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Uber e tassisti, tanti saluti alla concorrenza

Il governo ha paura dei tassisti e fa saltare gli emendamenti sulla liberalizzazione dei trasporti: con la scusa di Uber si fa tappo all'innovazione.

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Quando mercoledì sera alle 19 si è compreso che i tassisti non avrebbero aderito allo sciopero nazionale dei trasporti pubblici, indetto per il 18 marzo, molti avranno tirato un sospiro di sollievo pensando che un blocco aggiunto a un altro avrebbe peggiorato una situazione già complicata, altri avranno semplicemente pensato alla solita tiritera giocata sullo scacchiere di corporazioni solidali solo quando conviene. Tutto vero, ma il background di questa storia è più sconfortante perché riguarda la sostanziale resa del governo alle minacce dei tassisti: a loro non piace qualunque tentativo di riforma della legge sui trasporti del ’92, perché potrebbe sdoganare gli Ncc di Uber. Risultato? Tutto rimandato e promesse di circostanza del ministro Del Rio.

Le cronache hanno già raccontato le ore convulse della trattativa tra i ministri Graziano Delrio, Maria Elena Boschi e Federica Guidi e i rappresentanti delle sigle sindacali che avevano indetto lo sciopero, quando il coordinatore regionale della Uilt nel Lazio, Alessandro Atzeni, prima sosteneva che non c’erano le basi per un accordo, salvo poi dire che lo sciopero non ci sarebbe stato. Cosa è successo in quelle ore? Semplice: il governo ha promesso che farà ritirare tutti gli emendamenti riguardanti gli autisti a noleggio dal disegno di legge sulla Concorrenza ora in Commissione al Senato. Fuori dai termini tecnici, il governo ha buttato un anno di discussione parlamentare, si è ripreso il tema sostenendo la necessità di una legge-delega – cioè farà da sé – per scongiurare un blocco dei tassisti in città in pieno Giubileo e festività pasquale.

Cronistoria di una riforma impossibile

Per capire meglio cosa sta succedendo da anni in Italia sul tema della concorrenza, e nello specifico nei trasporti, bisogna partire dalla normativa, bucherellata da diversi pronunciamenti, considerare la posizione delle autorità garanti e riassumere la discussione parlamentare. Tre elementi di prova che inchiodano il governo alla sue responsabilità. Alla sua pavidità.

La legge 21/1992 che disciplina il “trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea” in realtà non è più una legge, ma un vuoto. Bruxelles nel 2009 ha minacciato una infrazione per i limiti agli Ncc e molti altri problemi, e l’Italia promise che ci avrebbe messo mano. Lo fece con un decreto-legge nel 2010 che avrebbe dovuto “assicurare omogeneità di applicazione di tale disciplina in ambito nazionale, con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dello sviluppo economico” entro 60 giorni. Quell’impegno è stato via via rimandato ogni volta con ulteriori decreti, l’ultimo dei quali il 30 dicembre scorso che sposta il termine al 31 dicembre 2016.

I governi che si sono succeduti in questi 5 anni hanno sempre e soltanto rimandato con decreti l’impegno preso con l’Europa a metter mano alla legge sui trasporti in senso di maggiore concorrenza. E sì che non sono mancate le posizioni delle autorità. L’antitrust nel 2014, nell’ambito dell’annuale segnalazione a Parlamento e governo, scrisse un comunicato propedeutico alla redazione della legge sulla Concorrenza. L’anno successivo, nel maggio 2015, l’autorità regolatrice dei trasporti parlò della necessità di eliminare le distorsioni competitive. E fece di più: immaginò una categoria più grande, la STM (Servizi Tecnologici per la Mobilità) per individuare meglio le piattaforme di intermediazione, una realtà con la quale ormai si deve fare i conti.

Qui entra in campo il disegno di legge sulla Concorrenza, il terzo elemento di prova. Proprio a seguito dell’antitrust, il Consiglio dei Ministri ha presentato nel gennaio 2015 una bozza del Ddl Concorrenza. Quel testo conteneva tra le tante cose anche la cancellazione di alcune norme introdotte in questi anni nel settore del trasporto pubblico non di linea ritenute anti-concorrenziali. In pratica, le raccomandazioni delle autorità garanti e regolatrici e la procedura europea entravano in un testo nuovo fiammante. Neanche un mese dopo, l’allora ministro ai Trasporti Maurizio Lupi, spaventato dallo stato di agitazione dei tassisti, cancellò dalla bozza tutti i riferimenti al settore. Il ministro aveva fino a quel momento sempre tenuto a distinguere UberPop dal servizio Uber cogli Ncc, ritenuto invece regolare. Tuttavia, proprio sulle questioni sollevate dai tassisti anche su ritorno all’autorimessa e altre peculiarità è caduta questa barriera.

Dopo questo atto, trattandosi comunque di un disegno di legge, molti esponenti di maggioranza ed opposizioni hanno proposto diversi emendamenti (una ventina quelli specifici) per inserire in commissione quello che era stato tolto dal ministro, grande accusatore di Uber nel frattempo dimessosi per uno scandalo legato al figlio e alla conferma di un dirigente ministeriale. È stato però necessario un altro passo indietro, sempre per ragion di Stato, quando il governo ha respinto un esercizio (corretto) di lobbying di Uber a proposito della legge. Il motivo addotto, questa volta, è che non si voleva mettere in difficoltà l’amministrazione Marino con una agitazione della categoria taxi a ridosso del Giubileo.

