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Quando la Crusca diventò socialosa

All'Internet Festival l'esperienza dell'Accademia della Crusca sui social network: un caso di successo con gli inevitabili traumi, e il fenomeno petaloso.

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Il famoso elenco di presuntuose competenze dell’italiano medio, un ventaglio che va dal commissario tecnico della nazionale di calcio al costituzionalista, da almeno quattro anni, cioè da quando l’Accademia della Crusca ha aperto i suoi account social, ha un nuovo titolo: il linguista. L’incontro con le ricercatrici della Crusca e la storia di come hanno gestito l’incontro con una platea molto più grande è un caso esemplare, a tratti molto divertente, di quanta pazienza ci voglia e anche di quali armi bisogna dotarsi per gestirli al meglio. Se ne è parlato a Pisa, in occasione di Internet Festival 2016.

Vera Gheno e Stefania Iannizzotto hanno sempre saputo di essere avamposti della correttezza linguistica su Facebook e Twitter, consapevoli però che questa posizione le avrebbe messe al centro del mirino dei leoni da tastiera, degli insoddisfatti perenni, dei bastian contrari per principio, del commentatore di passaggio irreparabilmente fuori argomento o in ritardo sul risultato di un flusso di commenti, perciò continuamente ravvivati. «Un po’ come la peperonata», dice ridendo la professoressa Gheno, facendo intuire che talvolta certi episodi restano indigesti. Il giudizio su quanto fatto sui social network e con la platea che li abita è comunque molto positivo: le pillole grammaticali una volta alla settimana, l’engagement su Facebook, i retweet e i trend topic su alcune soluzioni proposte alle centinaia di curiosità che ricevono ogni settimana, testimoniano che anche una seriosa istituzione come l’accademia fiorentina nata il 25 marzo del 1585 può frequentare habitat digitali.

La compulsione sgrammaticata

L’Accademia della Crusca è, tra le tante cose, un problem solver, un Mr. Wolf della lingua italiana. Spetta a lei dipanare i dubbi sulla lingua di Dante, Leopardi, Manzoni, D’Annunzio e Fabio Rovazzi. Mica semplice. Già, perché l’emersione dell’aggressività tipica della popolazione online non è soltanto un campionario psicologico, ma anche grammaticale. E lo studio di Tullio de Mauro, quello che lanciò l’allarme sulle competenze linguistiche del popolo italiano, è confermato:

De Mauro sostiene che l’italiano sta benissimo, sono gli italiani a non parlarlo bene: possiamo confermarlo. Da questo assunto sorge poi il problema che molto spesso chi viene a commentare per sdottorare su un certo dilemma è puntiglioso sul nostro lavoro, ma non si rende conto in realtà di non avere gli strumenti, le capacità. Intendiamoci, anche noi possiamo sbagliare e quando è capitato l’abbiamo ammesso. Tra le varie reazioni possibili sul web c’è anche la mania grammaticale che invece non deve diventare l’occasione per disprezzare gli altri.

Vedere scorrere le slide preparate dalle due ricercatrici della Crusca è come rivedere al rallentatore un match senza esclusioni di colpi. Molti dei commenti non sono mai stati visti, filtrati secondo alcuni termini oppure cancellati dalla posta dei messaggi privati, che in alcune occasioni si è riempita di spam. La dinamica è sempre la stessa: più una persona ignora la complessità di un certo argomento e più è convinta di dominarlo e di fronte a chi rappresenta una istituzione basata sulla reputazione molti provano il compulsivo desiderio di confrontarsi e di smontarla, odiano sentirsi inferiori, oppure odiano che una certa opinione o affermazione dell’Accademia sia contraria alla loro: apriti cielo. La Iannizzone ha utilizzato diversi metodi, dai più duri, al dialogo, all’indifferenza:

Nel caso di “petaloso” ho bannato solo 5 persone, è raro che si arrivi a questo. L’esperienza ci insegna che il principio più valido resta cercare un dialogo, spiegare la propria opinione e anche essere indifferenti ai provocatori. Ogni tanto propongo anche degli abbracci, alla Gianni Morandi, che è il maestro di tutti i community manager.

