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Vorrei ma non posto, selfie generazionale

Vorrei ma non posto (J-AX e Fedez) mescola note ad iPhone e rime a selfie, per parlare delle due generazioni che hanno vissuto la rivoluzione social.

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Io vi chiedo pardon
Ma non seguo il bon ton
Perché a cena devo avere sempre in mano un iPhone

L’ho messa a ciclo continuo perché, nella banalità di una rima baciata, spesso c’è più verità di migliaia di battute di trattazione. “Vorrei ma non posto” ti entra così, naturale e indolore, tra i gangli del sistema nervoso attraverso un video su YouTube e la pubblicità di un cornetto in tv. E lo farà ossessivamente, per un’estate intera, timbrando anche questa stagione nel cassetto dei ricordi.

Se rifiuti questo punto di vista così come hai rifiutato (in base alla tua generazione) Prisecolinesinainciusol, Asereje o Sole Cuore Amore, allora ti basterà un click per passare al prossimo articolo: buona lettura. In caso contrario rimani qui, perché in Vorrei ma non posto c’è qualcosa che va oltre la banalità di una rima baciata. Qualcosa che di questa banalità si nutre perché, sottile come l’etere, deve penetrare nel profondo e, senza scomodare la logica, vuole esplodere emozioni.

Vorrei ma non posto

Vorrei ma non posto farà ballare i Millennials, ma non parla solo di loro. Anzi. Il testo è uno stratificarsi di concetti noti, ormai di pubblico dominio, che però a livello sociale non sono ancora così metabolizzati come potrebbe sembrare e inconsciamente continuano a dettare i ritmi della nostra vita online. Risulta evidente sfogliando la bacheca media su Facebook, dove le bufale condivise e i selfie con la bocca impostata rappresentano gran parte dei contenuti messi in circolazione: quello è il palinsesto nel quale ci si muove ogni giorno cercando, ognuno per sé, di trarre spunto e soddisfazioni dai giusti amici e dai giusti contenuti.

J-AX da una parte, Fedez dall’altra. A modo loro, due icone per due generazioni differenti, con testi spesso politicamente connotati e ideali che, anche se non condivisi, sposano comunque una precisa impronta. In Vorrei ma non posto sono assieme in un grande parco di maschere e colori, parlando di device e social media con un linguaggio intriso di simpatia e luoghi comuni. Ma l’effetto è magico: potere della musica. Il primo che parla a quelli di “Mister gilet di pelle” e “Maria”, il secondo alla generazione X-Factor, chiudendo nel ritornello tipico dell’estate che accantona i problemi per regalarti leggerezza.

Linguaggio per una community

L’artefizio che consente a Vorrei ma non posto di arrivare dritto al pubblico è il linguaggio. Non serve alcuna innovazione: basta l’empatia. Un cane diventa “il cane di Chiara Ferragni”, l’iPhone è nominato a più riprese come emblema del ponte tra vita materiale e vita immateriale, Groupon è la soluzione al low-cost compulsivo e non mancano i cenni ai selfie ed alle loro distorsioni. Ognuna di queste immagini è un’esplosione di significato perché si nutre di un sostrato culturale fatto di elementi condivisi.

Non soltanto si parla di Web e di mobile, ma se ne parla con un codice linguistico riconoscibile a quanti ne fanno parte. La canzone non parla a tutti indistintamente, ma parla a milioni di account, migliaia di gruppi, una moltitudine di chat collettive, una miriade di piccole bolle che si riconoscono all’interno di quell’immensa community degli italiani connessi che in tasca hanno uno smartphone e nel pollice il prurito compulsivo dei “like”.

Un linguaggio che si prende gioco delle deviazioni della vita online, e che usa i suoi “loci communes” con naturalezza: non c’è forzatura alcuna, ci si parla tra simili e questa intimità apre le porte dell’inconscio alle parole. A bussare sono rime baciate e immagini cardine di un immaginario che è patrimonio collettivo: se si riconosce il codice non resta che aprire.