Stanchi di questo andazzo? Il peggio doveva ancora venire. Dall’autunno scorso fino all’altro ieri, si sono susseguiti nell’ordine: un nuovo appello dell’antitrust; l’accoglimento da parte del governo di alcuni ordini del giorno presentati dagli stessi parlamentari che avevano lavorato agli emendamenti sul disegno di legge, e infine la cronaca recente con la resa incondizionata del ministro Del Rio, che pure in una conferenza stampa del 15 febbraio, soltanto un mese prima dei fatti, ha dichiarato fosse «giustissimo regolamentare, per questo siamo in contatto costante con il procedimento che c’è al Senato».

La scusa perfetta e il costo di non fare nulla

È ormai evidente che i tassisti con la sola minaccia di agitazione sono in grado di interrompere il normale percorso parlamentare. Al punto in cui si è arrivati non c’è modo di credere alla promessa di un percorso alternativo come quello della legge delega. Non solo le proposte che eventualmente possono calare sul disegno di legge sarebbero soltanto del governo (saltando ormai per la seconda volta in un anno gli emendamenti dei parlamentari), ma il percorso della legge del governo con annesso tavolo di lavoro (che idea originale) è garanzia storica dell’immobilità, il vero obiettivo della corporazione dei tassisti: non cambiare nulla e tenersi la legge di 24 anni fa.

E tutto questo in piena era di sharing economy, bloccando qualunque potenziale iniziativa imprenditoriale nuova. Il problema non è Uber, una scusa perfetta, ma il costo del non riuscire a liberalizzare il settore. Un prezzo pagato da una generazione di startupper che potrebbero inventare nuove cose, anche molto diverse dalle attuali e da Uber stessa, e contribuire all’economia del paese. Lo scontro tra Uber e tassisti, insieme alla mancanza di polso dell’esecutivo, fa da tappo all’innovazione del sistema italiano.

Timeline Uber-tassisti-politica

2009: Bruxelles chiede all’Italia di rivedere in senso concorrenziale la legge sui trasporti, risalente al 1992.

2010: Il governo emana un decreto dove si impegna a riformare la legge entro 60 giorni, con la firma del MIT e del MISE.

Luglio 2014: L’AGCM chiede a esecutivo e Parlamento di mettere mano al settore, caratterizzato da gravi rigidità anti-concorrenziali.

Gennaio 2015: Il governo Renzi presenta la bozza del DDL Concorrenza. Nella bozza ci sono riferimenti agli Ncc e alla questione dell’autorimessa, al centro del dibattito a proposito della riforma della legge sui trasporti non di linea.

17 febbraio 2015: Durante la manifestazione nazionale contro i driver di Uber, 500 tassisti si radunano presso la sede dell’authority dei Trasporti a Torino al Lingotto; dopo un incontro di una delegazione sindacale con il presidente Andrea Camanzi, una ventina di tassisti tenta un assalto alla sede cercando di sfondare le porte. Durante i tarrefugli vengono aggrediti anche due cameraman di Sky.

20 Febbraio 2015: Il ministro dei trasporti, Lupi, fa ritirare dal decreto i riferimenti agli Ncc accogliendo gli argomenti dei tassisti.

primavera 2015: Vengono presentati alcuni emendamenti al disegno di legge a firma Boccadutri, Cattaneo e altri esponenti di maggioranza e opposizione.

15 luglio 2015: Nella sua relazione annuale, il presidente dell’authority Andrea Camanzi suggerisce ancora una volta al legislatore di intervenire sulla legge 21/1992 con una considerazione aggiuntiva molto importante sul tema della concorrenza: i giudici hanno considerato sleale quella di UberPop, ma la legge stessa sui trasporti è da considerare inadeguata ai principi di concorrenza.

23 luglio 2015: In un ristorante della Capitale irrompono 200 tassisti che urlano contro alcuni parlamentari (tra questi Stefano Quintarelli e Ivan Catalano, dell’intergruppo per l’Innovazione), “colpevoli” di cenare con Benedetta Arese Lucini, country manager di Uber. Nel blitz gettano biglietti euro falsi per terra e danno dei “venduti” ai politici. Il sindacalista Ugl Alessandro Genovese cita i nuovi emendamenti al disegno di legge sulla concorrenza come ragione della protesta.

19 settembre 2015: Il governo fa sparire quegli emendamenti e lo comunica durante un incontro con Uber. Prevale l’ansia per il Giubileo in caso di agitazione dei tassisti.

6 ottobre 2015: Boccadutri e altri parlamentari presentano alcuni ordini del giorno per recuperare gli emendamenti perduti, il governo li accoglie.

30 dicembre 2015: Rimandato ancora di un anno l’impegno preso nel 2010 per riformare la legge 21/92.

Febbraio 2016: Viene calendarizzato il voto sul ddl in Senato: 5 aprile. Stato di agitazione dei tassisti.

16 marzo 2016: Il governo scongiura lo sciopero dei tassisti, contestuale a quello del trasporto pubblico, facendo ritirare nuovamente gli emendamenti al DDL Concorrenza. Il ministro Del Rio propone una legge-delega che impegni il governo sul tema, perciò la legge sulla concorrenza attualmente in Parlamento non avrà riferimenti ai trasporti.

e la storia continua…

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