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Il genio di Herzog racconta Internet

Il documentario di Herzog è un capolavoro che non sa di esserlo: semplice e profondo, un messaggio di serietà quasi fanciullesca sul mondo del futuro.

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L’inquadratura sfocata osserva il passaggio di tanti studenti californiani, molti dei quali probabilmente ignari che il 29 ottobre del 1969, in uno stanzino di quella Università, attorno alle 22.30, è partito il primo messaggio sulla rete Arpanet. Un piccolo messaggio da un host all’altro, cioè da un computer all’altro, di una fragilità tale che non riuscì neppure ad arrivare completo. Quel piccolo vagito imperfetto era però destinato a cambiare il mondo come poche altre rivoluzioni hanno fatto, forse nessun’altra. Il grande regista Werner Herzog parte da questo luogo e da questa inquadratura per raccontare le sue “memorie di un mondo connesso”, un documentario proiettato al Festival di Pisa, città fondamentale per l’Internet italiana come L.A. lo è stata per il mondo.

Fatto di materiale militare, indistruttibile. Una cabina dove c’è tutto quanto anche oggi, a quasi mezzo secolo di distanza, riconosceremmo subito: schede, ventole, modem. Le dimensioni sono diverse, la potenza di calcolo incommensurabilmente inferiore, ma c’è già tutto. Leonard Kleinrock, il professore che inviò il primo “log” (ma si fermò a “lo” perché cadde la comunicazione telefonica) lo ammira ancora, lo tocca come un bambino. Il primo capitolo del documentario di Herzog, Lo and Behold, parla del primo passo. Poi procede, capitolo per capitolo, come un agile saggio di neppure cento pagine, lungo il percorso che il regista si è dato col suo stile unico: semplicità e profondità, curiosità e perplessità di fronte alla realtà, inquietudine e speranza.

Un viaggio che conta sulle parole dei pionieri – un altro tema germinale del regista, anche nei suoi film di tanti anni fa, ad esempio Fitzcarraldo – come Joseph C.R. Licklider, l’uomo che ha teorizzato la connessione di tutti i computer del mondo, ma è la fantasticheria di Herzog, la sua incredibile capacità di perdersi ritrovando sempre la strada, che prende forza di minuto in minuto, lasciando l’enciclopedia per l’immaginazione, calata in piccole storie di persone coinvolte a vario titolo nella storia di Internet. Che è la nostra.

Il documentario di Herzog sul nostro mondo connesso è dunque esaustivo? Per nulla. È un monito? Alcuni giornali hanno voluto cercare un titolo facile, ma non è neppure questo. Lo and Behold in fondo è esattamente come il suo titolo, comincia a parlare di Internet e va oltre, si interessa al pubblico, lo vuole porre di fronte ai fatti senza giudicarli, mantenendo con la sua sola voce fuori campo – riconoscibilissima col suo inglese da tedesco di baviera – il controllo pressoché totale della narrazione. Insomma, in 108 minuti Herzog riesce a fare un capolavoro, lasciando parlare ad esempio Elon Musk e il suo progetto di colonizzazione di Marte, senza una tesi di partenza, senza interrompere quasi mai l’intervistato, senza giudicare. Ma lasciando allo spettatore la sensazione, una volta riaccese le luci in sala, che non si è la stesse persone di prima, che ora guarderemo a Internet con la serietà e dignità umana che comporta.

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