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La musica è sempre più streaming

L'industria musicale è tornata a crescere grazie alla fruizione via streaming, ma gli equilibri di distribuzione degli introiti sono radicalmente cambiati.

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Bisogna dimenticare le cassettine e i CD, perchè quando si parla di musica oggi si parla d’altro: si parla di account. Sembra essere infatti questa la principale risultante dei dati con cui l’IFPI ha redatto il proprio Global Music Report 2016. Il momento sembra infatti essere strategico per un motivo: la musica immateriale per la prima volta si dimostra più redditizia di quella distribuita su supporto fisico. Anzi, oggi più che mai emerge un fatto fondamentale per comprendere le dinamiche del mercato musicale: la distribuzione è il vero cardine del mercato e la rivoluzione in atto è un incontrovertibile segno della rivoluzione storica in corso.

Quel che succede oggi è quanto l’industria musicale attendeva da anni: la distribuzione immateriale ha finalmente raggiunto il punto in cui inizia a sostituirsi fattivamente alla distribuzione materiale, diventando la principale voce di introito del mercato complessivo. La crescita dello streaming è pari al 45,2%, una vera e propria esplosione che ha portato gli introiti a livello internazionale a crescere del 3,2%. Oggi la distribuzione in streaming rappresenta il 45% degli introiti contro il 39% derivante dalla distribuzione con supporti fisici: tutta un’altra musica rispetto a pochi anni fa, insomma. Sotto molti punti di vista.

Lo sviluppo dei servizi di streaming non solo aumenta gli introiti, ma aumenta anche la quantità stessa di prodotti musicale in circolazione. Il rapporto IFPI parla di una vera e propria esplosione nella quantità di musica “consumata”, ma le buone notizie sembrano avere anche un contraltare destinato a segnare le strategie dei prossimi anni: si chiama “value gap” e rappresenta una tensione tutta interna al mercato musicale per la spartizione di una torta che è tornata a farsi golosa dopo troppi anni di assestamento.

Stessa musica, nuovi modelli

La situazione odierna altro non è se non la risultante di un lungo processo di maturazione di servizi e consapevolezza: le battaglie della RIAA contro i pirati sembrano parte di un’epoca passata, ma anche quelle distorsioni sono servite per comprendere meglio quale fosse il male e quale il bene: oggi il mercato musicale è frutto di anni di feroce battaglia alla ricerca di un equilibrio sostenibile dopo che MP3, iPod e iTunes hanno scompaginato completamente le carte di un mercato che prima era arroccato dietro la muraglia del supporto fisico.

Oggi la voce grossa la fanno i vari SpotifyGoogle Play Music, Apple Music o YouTube ma, nonostante gli introiti siano finalmente tornati a crescere, la questione del “value gap” non può che procrastinare il dibattito intorno ai modelli ed agli equilibri tra i vari attori in ballo. Il modello che è andato imponendosi è quello “freemium”: musica gratuita basata su inserzioni pubblicitarie che portano sì ad una esplosione dei consumi, ma al tempo stesso riduce il valore marginale della musica stessa e sposta gli introiti dagli artisti ai canali di distribuzione. Valorizzare ulteriormente l’offerta premium potrebbe accontentare tutti, ma quest’ultimo passo è forse più complesso che non l’intero percorso fatto finora per cercare una alternativa alla caduta della distribuzione fisica: gli account premium rendono 40 volte di più rispetto ad un account “free” ed in questa differenza c’è tutto il margine su cui si giocheranno le tensioni del prossimo futuro.

Prima c’erano gli album. Poi c’è stato l’MP3. Oggi c’è il mondo dello streaming. Al centro di tutto ciò c’è la musica, sempre e comunque perno fondamentale dell’esperienza emotiva, ma il modo in cui vi si ha accesso è stato completamente rivoluzionato a seguito delle pressioni che la tecnologia ha imposto al comparto. La musica è stata il primo settore investito da questa rivoluzione ed è il primo ad uscirne con un orizzonte ridisegnato e sostenibile: le soluzioni che troveranno musicisti, case discografiche e servizi di distribuzione potrebbero essere modelli applicabili anche in altri settori e per questo motivo l’eco dei dati IFPI non possono che risuonare ben oltre la cerchia chiusa degli stakeholder dell’industria musicale.

Fonte: IFPI • Notizie su: , ,
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