’esigenza di un nuovo tipo di spostamento si fa largo con maggior insistenza, mentre fuori dal concentrico potrebbero prevalere logiche molto differenti.

Tutto ciò lascerà però sulla strada forti conseguenze: cambiare il modo di spostare le persone significa spostare i flussi di denaro assieme ai flussi dei veicoli: nuove opportunità, nuovi hub di smistamento per chi sceglie l’opzione intermodale, nuova catena di valore, nuovo indotto. Anticipare tale fenomenologia significa poterne guidare l’evoluzione con maggior equilibrio, ma ciò significa guardare al car sharing odierno non come all’alba di una chimera, ma come concretizzazione di un qualcosa di ineludibile e vicino.