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L’Italia cerca un’economia digitale

Facebook insieme a Confindustria ha organizzato il primo forum sull'economia digitale: tra casi di successo e numeri, la domanda su cosa ci aspetta.

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Cosa succede dopo? Se lo chiede Confindustria giovani, che ha realizzato insieme a Facebook un forum sull’economia digitale che è occasione per raccontare gli esempi migliori di trasformazione digitale dell’impresa e provare a individuare cosa manca e cosa invece ci aspetta nell’infrastruttura del paese. Ma tra speech e storytelling, alla fine cosa resta? Un paese che ancora premia chi ce la fa, ma non abbastanza chi ci prova.

Il #fed2016 ha certamente il pregio di aver sottolineato il costo del ritardo digitale valutabile in circa 2 punti di PIL e nella mancata creazione di circa 700 mila posti di lavoro. Il gap digitale italiano è stimabile intorno ai 25 miliardi di euro l’anno di mancati investimenti. Marco Gay, presidente di Confindustria giovani, approfittando della data ha citato la presa della Bastiglia e la rivoluzione francese come metafora dei cambiamento radicale imposto da una generazione rispetto alle precedenti, di un tempo sull’altro, di un mondo nascente su quello che si credeva eterno. Effettivamente sulla trasformazione digitale dell’impresa italiana sembra come al solito di andare troppo lenti rispetto agli altri, almeno tre volte più lenti degli Usa e la metà della media europea.

Il senso di Facebook per l’impresa

Per stimolare la crescita economica e culturale del nostro Paese occorre intervenire sulle infrastrutture tecnologiche. Questo è pacifico. Lo ha spiegato anche Luca Colombo, country manager di Facebook in Italia, prima nel suo intervento in plenaria a Milano Fiera e poi in sala stampa. Se si parte dai dati più recenti si arriva alla conclusione che c’è bisogno di allargare la base: il 28% degli italiani non ha mai usato Internet, rispetto alla media europea l’Italia è 24esima su 28 in termini di competenze digitali, sia degli individui che delle imprese. Il DESI mette l’Italia penultima nella crescita digitale. Addirittura siamo ultimi in termini di utilizzo degli strumenti online, soprattutto per le transazioni, le interazioni con altri e la lettura delle notizie; in Italia il 6,5% delle piccole e medie imprese vende online contro la media del 16% nell’UE.

La tecnologia al servizio delle imprese, Facebook al servizio delle imprese, significa ovviamente ragionare sul salto digitale che ancora manca al paese, un approccio più consono alle pressioni del mercato. Al di là però delle ovvie qualità che il social network mette in campo per le aziende: il social marketing su una piattaforma che in pratica corrisponde ai navigatori in rete, strumenti di misurazione, e i fortissimi progressi che arriveranno con l’intelligenza artificiale, per la traduzione istantanea in tutte le lingue (il team di Applied Machine Learning ha costruito un sistema di traduzione automatica basato sull’AI che consente a 800 milioni di persone ogni mese di vedere le traduzioni dei post nel loro News Feed), il supporto nella composizione dei propri testi, i bots per Messenger. Oltre c’è un paese che ancora non supporta adeguatamente la relazione tra cittadino, impresa e Stato.

Nicola Mendelssohn

Nicola Mendelssohn, vice presidente di Facebook per EMEA, è intervenuta al FED2016, il primo evento di questo tipo realizzato da Facebook in Italia. Il suo breve intervento ha preso spunto dal discorso di Mark Zuckerberg all’ultimo f8, parlando della volontà di connettere tutto il mondo, e ha anticipato che i video, i quali occuperanno entro il 2020 l’80% del traffico del sito, sono il terzo stadio di quattro evoluzioni delle priorità: il testo, le immagini, i video e in futuro la realtà virtuale.

Questo tema è stato evidenziato da Paolo Barberis, che ha ripreso quanto aveva già detto a Perugia al festival del giornalismo, cioè la necessità per il governo di non realizzare piani economici destinati a invecchiare velocemente («qualsiasi piano che non comprendesse l’accelerazione degli ultimi tre anni sarebbe comunque da buttare»), ma un ecosistema digitale che permetta di loggarsi con la pubblica amministrazione. È lo Spid, oggi, e in futuro Italia login. Un sistema unificato, il cui substrato sono le linee guida dell’Agid per i siti web della p.a. e il tipo di interfaccia con cittadini e imprese. Il mercato delle applicazioni farà il resto.

Qualche numero

Il forum dell’economia digitale (diretta streaming) ha reso noti alcuni dati sullo stato attuale. Numeri sulla produttività, le fette di mercato, la demografia che costituiscono le sfide della trasformazione digitale.

900 mila: I posti di lavoro che non vengono occupati per mancanza di competenze digitali.

18,2 milioni: Gli italiani che accedono in Rete da smartphone e lo usano mediamente per 109 minuti al giorno.

1,2 miliardi: Le connessioni con Pagine gestite dalle piccole e medie imprese che investono in advertising su Facebook; l’Italia rappresenta la quinta nazione nel mondo per crescita anno su anno.

L’importante è non illudersi

Questo genere di convegni sono certamente istruttivi, per almeno due ragioni: danno una spinta a un movimento che è sia di pensiero che azione; mostrano la voglia di essere migliori di una classe dirigente. Il problema sta tutto nel fare in modo che effettivamente il sistema paese migliori, perché guardandosi attorno non sembra proprio andare così. Il disfattismo è una malattia infantile e va lasciata a chi ha già deciso di non fare la differenza in nessuna cosa della vita, ma il realismo è un obbligo per evitare di illudersi.

L’idea del Forum di Confindustria insieme a Facebook è buona, ma ha due debolezze. La prima riguarda il partner: una piattaforma come il social di Menlo Park, da dove tutto passa, è così importante e indispensabile che forse una riflessione sull’economia digitale dal punto di vista dell’impresa andrebbe fatta potendo includere Facebook come oggetto analizzato piuttosto che come compagno di strada. Questo perché ormai è evidente la forza centripeta di queste piattaforme, modellante la nostra economia, che ha tolto senso a una serie infinita di attività, compreso molte forme di intermediazione, dal giornalismo al commercio locale. Il secondo problema è confondere i casi di successo coi casi emblematici o seminali. Purtroppo in Italia si è importato il format di certe convention e talk dove il case history è completamente ispirazionale. Ma a cosa serve un elenco di storie d’impresa ognuna diversa dalle altre, dove il filo comune è più la presenza di un capitale, un vantaggio competitivo oppure forza, intuito irriproducibili?

È innovativo un paese che supporta chi prova a riuscire, non chi è già riuscito per qualità sue. La sensazione in questo primo convegno è che il contorno della realtà del paese sia sfuocato, perché lo zoom è su storie brillanti d’impresa e non sulle debolezze infrastrutturali che chiamano in causa la politica in senso lato: decisioni, cultura, leggi. A meno che qualcuno non creda davvero che basta comprare advertising su un social network per risolvere tutti i nostri problemi. Un obiettivo per la prossima edizione potrebbe essere orientarsi di più sui mali, anche se spiacevoli e brutti d’aspetto. Nel realismo puro non c’è la verità, l’ideale è sempre necessario per spingersi più in là, ma è questo il tratto dell’approccio adulto: tenerli assieme.

Fonte: Webnews • Notizie su:
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