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Ecco perché la Digital Tax non è la Webtax

Hanno nomi simili, ma sono completamente diverse: la webtax non c'entra col modo in cui dal 2017 si intende contrastare l'elusione delle multinazionali.

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Giusto il tempo di annunciarla e già la Digital Tax, il provvedimento anti elusione fiscale pensato per le multinazionali e annunciato ieri da Matteo Renzi, fa molto parlare di sé. Tuttavia, va subito smentito un paragone ingombrante che sta occupando i giornali mainstream e soprattutto i commentatori: quello con la Webtax. I due dispositivi, che mai sono stati tasse, non potrebbero essere più diversi. Ricapitoliamo le ragioni per cui la prima era una iattura, mentre la seconda è discutibile quanto si vuole, ma ha un senso.

La Webtax di Francesco Boccia ha occupato le cronache per più di un anno, soprattutto nel 2013, ed è stato proprio Renzi a seppellirla con un decreto. Il motivo era che avrebbe portato a una sanzione della comunità europea, ma in particolare conteneva un problema gigantesco: era pensata in senso protezionistico e limitava le piccole medie imprese nella loro attività commerciale verso l’estero. I due articoli incriminati della webtax prevedevano l’obbligo di apertura di una partita iva italiana per le aziende che vendono servizi di eCommerce e advertising, mentre il search advertising visualizzabile sul territorio italiano avrebbe dovuto essere “acquistato da partita iva nazionale e rintracciabile”. Con tutto quanto concerne l’interpretazione di ciò che è visualizzabile in rete, che come si sa è sconfinata, non territoriale.

Basterebbe ricordarsi questi due elementi per evitare di cascare nella facile allusione ad un Renzi che ha cambiato idea. La webtax è andata in soffitta e nulla c’entra con l’intenzione di aumentare l’imponibile delle multinazionali con una ritenuta alla fonte operata da banche e intermediari. La digital tax infatti è il frutto di una lunga discussione in commissione durante l’Indagine conoscitiva sulla fiscalità nell’economia digitale. Il resoconto dell’audizione (pdf) del professor Franco Gallo, professore emerito di diritto tributario presso l’università Luiss, mostra come il momento dove forse è nata l’idea di una diverted profit tax italiana ispirata alle raccomandazioni dell’Ocse risale allo scorso febbraio, e si basa su un meccanismo semplice da spiegare anche se tutt’altro che scontato nella sua applicazione. In quella occasione, infatti, il tributarista avvertì la commissione Finanze:

L’OCSE avanza proposte nel senso di dire «cambiamo il concetto di stabile organizzazione, chiamiamola significativa, chiamiamola virtuale» e propone, a tal fine, dei parametri diversi da quelli classici tradizionali, come ad esempio la ripartizione dei salari e altre condizioni. Tale mutamento va realizzato, però, quantomeno a livello europeo. È un problema di convenzioni sulla doppia imposizione fiscale.

Come funziona la Digital Tax

La diverted profit tax all’italiana immaginata dalla proposta di legge Quintarelli-Zanetti, impianto base della Digital Tax annunciata da Renzi, scatta all’individuazione di una “stabile organizzazione virtuale”. Cioè una presenza economica digitale, anche se non fisica, viene monitorata e valutata dal circuito dei pagamenti e superata una certa soglia (la proposta è cinque milioni di euro in almeno sei mesi di attività continua) c’è una ritenuta alla fonte del 25%. Come si nota, con la webtax non ha nulla in comune. La prima si concentrava sulle imprese online e pasticciava sull’advertising, veniva prima dell’EU VAT ed era soprattutto molto influenzata dagli interessi di alcuni tycoon editoriali italiani. La digital tax vale invece per qualunque multinazionale, anche tradizionale: è focalizzata sulla elusione fiscale, non sull’ambito o sulle tecnologie. E cerca una soluzione pratica basata sui criteri propagandati dall’OCSE, che sta lavorando su qualcosa di simile.

Ovviamente non è garantito che funzionerà. Questo prelievo potrebbe trovarsi contro intere parti del diritto tributario internazionale, che non vede di buon occhio (per usare un eufemismo) i cambiamenti unilaterali delle definizioni e degli standard di tassazione delle aziende che operano nei paesi esteri, visto che con le compensazioni al fine di evitare doppie imposizioni, cioè i crediti di imposta, potrebbero sorgere altri problemi. Questi però sono tecnicismi ai quali lavoreranno gli esperti del MEF. Qui conta spiegare la differenza, che rappresentiamo così:

Webtax
Digital Tax
Aziende online di qualunque dimensione Tutte le multinazionali, oltre un certo fatturato
Search advertising Transazioni dei pagamenti
P. Iva obbligatoria Stabile organizzazione facoltativa al ruling o al prelievo forzoso

Fonte: Webnews • Notizie su: ,