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La TV è morta, viva la TV

L'arrivo di Netflix e delle altre tecnologie di streaming trasformano la televisione in semplice televisore, schermo da plasmare: la TV è morta?

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Sky Online, Infinity, Premium Online, Netflix e, in futuro, anche YouTube Red, Vimeo Originals e molti altri. Con l’approdo del colosso statunitense in Italia, attivo da poche ore sullo Stivale, la corsa per lo streaming entra nel vivo: si moltiplica l’offerta, si differenziano le modalità di visione, si evolve addirittura la narrazione di quel che viene proposto sullo schermo, sia esso un display di uno smartphone o il grande pannello da salotto. In molti in queste ore stanno suonando la marcia funebre del classico intrattenimento televisivo, ma è davvero così? Cosa cambia, quali ambiti subiranno una rivoluzione forzata e quali prospettive sono destinate, invece, all’involuzione?

Il fatto che la TV, intesa come mezzo di comunicazione unidirezionale dettato da palinsesti fissi, non fosse propriamente nel pieno della salute, non è di certo una scoperta derivata da Netflix o dalle altre piattaforme di streaming. Negli anni, infatti, i gusti degli spettatori si sono fatti sempre più parcellizzati, complice anche la moltiplicazione dell’offerta dovuta al passaggio dall’analogico al digitale. Ascolti alla mano, perde la TV generalista e ne acquista il factual entertainment, delle produzioni del “qui e ora”, di veloce fruizione, fortemente incentrate su linguaggi più affini ai social network che al grande varietà del sabato sera. E i canali generalisti, claudicanti nel tenere il passo, non fanno altro che puntare su evergreen popolari di grande presa oppure sugli immancabili reality e talent, questi ultimi ultimo appiglio per mantenere una porzione di quegli spettatori già fuggiti altrove. Si sperimenta poco sulla TV generalista italiana – fatta eccezione per qualche oasi nel deserto, come ad esempio “Pechino Express”, dove l’universo del game show è stato sapientemente unito all’anima del documentario e all’intelligente ironia – mentre sui tematici si rischia di diventare troppo settoriali, sfiorando a volte il grottesco. Ma è quello che l’utente davvero vuole? È in questa piccola frattura che si inserisce lo streaming, aprendo una voragine laddove prima v’era solo una crepa.

Muore la televisione, risorge il televisore

Televisione e televisore sono concetti ormai definitivamente separati: laddove un tempo il medium e la sua funzione erano completamente sovrapposti, oggi contenitore e contenuto prendono strade differenti. Ad emergere è lo strumento, che afferma una volta di più il proprio ruolo di ombelico del salotto e frontespizio del divano. Lo affiancano una moltitudine di altri schermi, i quali ne esaltano però il ruolo centrale per qualità di visione e di esperienza di fruizione. Il resto è complemento, prosecuzione, alternanza.

L’universo dello streaming in senso più ampio, quindi comprendendo anche quelle zone grigie della legalità non ancora scomparse nonostante l’apparizione di servizi del tutto leciti, ha attirato il consumatore facendo leva su caratteristiche che alla TV mancano: la sincronia, la comodità, la condivisione e la partecipazione attiva. In un’era iperconnessa, l’utente vuole essere contemporaneo e sincronizzato con il resto del mondo. Il consumatore non è più disposto ad attendere che le emittenti TV si accordino sui diritti, posticipando all’infinito l’arrivo della produzione di culto, ne vuole fruire in contemporanea con il resto nel mondo, trovando nello streaming un valido alleato.

E non desidera solo la contemporaneità, esige anche la condivisione: non vi è programma televisivo, telefilm o evento mediatico che non veda regolarmente un flusso costante di commenti concomitanti, siano essi un hashtag su Twitter o un più ridotto gruppo di ascolto fra amici e contatti di Facebook. Pretende inoltre di scegliere cosa guardare, anziché rimanere vittima del palinsesto, nonché svincolarsi proprio da quest’ultimo, avviando una riproduzione anche in tarda notte, magari con la fruizione compulsiva di una decina di episodi nell’arco di poche ore, senza dover attendere i lenti e del tutto obsoleti tempi della TV classica. Il risultato è che viene meno la televisione e trionfa il televisore, inteso come semplice schermo da plasmare secondo i propri gusti, armati di console, smartphone e qualsiasi altro strumento permetta di essere padroni della propria programmazione.

