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IKO: braccio robotico con mattoncini LEGO

Il braccio robotico IKO, pensato per essere indossato dai più piccoli, può addirittura risultare divertente, grazie all'impiego dei mattoncini LEGO.

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Il progetto portato avanti da Carlos Arturo Torres Tovar, studente iscritto all’Umeå University in Svezia, è tanto originale quanto interessante: punta alla realizzazione di una protesi destinata ai bambini che, per problemi genetici o per le conseguenze di un trauma, non hanno un braccio dalla nascita o l’hanno perso. Questa, oltre a fornire funzionalità simili a quelle di altri impianti prostetici, ha una qualità in più non di poco conto: può risultare divertente e stimolante da utilizzare, facilitando la socializzazione e l’aggregazione con i coetanei.

Per raggiungere questo obiettivo il giovane ha pensato di utilizzare i mattoncini LEGO (al programma collabora anche il team FutureLab dell’azienda danese), da applicare proprio come si fa durante le fasi di gioco. Un’idea semplice, ma efficace, poiché facilita l’approccio dei più piccoli all’utilizzo di strumenti pensati per semplificare la loro vita quotidiana, ma che spesso finiscono per intimorirli poiché interpretati come un corpo estraneo. Il meccanismo impiegato per il posizionamento dell’arto artificiale è stato realizzato in partnership con l’organizzazione CIREC (Centro Integral de Rehabilitacion de Colombia) che si occupa proprio di bambini con disabilità: bastano una pressione e una rotazione, come mostrato nel video visibile in streaming di seguito.

Il braccio robotico si chiama IKO e all’estremità può essere posizionata ad esempio una mano equipaggiata con quattro dita utile per afferrare e manipolare qualsiasi tipo di oggetti, oppure un giocattolo di vario tipo. Il progetto tiene dunque in considerazione l’aspetto psicologico dei pazienti più piccoli, togliendo alla protesi tutto ciò che può avere di negativo (soprattutto agli occhi di chi la osserva), trasformandola addirittura in qualcosa con cui divertirsi e giocare. Chi la indossa potrà sentirsi a proprio agio interagendo con gli altri, possibilità purtroppo spesso recluse a chi è affetto da una disabilità.

Fonte: Umeå University • Via: SlashGear • Notizie su: