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Il predominio delle bufale

Cos'è una bufala e perché ci cascano in tanti? Francesco Lanza racconta la sua battaglia sul filo dell'ironia.

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Aderenti al pensiero di un gruppo numeroso di persone che non hanno tempo, voglia o capacità di verificarle. Belle, semplici, di gusto elementare. Basta un click per sentirsi dalla parte che si ama di più, la propria. La bufala dilaga nei social network e nel web in generale, e anche se l’uomo ha creato finzioni fin dagli albori non c’è mai stato un tempo in cui si è potuto affermare come oggi che la cosa finta regna incontrastata tra le cose vere.

Francesco Lanza usa l’ironia per svelare la natura delle bufale della rete. Da vero situazionista, ne crea di proprie e ci svela quale sarà la prossima. Per ingannare chi ha voglia di essere ingannato. Teorico e studioso della bufala, con il gruppo Gilda35 ha tenuto nel 2015 al festival del giornalismo un panel intitolato “Bufale senza latte”, riuscendo a portare nella mecca della riflessione sull’informazione italiana questo argomento apparentemente minore, che invece è fondamentale per capire il web. E anche noi stessi. Autore di post sulla sua pagina Facebook che sono geniali debunking degli errori e delle manie dell’utente social, Lanza spiega a Webnews cosa pensa delle bufale e perché piacciono tanto.

Intervista a Francesco Lanza

Una definizione concettuale di bufala…
Il materasso perfetto per la voglia di semplificazione indotta dal flusso ininterrotto della comunicazione.

Perché è perfetto?
Non ci chiede di essere selettivi. È una calda tana del nostro intelletto.

L’ultima bufala che girava su Facebook era assurda, totalmente incoerente. Come riescono ad avere successo?
Potrei fare riferimento al lavoro di Gilda35, che secondo me è un gruppo molto preparato sull’analisi di come la comunicazione, in particolare politica, viene pompata da aiuti tecnologici. L’habitat comune in cui siamo tutti è quello dopato dai bot, controllato dai social, mentre i media non riescono neppure a tradurre come si deve questi fenomeni, usano terminologie desuete, insistono a credere a sondaggi d’opinione e metriche completamente saltate. In questo scenario dove è difficile credere a qualcosa, è facile credere a un po’ di tutto.

Una delle tue battaglie, il debunking ironico, in Italia solleva spesso delle reazioni strane, che non si vedono, ad esempio, negli Usa.
È così. Ci sono due livelli: non si riesce a discutere serenamente di political bot – che a mio avviso in assenza di consapevolezza e regolamentazione può essere considerato parte del più grande fenomeno delle bufale – perché quando dici che una certa campagna è stata pompata, dall’altra parte c’è una reazione scomposta, di parla di falsi follower, invece sono veri, e poi si parla subito di denunce, avvocati. La stampa generalista passa i messaggi sbagliati; il secondo livello è invece quello del complottismo.

Cioè non credono al debunking?
Mi capita spesso di rivelare a un giornalista, a una testata, a un forum di discussione o a una singola persona, che ciò che hanno condiviso è stato inventato da me o dimostro che si tratta di una bufala e la reazione è “mi stai dicendo questo perché non vuoi problemi, ma in realtà è tutto vero”. Il complottismo è l’altra zampa della bufala: chi ha deciso di crederle si rifiuta di ammettere che è palesemente falsa, preferisce pensare che qualcuno vuole distrarre da una verità catturata che rende più sapiente degli altri.

È sconfortante…
Anche divertente.

Francesco Lanza

Francesco Lanza è un informatico con la passione per la riflessione satirica sulla tecnologia. Come tutti i debunker, cioè chi smonta le teorie farlocche di cui è piena la Rete, ogni tanto ne costruisce anche alcune per costringere le vittime a riflettere su certi meccanismi della psicologia e della comunicazione. In Italia un famoso debunker a livello professionale è Paolo Attivissimo.

La bufala ci rivela qualcosa che non sapevamo della stupidità?
È un paradigma, una cassetta degli attrezzi. Funziona da sempre. Io ho trovato bufale giornalistiche degli anni Venti, nate come pesce d’aprile, che ciclicamente tornano e in Rete attecchiscono. È tutta questione di azzeccare argomento e tempistica, con la novità che Internet è persistente, quindi prima o poi il tempo giusto per una bufala viene sempre. La bufala non ci fa scoprire qualcosa in più o di diverso sulla stupidità umana, ha solo trovato un terreno estremamente fertile nell’attuale panorama comunicativo.

Dici spesso che il web ha addormentato la naturale richiesta di verità: non è un po’ eccessivo?
La velocità di Internet ha come rovescio della medaglia che arrivare primi è molto importante. Già in passato pubblicare un contenuto, ad esempio da parte di un giornalista, era una responsabilità per cui molto spesso si finiva per dire la prima o al massimo la seconda cosa che passava per la testa. Ora però è accelerato, bisogna arrivare primi su tutto, con la battuta, con la notizia, con il like, con l’opinione, con lo sharing dell’opinione. Così cerchiamo istintivamente convalide delle nostre idee, essendo quelle dissonanti più faticose da processare. La bufala sfrutta questa domanda assumendo una forma di risposta ad alta digeribilità.

Se ho capito bene, quando trovo la panzana perfetta per il mio modo di pensare, per il mio lavoro di costruzione del profilo social, non mi accorgo che sto per fare la figura dello stupido?

Precisamente. Non cerchiamo più la verità, ma la prima verità disponibile.

La tua bufala più famosa è quella dei troll del PD pagati per scrivere male dei cinquestelle: com’è nata?

Un esempio perfetto di trollaggio che anche quando svelato dall’autore non è più possibile spegnere. Nonostante abbia rivelato di essermelo completamente inventato, continuano ad esserci persone disposte a credervi, per il fenomeno dell’assonanza cognitiva col proprio mondo.

Ne stai preparando un’altra?

Sono talmente certo che comunque ci sono gruppi di persone che ci cascheranno che la posso anticipare. Ho scoperto un pesce d’aprile del 1920 che nel giro di pochi mesi, dalla Germania è passata agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. Si tratta della fantasiosa ipotesi di estrarre il lardo dal maiale senza ucciderlo. Sono sicuro che trovando l’occasione giusta, questa idea scatenerebbe i forum di vegani, antivegani, animalisti, e nel giro di poco diventerebbe una bufala. A quel punto svelerei di cosa si tratta.

Ma molti continuerebbero a crederci e diffonderla.

Perché avere un motivo per andare in guerra è più importante del sapere se questo motivo è buono oppure no. Almeno per certe persone. Tuttavia, è bene precisare che quando scrivo i miei post metto sempre qualcosa che garantisca una riserva mentale, e degli strumenti di consapevolezza. Altrimenti è come la brutta satira, o un truffa.

La bufala può far male?

Può farne molto. C’è una bufala storica che lo spiega bene, quella della Lazy Segway Mom. Alcuni anni fa un giornalista fotografò per caso una donna che spingeva un passeggino a bordo di un segway. Per l’autore si trattava di un esempio plastico della pigrizia dell’upper class e delle manie tecnologiche. Ci scrisse un articolo di fuoco su Gizmodo, che ebbe molta diffusione e la donna venne riconosciuta. Così si scoprì che usava quel metodo strano perché soffriva di un tumore alle ossa, che le impediva di spostare il figlio come avrebbe voluto. Il giornalista chiese scusa rettificando l’articolo. Ma non è servito a nulla. Anche di recente si è scusato di nuovo, ma quell’articolo errato è diventato una bufala che alimenta sempre del nuovo risentimento. È una immagine semplice, equivocabile. La bufala perfetta.

Un trucco per evitare la bufala?
Ogni volta che troviamo qualcosa che è perfetto per il nostro modo di pensare e non ci richiede sforzo, non condividetelo. Vale la regola del commercio: se un’offerta è troppo bella per essere vera probabilmente non è vera.

La Lay Segway Mom è una bufala tristemente nota, che si fonda sue due elementi molto forti: il giudizio superficiale della gente e la persistenza del contenuto online a dispetto della smentita.

La Lazy Segway Mom è una bufala tristemente nota, che si fonda sue due elementi molto forti: il giudizio superficiale della gente e la persistenza del contenuto online a dispetto della smentita.

Fonte: Webnews • Notizie su:
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