Limitare il successo dello streaming alla comodità e alla contemporaneità, tuttavia, sarebbe del tutto fuorviante. In questo senso lo streaming sarebbe soltanto un mezzo, uno fra i tanti, non completamente esaustivo per spiegarne il successo. L’altro versante della medaglia, infatti, è quello dei contenuti: il fatto che un prodotto possa essere veicolato per la Rete, e possa godere dell’accresciuta libertà che la Rete stessa garantisce, ha portato innanzitutto a un cambiamento dei linguaggi, prima ancora della comodità. Il fatto che una produzione non debba rispondere a tutti quei vincoli tipici delle classiche emittenti, perché non bisogna realizzare un prodotto che sia onnicomprensivo di un’audience generalizzata, ha liberato una nuova creatività. Basti pensare alle produzioni autoctone proprio delle piattaforme di streaming, da Netflix ad Amazon: serie come “Transparent” e “Orange Is The New Black“, ma anche “Sense 8”, “House of Cards” o l’attesissimo “The Man in The High Castle” di Ridley Scott, non sarebbero state forse possibili sui canali generalisti. Non solo per il tema trattato, ma anche per la fluidità della narrazione. Così come ha ricordato stamane Taylor Schilling durante la conferenza di lancio di Netflix, il fatto che l’utente possa vedere tutti gli episodi quando vuole e come vuole, ha svincolato la narrazione rendendola più dinamica. Non è più necessario di volta in volta riprendere parti di trama passate, affinché il telespettatore non perda il filo tra una settimana e l’altra, né adattarne lo stile nella speranza di non bucare l’appuntamento con gli ascolti la mattina successiva.

La rivoluzione individuale

Proverbio però insegna: non è tutto oro quello che luccica. E anche lo streaming porta inevitabilmente con sé alcune questioni semantiche meno edificanti, la cui portata si valuterà solo nel lungo periodo. Innanzitutto a livello di costi: a differenza dello streaming musicale, dove le varie case discografiche sono presenti contemporaneamente sulla quasi totalità delle piattaforme, quello video rischia di diventare fin troppo parcellizzato. Netflix ha le proprie proposte, Amazon anche, la tal emittente televisiva preferisce rendere disponibile il telefilm di culto sulla propria piattaforma autoctona a pagamento, e così via. Per l’utente, quindi, si ha una moltiplicazione quasi insostenibile degli abbonamenti, dove per seguire tutte le produzioni amate occorrerà, forse, abbonarsi a più servizi alla volta. Un appunto su tutti a tratteggiare il perimetro del nuovo contesto: abbonarsi a Netflix, così come a YouTube Red o altri servizi, costerà circa quanto pagare il Canone RAI. Questione di percezione, insomma, a questo punto.

Inoltre viene meno la presenza fisica: la visione compulsiva, quel “netflix and chill” che va molto di moda sui social, rischia di isolare lo spettatore anziché unirlo agli altri. Viene a mancare un elemento di socialità legato alla sincronia della fruizione, quella magia invisibile che nella storia della tv ha unito un paese attorno al pozzo di Vermicino prima, ai bombardamenti di Baghdad poi, al teatro Ariston negli anni ed alla finale di Berlino infine. Quella magia che estende il divano del salotto ad una nazione intera, viene disgregata nel momento in cui lo streaming distrugge il concetto di audience e di share. L’elemento sociale diventa evanescente al cospetto della dimensione individuale, il che si traduce in una rivoluzione tanto dirompente quanto strisciante, sottile, invisibile.

Tornando alla domanda principale, la TV è morta? Lo streaming l’ha uccisa? No, la TV non è morta: è semmai in terapia intensiva a seguito di troppi anni di maltrattamenti. Quello che sta per succedere è semplicemente un guanto di sfida: un modo per obbligare la TV a rinverdire i propri linguaggi, a badare più all’utente che alle mere logiche pubblicitarie, a puntare più sulla qualità di quel che si realizza anziché sulla quantità. L’occasione è unica: la televisione ha l’opportunità di scrollarsi di dosso tutto quanto di rugginoso ha accumulato in anni di immobilismo, inerzia e inefficienza. La sfida dello streaming è una grande occasione di rilancio, di rinascita, di aria fresca. Viva la TV, in definitiva, e buona guarigione.