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Italia e startup: intervista a Davide Dattoli

Intervista a Davide Dattoli: a pochi giorni dal termine dello StartupBus 2015, alcune domande per riflettere sul mondo delle startup in Italia.

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Un’idea simpatica. Che poi è diventata ambizione. Quindi ne è stato riconosciuto il valore e lui, Davide Dattoli, è stato identificato come un visionario. Ma c’è qualcosa di più dietro la visione: c’è la concretezza del lavoro, c’è il rischio dell’investimento, c’è la crescita e c’è una visione imprenditoriale che si fa esempio primo di quel che il gruppo vuole creare. Può essere riassunta così la parabola ascendente di Talent Garden, una realtà di respiro internazionale che è nata in Italia, ha aperto le prime sedi in area europea (Kaunas, Barcellona, Tirana) ed ora è ripartita da Milano per un rilancio chiamato Calabiana.

Talent Garden, già partner di Webnews nell’assegnazione del premio Ford Italia in occasione del recente StartupBus, è oggi una lente privilegiata attraverso cui analizzare un certo mondo: le risorse TAG sono infatti la linfa dalla quale si nutrono centinaia di menti, le quali riversano le proprie ambizioni in un co-working sperando di trovare sfogo per le proprie ambizioni. Come avviene questo incontro? E chi sono queste menti che hanno la responsabilità di costruire il futuro del paese? Ma soprattutto: con quali risultati lavorano ai propri progetti? Ne abbiamo parlato con Davide Dattoli nel tentativo di circoscrivere con maggior precisione quello che è il mondo startup italiano.

Galleria di immagini: Talent Garden Milano Calabiana

Intervista a Davide Dattoli

Io lavoro all’intersezione tra tecnologia, Internet e media, studiando i loro impatti sociali e culturali. Analizzo i modelli attraverso cui funzionano le cose nell’ambiente digitale.

Spazi di relazione

Durante la presentazione del nuovo spazio di Milano Calabiana hai parlato dell’esplosione dei self-worker. Tu però costruisci spazi di relazione. Significa che in fondo non si può davvero pensare di fare sempre tutto da soli? Fin dove arriva il percorso personale e dove inizia la necessità di relazione e contaminazione con il mondo esterno?

«Per esplosione dei self-worker si intende persone che fanno di sé stessi un’impresa, che vendono le proprie capacità ai propri clienti o all’interno di aziende strutturate o startup. Non significa che bisogna fare sempre tutto da soli, è impossibile. La relazione con altri professionisti del settore è necessaria per crescere sia professionalmente che personalmente e non si può prescindere da questo se si vuole rimanere costantemente aggiornati. È per questo che mettiamo a disposizione aree di relax dove le persone possono incontrarsi in modo informale per condividere idee e contaminarsi a vicenda».

Tipi da Talent Garden

Chi è l’utente tipico di un Talent Garden?

«L’utente tipico di Talent Garden è un professionista del digitale o un creativo che vuole condividere spazi e idee e far crescere il proprio business. All’interno di TAG oggi ospitiamo freelancer, giornalisti, piccole aziende, startup, web agency, designer e sviluppatori».

La ricetta del successo

Quali caratteristiche deve avere una startup per “farcela”? E si tratta di caratteristiche proprie di chi vi partecipa o in buona parte viene appreso lungo il percorso, sfruttando al meglio le risorse disponibili e la capacità di imparare?

«Una startup per farcela deve avere un team unito e riuscire sempre a migliorare qualche aspetto del proprio prodotto. Una caratteristica che bisogna avere fin dall’inizio è la capacità di rischiare, le altre skill si imparano crescendo insieme alla propria startup».

Fallire non è fallire

Dal tuo osservatorio privilegiato, una considerazione sulla reale percentuale di successo delle startup: quante “ce la fanno” e quante falliscono? Qual è l’arco temporale tipico entro il quale si può capire la reale bontà di un’idea?

«Ne falliscono tante, è assolutamente vera la proporzione che solo 1 su 10 ce la fa, forse anche 1 su 20. Molte idee non sono scalabili, o non vengono sviluppate adeguatamente per diversi motivi e quindi falliscono. La cosa positiva è che anche se falliscono, i fondatori hanno comunque imparato qualcosa che si porteranno dietro nella propria vita professionale. Il tempo di successo o fallimento di una startup dipende moltissimo dal settore in cui opera, non è uguale per tutti».

Test, test, test!

Quali sono gli errori più comuni che vedi ripetersi e che, se corretti a livello sistematico, potrebbero aumentare le possibilità di riuscita di chi investe il proprio futuro in una startup?

«L’errore più comune è non testare subito il mercato. Qualcuno ci mette anni per sviluppare un prodotto senza averlo mai provato a vendere a nessuno. Nei primi sei mesi oltre a realizzare ciò che si vuole creare, bisognerebbe anche provare a capire se è possibile vendere davvero ciò che si sta sviluppando».

Oltre i confini

TAG è oggi una realtà europea: a tuo avviso le startup italiane si distinguono per qualche ragione o hanno una qualche peculiarità rispetto alle omologhe realtà continentali?

«Le startup italiane spesso nascono per essere locali, mentre quelle estere nascono per essere direttamente globali. Una cosa che le accomuna invece è il sogno di potercela fare e di creare qualcosa di nuovo che possa migliorare un po’ il modo in cui viviamo».

Frammentazione e debolezza

L’Italia digitale è arretrata rispetto all’internazionale, anche se comunque apprezzabile. Sembra davvero esistere un problema di finanziamenti, di scala economica: le startup che fatturano a sei zeri si contano sulle dita di due mani. Qual è il problema reale e quali le possibili soluzioni?

«Il problema è la frammentazione dei diversi player, sia per quanto riguarda investitori, sia per quanto riguarda le startup. Se le aziende innovative che fanno qualcosa di simile si mettessero insieme riuscissero a catalizzare molti più investimenti e risorse e a scalare più velocemente. Così gli investitori hanno sempre più bisogno di unirsi per finanziare cospicuamente progetti che altrimenti sono destinati a morire».

Lupi, squali e startupper

Mondo startup: lupi e squali sono da temere o il sistema nel suo complesso tutela a sufficienza i ragazzi che approcciano questo percorso?

«In genere chi approccia al mondo delle startup è abbastanza tutelato. C’è ancora tanto entusiasmo e sono stati veramente rarissimi i casi negativi. L’Italia delle startup è un’Italia che vuole crescere insieme e non ha senso affondarsi a vicenda».

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