Internet non corrompe la lingua

Internet parla una sua lingua? Non proprio, come spiega Vera Gheno nella nostra intervista. Non c’è dubbio però che spinga alla creazione di neologismi. Basti pensare ai verbi derivanti dagli strumenti: googlare, whatsappare, snappare. Piuttosto prevedibile anche la vita di questi termini, legata a quella di questi strumenti: in alcuni casi entreranno nel vocabolario se mostreranno di essere utili e di essere molto usati, in altri casi invece non se ne troverà più traccia nell’uso comune e cadranno in disuso. Gli strumenti danno forma anche ai tipi di linguaggi: una dodicenne non scrive quasi mai testi su Whatsapp ma preferisce inondare le amiche di messaggi vocali; i bambini si divertono con le emoticon; su Facebook l’età media è più alta e i contenuti più strutturati; Instagram fa impazzire teenager e giovani adulti, che costruiscono un profilo più attraverso contenuti emozionali che con le parole. No, Internet e i social non devastano la lingua, stimolano usi differenti, più sintetici e informali. Gli errori ortografici di cui la Rete è piena dimostrano invece che c’è una carenza a monte assai più preoccupante dell’adattamento della lingua al mezzo, che denota invece una buona flessibilità.

Petaloso: un caso mondiale

Nessuna di queste nuove parole e di queste dinamiche ha mai causato i problemi sorti con “petaloso”, un vero caso mondiale che l’Accademia mai avrebbe pensato di dover gestire. Tutto è nato con la semplice risposta data a un bambino, Matteo, che in un compito scolastico aveva scritto questa parola, segnata errore dalla sua maestra che però ne aveva colto il fascino. Come capita più spesso di quanto si possa immaginare, la Crusca ha ricevuto un quesito dallo stesso bambino (sollecitato ovviamente dalla stessa insegnante), al quale ha risposto in termini ineccepibili: la parola è sensata dal punto di vista morfologico però non esiste nella lingua, è insomma “un errore bello”; tuttavia, se mostrasse di essere apprezzata e usata da molte persone per molto tempo, potrebbe un giorno anche entrare nei dizionari come nuova voce. La lettera protocollata è stata pubblicata sui social dalla maestra con gioia di tutti e del bambino in primis, nelle prime 24 ore tutti – persino il presidente del Consiglio Matteo Renzi – fecero a gara a usarla nel modo più simpatico. Poi, il crollo del dibattito. Arrivarono gli hater, provocati da un velocissimo decadimento dell’informazione:

Nel giro di poche ore la Crusca aveva “accettato” il termine, per un intero giorno abbiamo dovuto rispondere agli insulti di chi non aveva capito come funziona l’inserimento di un nuovo termine nella lingua, che spetta agli esperti di lessicografia che lavorano per chi fa i dizionari; 24 ore dopo si cercava di smontare il caso portando come prove inconfutabili l’apparizione di questo termine o di termini simili in eventi pubblici o manoscritti di decenni o centinaia di anni prima: come se un bambino di otto anni potesse esserne a conoscenza.

Basta riguardare il dibattito su Twitter per rendersi conto che il danno ormai è fatto: nonostante gli sforzi per chiarire la cornice, tutto sommato piccola, ancora oggi ogni volta che nasce una discussione su un nuovo termine tutti chiedono alla Crusca di inserirlo nella lingua. Compito di approvazione che non le spetta più dal 1923 (in un certo senso non spetta a nessuno tranne che alla lingua stessa e alla sua evoluzione). Non c’è soluzione, tranne forse inserire un disclaimer nelle lettere che l’Accademia scrive, a decine ogni settimana, a chi porge loro dei dubbi sulla lingua, specificando che si tratta di un parere, non di un sigillo, e che prima di condividerla online sarebbe meglio chiedere il consenso. Non tutto il flame viene per nuocere, comunque: con petaloso gli account hanno guadagnato 40 mila follower, il tweet co1legato all’hashtag venne retwettato 600 volte, le visualizzazioni in Italia hanno toccato quota 75 mila, per un breve periodo è stato trending topic mondiale.

La Crusca non ha una netiquette ufficiale, forse anche perché dobbiamo prima trovare la parola italiana giusta, generalmente ci basiamo su fonti certe, non rispondiamo mai improvvisando e non rispondiamo alle provocazioni. Tranne a quelle ironiche e intelligenti come quella straordinaria del Lercio quando ci coinvolsero su “qual è” con l’apostrofo. Un momento epocale.

Lunga vita all’Accademia e alla lingua italiana. E anche all’ironia.

Fonte: Webnews • Notizie su: ,
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