Due binari paralleli

Abbozza J-AX:

E come faranno i figli a prenderci sul serio
con le prove che negli anni abbiamo lasciato su Facebook
Il papà che ogni weekend era ubriaco perso
E mamma che lanciava il reggiseno ad ogni concerto

I timori che i Millennials nutrono nei confronti di un fenomeno come Facebook sono uguali e contrari all’entusiasmo smodato che i genitori riversano sulla piattaforma stessa, laddove hanno riversato parte dei propri anni migliori per ora additare spaventati i propri figli circa i rischi che si corrono. Poi però il testo torna in bocca a Fedez e il discorso si sposta nuovamente su qualcosa che Facebook non è:

E’ nata nel Duemila e ti ha detto nel 98
E che i diciotto li compie ad agosto
Mentre guardi quei selfie che ti manda di nascosto
E pensi, Purtroppo, vorrei ma non posto

Il doppio binario temporale continua con il cenno di J-AX alla generazione del PC, quella che comprava computer desktop con l’antivirus preinstallato («E se lei t’attacca un virus / Basta prendersi il Norton») e che oggi si trova a cercare su Instagram emozioni che solo pochi anni fa non si potevano esprimere se non centellinando con abilità e fortuna i 24 scatti del proprio rullino («Tutto questo sbattimento per far foto al tramonto / Che poi sullo schermo piatto non vedi quanto è profondo»). Il contrasto più forte è nel “si fa a gara a chi ce l’ha più grosso”: chi ha vissuto l’epopea mobile degli anni ’90 ben ricorda quanto la gara a chi ce l’aveva più piccolo (il cellulare) spostò gli equilibri di mercato verso l’impero Nokia (poi sbriciolatosi contro gli smartphone a seguito dell’avvento delle app).

Il problema da mettere da parte

Non c’è tormentone che non ponga un problema sul piatto. Lo scopo non è risolverlo, ma metterlo da parte: scioglierlo, liberare la mente. Prendiamone coscienza, insomma, tutti assieme: poi divertiamoci, passiamo una bella estate ed avremo lo spirito giusto per affrontare la vita quando sarà nuovamente il momento.

Musica per l’estate: cura omeopatica, ma efficace, per allentare una tensione. E la tensione è quella tra i due mondi nei quali occorre dividersi per esserci ed essere: quello offline e quello online, quello ove siamo per natura e quello ove siamo per gusto, pulsione e necessità.

E poi, lo sai, non c’è
un senso a questo tempo che non dà
il giusto peso a quello che viviamo
Ogni ricordo è più importante condividerlo
Che viverlo

Le notifiche continue, la ricerca dello scatto rappresentativo, la condivisione come modo di vivere e infine la necessità di scappare figurativamente in un grande parco colorato dove la vita è ballo, maschera, confusione e colore. Il finale è un’esplosione collettiva, una “Color Run” che libera la tensione e che scioglie i problemi sotto il sole e l’energia. Perché l’estate sta arrivando, i problemi devono scomparire e il divertimento è cura sociale per qualsiasi generazione che a un certo punto abbia sentito scorrere nelle vene la sensazione di sentirsi giovani.

E ancora un’altra estate arriverà
E compreremo un altro esame all’università
E poi un tuffo nel mare
Nazional popolare
La voglia di cantare tanto non ci passerà

Se sei arrivato alla fine di questo articolo probabilmente le ultime righe non le hai lette, ma le hai già canticchiate. Che tu sia della generazione J-AX o che tu sia della generazione Fedez, Vorrei ma non posto ti ha detto qualcosa in cui ti sei riconosciuto.

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  • 11/05/2016 alle 09:51 #550373

    frankeyboard
    Membro

    D’accordo su tutto. Però lo sforzo di cantare per poco più di 3′ lo potevano fare: sarò capzioso ma alla tristezza del playback ci si era piacevolmente disabituati da un trentennio…