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Tim Berners-Lee per l’agenda digitale italiana

L'inventore del WWW nella due giorni italiana partecipa a un workshop dell'Agid sull'agenda digitale: le nuove sfide (anche del governo) per il 2016.

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Open data, big data pubblici, cosa farne, gli standard, le applicazioni per le piattaforme pubbliche, cosa ci aspetta nei prossimi decreti del governo, dove va l’agenda digitale e perché. La mattinata trascorsa da Tim Berners-Lee a palazzo Chigi durante il workshop “L’implementazione dell’Agenda Digitale Italiana e le nuove sfide della rete”, ha rappresentato un’importante occasione di confronto sullo stato di attuazione dell’agenda digitale italiana, ma anche un salutare bagno di parole d’ordine e concetti che l’inventore del World Wide Web e direttore del W3C ha lasciato agli attori di questo piano, dal governo ai privati.

Dopo aver partecipato alla presentazione della nuova TIM, l’accademico di fama mondiale, scienziato che ha donato al mondo la Rete così come la conosciamo – o sarebbe meglio dire come è stata pensata originariamente – ha partecipato con una certa generosità a un incontro che tutto è sembrato tranne che un banale convegno. Se l’obiettivo degli “innovatori di governo” Riccardo Luna, Paolo Barberis, il ministro Marianna Madia, il direttore dell’Agid, Antonio Samaritani, era quello di aprire le finestre, lasciar passare aria fresca dentro il palazzo dell’agenda, bisogna ammettere che è riuscito.

Nelle due ore di confronto, infatti, sir Berners-Lee ha messo sul tavolo tutti i suoi temi preferiti: l’open data by default, l’accesso alla documentazione pubblica che ne consegue, l’ultrabroadband, gli standard, le web-application al posto delle applicazioni native, così da non circondarle dagli store (che lui notoriamente malsopporta). Insomma, tutto il programma del consorzio che già era stato spiegato in occasione della presentazione dell’HTML5.

Niente cambiamento senza cultura

Forse però sono stati due i momenti topici dell’incontro. Il primo quando ha spiegato, con una piccola punzecchiatura a chi l’ospitava, che «la migliore strategia digitale non funziona nella cultura sbagliata», evidenziando come noi italiani sembriamo avere le idee molto chiare sulla strategia però c’è molto da fare perché la messa a terra – storica debolezza del paese – non venga ostacolata dall’assenza di un lavoro precedente sulla ricezione.

La proposta di Patuano e il no di Berners-Lee

Il secondo momento è stato certamente quando ha replicato alla proposta di Marco Patuano, ad di Telecom Italia, anch’egli intervenuto con una “provocazione” che è suonata come un diretto sulla mascella del padre del Web. Il manager si è chiesto: perché non fare dei dati pubblici di qualità una forma di introito fiscale per lo Stato? «Costruire piattaforme ha un costo», ha spiegato, «e questo costo potrebbe rappresentare una economia per coloro che li producono, creando lavoro e opportunità». Il concetto è tipico delle corporation e somiglia a quello di Google: il motore di ricerca usa dati già presenti, ma ne fa qualcosa di meglio e poi li rivende.

La risposta di Berners-Lee è stata chiarissima: assolutamente no, è importante che i dati restino aperti e pubblici e nello stesso tempo quelli privati restino protetti. Secondo il britannico la responsabilità dei big data è politica, non crossborder, anche quando nell’ambito europeo. Dal punto di vista dell’accesso libero tenere liberi anche i dati, peraltro prodotti dai cittadini stessi, è determinante.

Il piano dell’Agid, i decreti del governo

Il workshop è stato anche l’occasione per Samaritani di fare il punto della situazione. Sue le considerazioni iniziali e finali su come da qui al 2017 e oltre si arriverà a Italia Login, il grande progetto di riforma digitale della pubblica amministrazione. Una scommessa molto complicata perché il ministero di Marianna Madia e l’agenzia devono riuscire a mettere insieme ecosistemi dalle deleghe differenti con un modello fatto di mattoncini variabili che li facciano coesistere. In soldoni, la riforma che mette al centro i servizi al cittadini e i loro diritti di accesso prevede varie tappe, dalla carta di identità digitale allo Spid, al servizio di pagamento elettronico, alle linee guida, che ogni volta sollevano problematiche di cloud security, di interoperabilità. Se ne esce con gli standard.

Io ho capito questo oggi: dati, che portano agli standard, che sono costosi e che impongono nuovi modelli di business, che vuol dire cultura. Definire degli standard vuole dire imparare una nuova lingua.

Tempo di FOIA

C’è già dietro l’angolo l’occasione di confrontare le buone intenzioni con le pratiche. Domani il governo dovrebbe produrre il decreto che introdurrà il cosiddetto FOIA, l’atto che consente ai cittadini di accedere ai documenti della pubblica amministrazione. L’Italia è uno dei pochi paesi europei a non averne uno e le statistiche sono impietose: dall’ultimo monitoraggio promosso da Dirittodisapere solo il 13% della documentazione rilasciata dalla pa ai cittadini è da ritenere soddisfacente.

Il ministro Madia ha oggi ribadito quanto già detto a Venarìa al Digital Day, cioè di tenere molto a un Freedom of Information Act perché attraverso la tecnologia, abilitante una semplificazione della pubblica amministrazione, si garantisce anche più trasparenza.

In dicembre abbiamo adottato provvedimenti su Spid e carta di identità elettronica, ora porteremo in CdM due decreti legislativi, uno sul Codice di amministrazione digitale, l’altro sul FOIA. Un decreto fondamentale, anche secondo noi. Ci credo molto, perché con maggiore trasparenza combattiamo gli sprechi e avviciniamo i cittadini.

Fonte: Webnews • Notizie su:
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