QR code per la pagina originale

Sequestrato Popcorn Time

La procura di Genova ha disposto il sequestro del famoso open source per lo streaming pirata. Inibito l'accesso al portale beta italiano.

,

Niente più ingresso al paradiso dei film pirata. Quel che negli Stati Uniti non è legalmente possibile e che in Israele sta facendo molto discutere, in Italia è realtà con la decisione della procura di Genova, che ha disposto il sequestro di Popcorn Time, il più noto programma mondiale per la visione e il download di film. I service provider sono chiamati a bloccare gli accessi.

L’azione giudiziale eseguita oggi dalla Guardia di Finanza della città ligure ha riguardato i portali con estensione .io e .se e la versione beta del programma italiano, popcorntimeitalia.com. Alcuni siti saranno ancora funzionanti, per i tempi tecnici del provvedimento, ma la decisione è presa. Un fatto clamoroso se si considera che Popcorn subito dopo la sua comparsa nell’ottobre 2014 si è guadagnato il ruolo di alternativa non autorizzata di Netflix. Un piccolo software che ha semplificato lo streaming delle raccolte di file multimediali basando la riproduzione non su un file salvato su server remoto, bensì sul protocollo peer-to-peer su BitTorrent. In altri termini, l’utente non scarica o vede un film su un server, ma il file viene portato in condivisione, e su una piattaforma di grande usabilità ed esteticamente accattivante.

La battaglia dell’industria e degli autori

Ovviamente Popcorn Time è diventato altrettanto velocemente il nemico numero uno delle associazioni per la tutela del copyright, che hanno ingaggiato una battaglia dalle alterne fortune. Negli Stati Uniti, dove non è possibile bloccare i Dns come in Italia ma il peso di Hollywood si fa sentire, 11 utenti sono stati denunciati per violazione del diritto d’autore. La reazione di Popcorn Time in quell’occasione è stata una lettera su Torrent Freak nella quale il team dietro questo programma dà la colpa all’avidità dei produttori:

Forse è il momento di prendere in considerazione la volontà del popolo e di offrire loro un servizio legale, completo e utile, non importa dove sono nati, invece di cercare di punire le persone meno avvantaggiate che vogliono vedere questi contenuti.

Le azioni legali hanno toccato l’Europa già prima dell’Italia. In Danimarca sono state arrestate due persone che avevano descritto minuziosamente il processo per utilizzare questo software. Nessuno però aveva disposto il sequestro dei siti perché il terreno su cui si opera è piuttosto scivoloso e non c’è uniformità di giudizi, come dimostra il rifiuto, proprio pochi giorni fa, della corte distrettuale di Tel Aviv, che non ha omologato l’accordo tra i provider israeliani e le associazioni di tutela del copyright. L’avesse consentito, Israele avrebbe anticipato l’Italia di un mese con un sequestro praticamente identico. Il presupposto del no della corte è che il blocco dei portali può violare i principi di libertà d’espressione e di diritto alla libera circolazione delle informazioni.

L’azione della magistratura italiana segue una intensa attività compiuta in tutto il mondo contro Popcorn Time, ma aggiunge un vero blocco a diversi domini. Al di là di quel che si può pensare dei sequestri, che in caso dei portali tendono ad anticipare molto la soglia di punibilità, è ancora tutta da valutare l’efficacia alla luce della possibilità per la community di trovare delle soluzioni (inoltre i blocchi di Dns sono quello che sono, facilmente aggirabili). Di sicuro il gruppo dietro questa invenzione non ha intenzione di chiudere senza resistere.

Aggiornamento (16.50): Una prima lettura dei capi di imputazione rivolti a Popcorn Time svela delle particolarità sorprendenti: al momento la Guardia di Finanza sta operando sulla base della denuncia per “fabbricazione di dispositivi atti ad eludere i dispositivi di protezione software”; significa che, invece delle solite imputazioni relative a streaming e downloading di file pirata, a Popcorn Time si contesta la creazione e distribuzione di un software che aggira le protezioni dei titolari del copyright. Dunque l’accusa non è pirateria, o non soltanto, ma una sorta di elusione delle protezioni, uno “scasso” digitale pensando anche alla fabbricazione degli strumenti che lo consentono.

Fonte: Webnews • Notizie su: ,