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Il futuro della privacy è il futuro dell’Europa

Il Rapporto del Garante per la Protezione dei Dati Personali solleva una questione di identità culturale: il futuro dell'UE passa anche di qui.

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C’è un aspetto che più di ogni altro emerge dal rapporto presentato da Antonello Soro a proposito dell’attività del Garante per la Protezione dei Dati Personali nell’anno 2015: lo sforzo compiuto va quasi completamente nella direzione della dimensione digitale. La transizione in atto ha infatti costretto il Garante a pensare nuovi modelli, rivalutare vecchie posizioni ed abbracciare nuove pratiche per far sì che la privacy abbia motivo d’essere anche nella nuova dimensione che l’innovazione sta imponendo. Non si tratta di semplici traduzioni di vecchie norme, infatti: c’è un mondo nuovo da interpretare e il Garante ha rivolto tutti i propri sforzi su questi aspetti.

Il leitmotiv di questa battaglia è ben spiegato dalle parole di Soro nella presentazione (pdf) del Rapporto in Senato: «Nel momento in cui si fanno più forti le spinte anacronistiche a creare “barriere” alla libera circolazione di beni e persone, il Regolamento raggiunge l’ambizioso obiettivo di assicurare una disciplina armonizzata tra gli Stati membri, eliminando definitivamente le numerose asimmetrie create nel tempo. Ma, soprattutto, la sua approvazione permette di affrontare una delle sfide più importanti che il legame tra tecnologia, nuovi diritti e strategie di prevenzione pone alle nostre democrazie: la convergenza globale nella tutela di un diritto – quello alla protezione dati – che rappresenta il primo presupposto di libertà nella società digitale».

Ma Soro va anche oltre, cercando in questo fervore motivazioni di più ampia risonanza e proiezioni di maggior proiezione al futuro: «L’Europa ha oggi la straordinaria opportunità di proporre, su scala mondiale, il proprio modello di protezione dei dati quale autentica bussola nel pianeta connesso, capace di coniugare al punto più alto i diritti delle persone con le esigenze del mercato. E può diventare – nella chiave di una maggiore protezione dei cittadini – lo strumento attraverso il quale le nostre imprese possono competere con i giganti del web e trovare un ruolo non subalterno nella geografia dell’economia mondiale.

Privacy: i dati sono ricchezza

Se il controllo dei dati è ricchezza, ecco che la tutela di tale controllo diventa un bisogno primario degli Stati, in difesa tanto dei propri cittadini quanto di un bene che aziende estere tentano continuamente di far proprio. Per far sì che il valore marginale dei dati torni a valori tali da non incoraggiarne la raccolta deregolamentata, i Garanti di tutto il mondo devono dunque trovare elementi da mettere a fattor comune. Il tutto si complica nel momento in cui il mercato su cui vanno interpretati ed applicati questi nuovi principi muta fortemente e in continuazione, dando vita a contesti nei quali diventa difficile operare:

Lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie hanno cambiato in profondità l’organizzazione delle nostre vite. Dalle forme più evolute di comunicazione in rete siamo passati al consumo collaborativo della sharing economy, all’Internet delle cose, ad ambienti connessi dove anche gli oggetti dialogano autonomamente tra loro. Il tema della protezione dei dati si intreccia con le nuove realtà che, come la domotica o le tecnologie indossabili, hanno amplificato a dismisura la capacità di raccogliere, archiviare e sfruttare informazioni.

Se a tutto ciò si aggiungono l’intelligenza artificiale o la connessione del corpo umano tramite chip o soluzioni indossabili, diventa evidente quanto il tema dei big data sia centrale, di importanza tanto fondamentale da costringere il Garante della Privacy a dedicarvi quasi per intero la propria attività. Capire per agire, prevenire per non curare, anticipare per non arrivare in ritardo di fronte ad una sfida tanto complessa e delicata:

Pensiamo che per contenere un uso distorto ed “incontrollato” dei nostri dati sia indispensabile promuovere una maggiore consapevolezza sulle intrinseche ambivalenti potenzialità che ogni tecnologia può comportare. La chiave per garantire la sostenibilità dei profondi mutamenti in atto sta nella capacità di coglierne le opportunità, rafforzando i valori che ci appartengono, non facendosi abbagliare dal fascino di tutto quello che
tecnicamente è possibile

Con una spallata, infine, a dogmi che un certo tipo di cultura dell’innovazione sta cercando di imporre:

Per questo dobbiamo contrastare l’idea che sia inesorabile una progressiva riduzione degli spazi di libertà ed intimità individuale che hanno rappresentato il fondamento delle democrazie liberali del ventesimo secolo.

Da parte di Antonello Soro sembra quasi arrivare uno scudo culturale contro la percezione di una certa dinamica inesorabile, tale per cui diverremo tutti cyborg e i nostri dati saranno gestiti da entità intelligenti che guideranno il nostro operato. Secondo il Garante, invece, le maglie rimaste vergini rappresentano sacche di libertà che l’Europa ha il dovere di difendere nel rispetto del proprio passato e dei propri principi, allontanando un’idea superficiale di tecnocrazia che metterebbe il controllo nelle mani di aziende, privati e grandi corporation.

Il Rapporto è un elenco puntuale di interventi, pareri, giudizi e sanzioni che hanno animato l’attività dell’Authority nel 2015. Dietro i numeri sciorinati c’è però un principio cardine che ha caratterizzato l’intero operato e la relazione di Soro sembra pertanto avere in tal senso una importanza ancore maggiore che non il Rapporto stesso. Ad emergere sono infatti temi delicatissimi quali la tutela della privacy nel mondo della salute o la lotta al terrorismo, oggetto in quest’ultimo caso di alcune delle battaglie più dibattute:

Se, come parrebbe potersi evincere dal caso Apple-FBI, esistono le chiavi per aprire non “tutte le casseforti” ma solo quella che può dare informazioni utili per gli inquirenti – con tutte le garanzie per l’interessato – essi devono poterne disporre. E a richieste di acquisizione di dati puntuali e circostanziate per comprovate esigenze investigative, come quelle avanzate recentemente a Whatsapp dalla Procura di Milano, non può opporsi un’invocazione meramente strumentale della privacy. Ma insieme, per converso, occorre difendere con rigore il sistema generale di criptazione senza il quale si affievolirebbero non solo le tutele per i singoli cittadini, ma le stesse difese nazionali dalla minaccia cibernetica.

Il nuovo equilibrio va insomma trovato in tecniche d’indagine potenziale, in parallelo ad un uso democratico e critico delle stesse affinché la tutela degli individui possa essere sempre e comunque preservata. Il bilanciamento dei diritti non deve insomma sacrificare la privacy, né la sua bandiera va sventolata soltanto quando l’azienda intende tutelare la propria utenza. Nel Rapporto del Garante, il sistema paese rivendica il proprio ruolo di tutela del cittadino e lo contrappone al ruolo dell’azienda che tutela l’utente. Il discernimento tra utenza e cittadinanza è del resto probabilmente la chiave più interessante per poter dipanare le chiavi interpretative dell’innovazione.

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