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State of the Net 2015: moriremo di algoritmi?

Lo State of the Net pone alcuni interrogativi sugli algoritmi, il loro senso, la loro pervasione e l'impatto sociale: domande ancora aperte.

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La velocità con cui sia gli americani che gli italiani hanno comprato uno smartphone e con esso, entrati in Rete, si sono iscritti ai social network non ha paragoni con tutte le altre rivoluzioni industriali precedenti. Partendo da questo assunto e dai numeri forniti da Lee Rainie, direttore degli studi su Internet, scienza e tecnologia al Pew Reseach Center, lo State of the Net 2015 ha posto alcune domande che tormentano la politica, l’economia, la sociologia mondiale: che impatto avranno gli algoritmi sulla società, considerando che hanno sempre più deleghe nei processi decisionali, persino nella fiducia tra le persone e possono spazzare via il 47% delle professioni nei prossimi vent’anni? Quanto vale un algoritmo quando un gruppo come Eni ne certifica l’importanza in passaggi fondamentali quali la scoperta del giacimento di Zohr? Come si spostano gli equilibri del potere nel momento in cui quest’ultimo si sposta dalla produzione dell’informazione al controllo della stessa?

State of the Net 2015: gli algoritmi

Oltre ai numeri – sempre utili – che fornisce tradizionalmente SotN ad ogni edizione, la discussione tra Beniamino Pagliaro e Lee Rainie, e le molte domande dei giornalisti ed esperti presenti hanno dato subito la stura ad una giornata che è senz’altro servita a dare contorni più definiti al campo delle tematiche attorno al ruolo degli algoritmi. Fosse soltanto questione di come funzionano i social network, invece la mattinata al paglione Unicredit a Milano ha squadernato tutti gli ambiti e rispettivi scenari: la finanza e l’avanzata dell’algo-trading sui mercati di scambio, la sanità, le assicurazioni, il lavoro. L’intero futuro della realtà fisica è collegato a un mondo costruito da ingegneri secondo obiettivi che spesso non contengono i discrimini che fin qui hanno retto le scelte collettive, ma obiettivi semplificati, velocissimi, senza “morale”. «La crescita di internet raccontata da Lee Rainie», commentano gli organizzatori, «è un’opportunità e oggi gli algoritmi accelerano la nostra società. Con gli strumenti, la rete può migliorare, ma instradare il cambiamento dipende da ogni singola persona».

La domanda che è rimbalzata per tutta la prima parte di SotN è in sostanza come fare in modo che la soluzione al problema della complessità che si è creata con Internet – umanamente impossibile da processare – non diventi a sua volta un problema. Non c’è dubbio, infatti, che gli algoritmi siano la risposta all’impossibilità di gestire l’enorme quantità di dati che vengono prodotti ogni istante in Rete, molti dei quali economicamente preziosi quando non fondamentali, tuttavia si sta vivendo un passaggio nel quale solo una ristretta minoranza dispone della tecnica di costruzione degli algoritmi e una minoranza appena più grande è consapevole di questo ruolo e del suo impatto. Questo avrebbe anche senso considerando che Internet diventerà come l’elettricità, impalpabile e onnipresente nella vita delle persone. Ma è anche pericoloso.

Cervello umano e iperstoria

Per Gianpietro Riva la definizione storica e moderna di algoritmo ricorda una ricetta, o ancora più semplice, i passi per decidere quando è pronta la pasta; l’algoritmo mette ordine al caos, avrà un impatto tutto sommato positivo sulla gestione dei rischi, sull’apprendimento. Il punto è «occuparci dell’evoluzione del nostro cervello».

Luca De Biase ha illustrato la sua affascinante teoria sulla scrittura come elemento chiave del passaggio tra storia e iperstoria: in passato la scrittura distingueva ciò che era importante da quel che non lo era, mentre oggi tutto è scritto, ma sarebbe un errore credere che allora tutto è importante.

Una volta si diceva verba volant scripta manent, oggi però tutto è nel flusso, impermanente. Dunque, cosa decide l’importanza nell’iperstoria? Questo potere è dell’algoritmo. La vera scrittura è l’algoritmo, il resto è flusso.

Come garantire il bene della collettività in un mondo neo-elitario di decisori automatici costruiti da aziende che non sono eleggibili, che non hanno un ruolo istituzionale? Quali piattaforme sarebbero utili per uno scopo democratico? E ci sono idee già applicabili? Anche in questo caso c’è da chiedersi se mai moriremo di algoritmi. La tavola rotonda condotta da Alessio Jacona coi protagonisti dei primi interventi ha messo il punto (di domanda). Non ci possono ancora essere risposte, ma è già molto che qualcuno abbia pensato di organizzare una giornata per parlare solo ed esclusivamente di questo.

Didascalia

Da sinistra, alla prima tavola rotonda allo State of the Net 2015 condotta da Alessio Jacona: Vittorio Carlini, giornalista del Sole24Ore esperto di finanza, Luca De Biase, Nicola Bienati, responsabile del reparto di sviluppo dell’ENI. Tre punti di vista, tre osservatori che si sono trovati d’accordo sul principio che il fattore umano deve conservare il suo ruolo. L’esempio della finanza, da questo punto di vista, è emblematico: sui mercati di scambio operano gli algoritmi, con velocità abnormi, ma quando sono le compagnie a utilizzare questi mercati non è dato di sapere a quali ripercussioni si può andare incontro.

Fonte: Webnews • Via: IpressLive • Notizie su: ,