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Westworld: IA, realtà virtuale e gaming

Westworld è una serie tv in onda su Sky che porta a riflettere sull'Intelligenza Artificiale, sulla realtà virtuale, sul gioco e su se stessi.

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Cosa sia Westworld, la nuova serie tv in onda su Sky (disponibile anche su Sky Go e NowTV), è difficile a dirsi. Se ne possono leggere decine di recensioni, ognuna delle quali focalizzata su una sola delle molte chiavi di lettura disponibili nella complessa trama disegnata da Jonathan Nolan e Lisa Joy. Ma uno sguardo più generale e meno analitico non è meno affascinante, anzi.

Questo perché Westworld è anzitutto una bulimia di spunti, qualcosa che intreccia tematiche complesse lasciando che in qualche modo vadano ad esplicarsi da sole. Naturalmente. Sarebbe riduttivo pensare a Westworld come una serie tv sul tema dell’Intelligenza Artificiale, perché in realtà c’è di più. Sarebbe altresì riduttivo (benché intelligente) descrivere la serie come la narrazione di un grande videogioco, perché si andrebbe a spostare il mirino da quel che Westworld vuole essere realmente. Inutile tanto meno fermarsi ai concetti di realtà virtuale o di realtà aumentata, perché ci si allontanerebbe sempre di più da quel che la serie tv sta davvero raccontando.

Westworld: la trama (no spoiler)

La struttura narrativa è chiara fin dai primi minuti: c’è un mondo reale, pur se per molti versi virtuale, nel quale chiunque può immergersi per giocare. In questo mondo, ambientato nel Far West, si diventa cowboy indossando un cappello e andando quindi in cerca di avventura con donne, cavalli, banditi e risse al saloon. I personaggi sono di due tipi: gli ospiti, coloro i quali vanno a vivere questa avventura a pagamento per immergersi nei piaceri di un mondo “dove tutto è concesso”, e i residenti, androidi del tutto simili agli umani tanto nella carne quanto nel pensiero.

Le complicazioni insorgono ai confini di questo scenario, laddove gli ospiti non si comportano secondo gli schemi e laddove i residenti fuoriescono poco alla volta dai paletti dettati dal codice. Ogni mattina Dolores Abernathy si sveglia e la sera vedrà suo padre morire; ogni giorno Maeve Millay tenterà di sedurre gli ospiti con i propri sguardi ammiccanti: loro e molti altri, nel disegno del regista della trama Robert Ford (interpretato da Anthony Hopkins), sono tasselli di filoni narrativi di un grande gioco che, nel ripetersi delle sue costanti, offre una quantità infinita di variabili e di dettagli.

Saranno i dettagli a rivelare le variabili. E saranno le variabili a rilevare le sfumature che danno il senso della vita di Westworld.

La complessità di Westworld

Westworld è una serie tv complessa perché fatta di continue reiterazioni che costringono lo spettatore a riflettere e osservare: ogni qualvolta c’è una variante nella trama preordinata, c’è un dettaglio che va aggiunto al quadro complessivo. E ogni qualvolta ci sia un nuovo dettaglio che si aggiunge al quadro complessivo, c’è una variante che viene determinata. La trama viene a dipanarsi pertanto sommando le differenze, evolvendo in modo naturale sotto gli occhi dello spettatore così come sotto gli occhi degli ospiti del gioco.

Una serie tv difficile? Lo è nella misura in cui si è disposti ad accettare la complessità. Ma anche il piacere nella visione vive della medesima proporzionalità.

Westworld

Westworld

Questa complessità costringe lo spettatore ad un ruolo attivo: lo coinvolge nel disegnare la trama nella misura in cui occorre capirne le dinamiche. E dietro questa complessità c’è il segreto del coinvolgimento che porta al cuore vero di Westworld: mentre si riflette sul comportamento degli ospiti e sulle devianze dei residenti, inevitabilmente ci si ritrova a riflettere su se stessi. Ogni spettatore può ritrovare in Westworld tasselli di sé gettati nel calderone ribollente di quel Far West che è la vita. Il dolore e il ricordo, la memoria e la coscienza, l’istinto e la ragione, l’amore e la finzione, la consapevolezza e l’ardore: ingredienti che possono essere dosati nel modo in cui ognuno di noi tenta di fare nella quotidianità, affrontando il destino (nella vita reale) o la grande trama del gioco (in Westworld).

Tutto in questo mondo è magico. Tranne la magia

Come ci si comporterebbe in un mondo come Westworld? Dove si andrebbe a cercare il confine tra il reale e il virtuale, così da mantenere fermi alcuni punti di riferimento? Dove si andrebbe a titillare il proprio piacere? Cosa si andrebbe a cercare negli sguardi delle prostitute o nella fondina dei cowboy? Quale sarebbe il limite oltre il quale la propria consapevolezza cederebbe alla fantasia e Westworld diventerebbe un perfetto placebo alle difficoltà della vita reale?

L’Intelligenza Artificiale dei residenti è sì uno spunto di riflessione affascinante, ma non è il fine: è un mezzo. Così come lo è il confine tra reale e virtuale del gioco. Così come lo è il gioco stesso, trama narrativa che, andando ben oltre l’alta definizione dei videogame, supera la realtà aumentata fino a creare un simulacro della realtà stessa. Ma questi filoni sono soltanto strumentali ad una trama che si riavvolge su di sé giorno dopo giorno.

Westworld

Westworld

Lo spettatore, così come molti residenti di Westworld, si trova a guardarsi lo specchio per chiedersi chi sia e quale sia il proprio ruolo nel mondo. Perché nello specchio si vede il proprio simulacro, una proiezione di sé a cui ordinare il comportamento da tenere in quell’altra dimensione. La magia di Westworld sta nel fatto che proietta lo spettatore in questo Far West affinché possa mettere alla prova sé stesso: come in ogni gioco, ove la formazione del sé passa attraverso regole, sfide, errori e nuovi tentativi.

Chi trova Westworld difficile, non si volti: la vita reale è molto di difficile poiché molto più complessa, spesso non ci sono regole e non si può certo dire che tutto sia concesso. Ci si guardi allo specchio, piuttosto, e si chieda quale sia la propria posizione nel mondo. Oppure passi dalla prima alla seconda puntata, e quindi alla terza e così via, perché forse la matassa può essere dipanata dettaglio per dettaglio, variante per variante, partendo ognuno dal proprio antefatto. Notando, ogni giorno, dettagli e varianti che danno forma al sé.

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