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David Byrne: non è colpa dello streaming

Non è colpa delle piattaforme di streaming se gli artisti ottengono ridotti pagamenti: David Byrne invita le etichette ad aprire le loro scatole nere.

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Lo streaming favorisce o danneggia la musica? È questa l’annosa domanda che da anni accompagna l’evoluzione delle tecnologie d’ascolto sulla nuvola, tra sostenitori della libertà garantita da una simile innovazione e chi, invece, sottolinea come gli introiti per gli artisti rimangono ancora troppo bassi. E dopo numerose prese di posizione dai musicisti stessi, basti pensare alle lotte di Taylor Swift nell’ultimo anno, a prendere la parola è nientemeno che David Byrne. Il leader dei Talking Heads non ha dubbi: non è colpa dello streaming, ma della mancanza di trasparenza da parte delle etichette discografiche.

Spotify, Pandora, TIDAL e il recente Apple Music: tutti i servizi di streaming più famosi, nel corso del tempo, sono stati protagonisti di feroci attacchi in merito alle ridotte royalties conferite a cantanti e musicisti. Eppure lo scenario potrebbe essere ben più complesso, con solo poche responsabilità da conferire a queste piattaforme: ne è convinto David Byrne, in un intervento a tema sul New York Times.

Secondo l’artista, lo streaming ha avuto il merito di «salvare un’industria discografica che la pirateria aveva sventrato», ma non è tutto rose e fiori quel che proviene dai caldi lidi dell’ascolto in rete. Il problema, però, non sarebbe relativo alle supposte royalties delle piattaforme, bensì alla “scatola nera” delle etichette che impedirebbero di ben comprendere cosa accada ai guadagni dallo streaming.

È facile incolpare nuove tecnologie come i servizi di streaming per la drastica riduzione dei guadagni dei musicisti. Ma indagando a fondo, si scopre come il tutto sia un po’ più complicato. Anche se l’audience musicale è cresciuta, sono stati trovati modi per spillare una percentuale più alta che mai dei soldi che i clienti e gli appassionati musicali corrispondono per la musica. Molti servizi di streaming sono alla mercé delle etichette discografiche e gli accordi di non divulgazione prevengono tutte le parti dall’essere maggiormente trasparenti.

Nonostante solo un paio di anni fa lo stesso Byrne fosse critico rispetto all’universo dei servizi di streaming, e ai ridotti pagamenti derivati dall’ascolto, oggi la prospettiva sarebbe cambiata. Le case discografiche, a suo avviso, tratterrebbero la parte più consistente dei guadagni, sebbene la produzione sia più economica, poiché non vi è una produzione fisica né costi di eventuale distribuzione. Secondo l’artista, le modalità di pagamento degli artisti sarebbero arbitrariamente scelte dalle etichette, un fatto che contribuirebbe a ridurre la posizione di cantanti e musicisti.

Una fonte dell’industria mi ha ha detto che le major assegnano i proventi ottenuti dallo streaming su basi apparentemente arbitrarie agli artisti nel loro catalogo. Ipotizziamo che a gennaio “Stay With Me” di Sam Smith abbia rappresentato il 5% del fatturato totale che Spotify ha corrisposto a Universal Music per il suo catalogo. Universal non è obbligata a prendere il suo reddito lordo e assegnare lo stesso 5% a Sam Smith. Potrebbe darne il 3 o il 10%.

Byrne, il quale ha spiegato come la lettera di Taylor Swift ad Apple sia una rappresentazione efficace di quanto gli artisti possano fare per migliorare il sistema, sostiene quindi che gli accordi nella “scatola nera” debbano essere resi trasparenti, per garantire a tutti il massimo della conoscenza su come i proventi vengano raccolti e distribuiti. Un proposito certamente ambizioso, forse addirittura utopico.

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