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T.C., l’oblio sia un suo diritto

La triste storia della giovane T.C. termina nella tragedia, ma al suo diritto ad essere dimenticata si accompagni una riflessione per quanto accaduto.

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Certo, potremmo affrontare la vicenda di T.C. dal punto di vista umano, invocando silenzio e rispetto per il dramma vissuto dalla ragazza. Oppure potremmo affrontare la vicenda di T.C. dal punto di vista della tecnologia, chiedendoci quali responsabilità abbiano gli strumenti digitali e dove stia la loro neutralità. Potremmo anche tentare di calibrare le responsabilità, giocando a rimpiattino tra coscienza e rabbia, senza ottenerne nulla ma riuscendo a mettere assieme un numero di frasi sufficiente per articolare un discorso compiuto. Ma in ognuno di questi casi con cosa ne usciremmo? Nulla. Con nulla, in ogni caso.

La storia di T.C. è una storia triste, comunque la si guardi. E non stiamo qui a raccontarla perché lo stanno facendo in molti. Anzi, il risvolto cupo della tristezza è proprio in questa fase successiva alla tragedia: poche ore dopo che una ragazza di 31 anni si è tolta la vita soffocata da qualcosa che non avrebbe mai immaginato, la sua storia continua a essere scritta. Il diritto all’oblio non le è concesso soprattutto in questa fase nella quale il lutto è ennesima occasione di notorietà e bastano rapide ricerche su Google o YouTube per incrociare la coda lunga di quella storia: interviste, sfottò, parodie. Il suo nome ripetuto in modo ossessivo, i fotomontaggi usati con leggerezza, il tutto moltiplicato senza sosta e senza argini. Il tutto indicizzato, a portata di click, sempre in vetrina per chi vuol prendervi parte. Sempre, anche ora, soprattutto ora.

Questa è la rete, ragazzi. Questo è l’effetto che si rischia quando non si ha piena consapevolezza di quel che si sta facendo, ragazzi. Questo è il Web, ragazzi. Questo è il digitale, ragazzi. Però, ragazzi, pensarla così significa soltanto scaricare al di fuori di sé la responsabilità delle proprie scelte. Perché se il Web moltiplica senza argini, la colpa non è del Web, ma di chi lo utilizza dando sfogo a istinti, volgare superficialità, ricerca di traffico e mille altre deviazioni sul tema. La colpa è in noi. In ognuno di noi. In ogni upload e in ogni click, in ogni scelta e in ogni link. Tutto quel che è azione, soggiace ad una responsabilità e fa riferimento ad una persona. A un Noi, a un Io.

T.C. non c’è più, o almeno questo è quel che ha forse sperato in quell’ultimo momento disperato. Togliersi la vita è stato un modo estremo e semplice per cancellare tutto quel nella realtà non si riusciva a far scomparire. Togliersi la vita è stato l’unico modo per scappare a ciò che la perseguitava e probabilmente le toglieva ogni margine d’azione.

Il diritto all’oblio sia il fiore che ognuno depone alla sua memoria. Si dimentichi T.C. e si faccia in modo che la sua ultima volontà possa aver luogo. Cancellate quei file, dimenticate quel che è successo. O ricordatevene, ma spersonalizzando i fatti per lasciare in sé soltanto traccia di quel che è stato, senza colpe da attribuire, giudizi da dispensare o dita puntate. Noi in questo articolo non l’abbiamo nemmeno nominata, né usiamo alcun grassetto, tag o link, né lasceremo che queste righe possano essere visitate tramite un qualsivoglia motore di ricerca. Questo perché non vogliamo trasformarla in keyword dopo che in troppi l’hanno già trasformata in icona di quel che non avrebbe mai voluto essere: almeno quest’ultima violenza, almeno quest’ultima, gliela possiamo evitare.

Smettiamo di rappresentarci dietro un monitor e assumiamoci responsabilità vere. Diamo fiato alla coscienza anche quando un monitor ci fa sentire al riparo e al sicuro. Addio T.C.: questo articolo finisce qui.

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