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Referendum: 80 mila ostaggi di un like

Una pagina che raccoglieva fan di Corrado Augias è diventata una pagina che promuove il SI al referendum, raccogliendo gli strali di migliaia di utenti.

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Immagina di aver avuto un invito ad un concerto. Ci vai, perché ti piace. Ci vai, perché vuoi goderti la serata tra persone che condividono le tue stesse emozioni. Arrivi, entri e trovi molta bella gente che non conosci. Intravedi anche qualche conoscente da lontano e pensi “oh che coincidenza, anche lui qui”. E ti fa piacere la cosa. Il palcoscenico è enorme, la platea è piena. Ad un certo punto però succede qualcosa di strano: sul maxischermo iniziano a comparire immagini di politici e bandiere tricolori, strani testi e fastidiose evocazioni. Poi uno sconosciuto sale sul palco, prende il microfono e inizia ad elencare i motivi per cui occorre votare in un certo modo al referendum.

La prima reazione è quella di fastidio: sei lì qui per divertirti, perché mai dovresti sentire quel tizio che parla? Non è questione di SI o di NO: eri lì per assistere ad un concerto, non una tribuna politica. L’impulso è quello di uscire, ma sei dentro la bolgia e prima di raggiungere l’uscita devi sorbirti le argomentazioni del tizio che parla: SI perché salverai il mondo, SI perché il NO lo votano quegli altri, SI perché lo dice quel tale, eccetera. E ancora una volta il problema non è il SI: il problema è che sei fuori dal contesto in cui pensavi di essere, in cui volevi essere, in cui eri convinto di essere.

Tutto ciò è successo. Ed è successo ad oltre 80 mila persone. Dove? Su Facebook. Ed è solo uno dei tanti casi.

Questa pagina nasce dalla volontà di persone e comunità che vogliono lavorare per il cambiamento.

Update. A distanza di giorni, la pagina è stata rimossa proprio nelle ore in cui iniziava a pubblicare contenuti: le segnalazioni degli utenti hanno probabilmente portato alla chiusura precauzionale della stessa da parte del social network, in attesa di ulteriori verifiche. Quello che segue è uno screenshot della pagina prima della chiusura:

paginadeifandiperchesi

La pagina, prima della rimozione: oltre 80 mila follower

Pagina dei fan di Perché SI

Oltre 80 mila persone sono dentro lo “stadio” e nemmeno ricordano perché: probabilmente seguivano la pagina di qualche gattino, o erano fan di qualche iniziativa ecologica, oppure si erano iscritti svogliatamente in un weekend di maltempo per poi dimenticarsene. Fatto sta che, silente, quella pagina rastrellava follower in non si sa quale modo, gonfiando il proprio potenziale giorno per giorno in attesa del momento opportuno. E il momento opportuno è arrivato: quando ormai mancano poche settimane al referendum, la pagina ha cambiato volto e si è trasformata in qualcosa di nuovo, e sicuramente di differente, rispetto alle origini.

Improvvisamente emerge, inizia a pubblicare contenuti, ed ecco che i follower ne possono assumere consapevolezza: ti trovi iscritto ad una pagina la cui copertina è un enorme “Perché SI“, una pagina che si chiama @Paginadeifandiperchesi. Attorno a te altri 80 mila account, e dietro ogni account c’è una persona, e molte di queste persone sono più che incredule. I commenti dicono tutto in proposito: molti quelli che si lamentano di trovarsi inconsapevolmente iscritti alla pagina, qualcuno minaccia querele, molti lanciano un “IO VOTO NO”, in generale c’è l’evidente fastidio dell’essere stati tirati per la giacchetta.

Cosa era questa pagina prima di essere questa? Il mio like non lo avreste di certo avuto. Siete da denuncia!!!

pensate di vincere con questi mezzucci?

Ho scoperto di essere stato inserito a mia insaputa in questa pagina. Siete dei criminali.

Il fatto che sia stato aggiunto a mia insaputa un “mi piace” a questa pagina è un ulteriore motivo per votare, a malincuore, NO

Cosa è successo?

Sia chiaro: il caso in esame non è l’unico, non è il primo e nemmeno sarà l’ultimo. Succede, anzi, spesso: succede che qualcuno apra una pagina su Facebook, dopodiché ne cambi la natura senza perdere i follower. Per capirsi con una similitudine semplice, è come se qualcuno creasse la pagina “I love Milan” e due giorni prima del derby la trasformasse in “I love Inter”: migliaia di follower milanisti sarebbero proiettati in una dimensione che non desiderano, subendo quella che è (con tutte le attenuanti del caso circa una parola tanto significativa) una violenza.

Facebook consente di farlo, quindi c’è chi lo fa. In questo caso appare complesso capire cosa sia successo perché le attività antecedenti al 27 ottobre sono scomparse dalla pagina, ma le condivisioni utilizzate e l’orientamento politico dei post sembra dare indicazioni sufficienti per intuire i responsabili del misfatto. Quanto è utile capirlo? Poco. Molto più utile è avere consapevolezza della dinamica e della propria reale incidenza in una corsa senza esclusione di colpi.

Alcune analisi retrospettive sembrano identificare l’origine della pagina in una pagina fan di Corrado Augias. Quest’ultimo non ne ha certamente responsabilità alcuna e 80 mila suoi fans si son trovati ad essere fans del SI. Ad oggi la pagina conta ancora più di 80 mila persone e navigandola è possibile vedere quali propri amici vi siano iscritti. La sensazione è chiara a tutti: vedere amici iscritti alla stessa pagina può smuovere qualche convinzione. I meccanismi pubblicitari del social network sono così piegati alla battaglia politica, attraverso un trucco di basso profilo e di efficacia tutta da verificare.

A che pro?

Perché organizzare una cosa di questo tipo? Si potrebbe pensare che possa giovare ad un particolare fervore politico da parte di qualcuno deciso a lottare con ogni mezzo per portare voti dalla propria parte. Si potrebbe tuttavia anche pensare che una pagina come questa possa essere strumentale alla lotta politica, ma a fini di lucro (vendendo la propria attività e la propria capacità di rastrellare follower: se non per denaro, per il favore di amicizie influenti). La dinamica è ovviamente opaca e qualsiasi tesi tenderebbe al complottismo poiché priva di qualsivoglia supporto: non resta che prendere il fatto per quello che è e pensare piuttosto ad un lato differente della questione: può davvero servire una attività simile?

Risultare iscritti “a propria insaputa” ad una pagina che promuove il SI al referendum può avere un duplice effetto: se la cosa succede all’utente che è ben disposto verso il SI, probabilmente rafforzerà tale convinzione, cementando l’opinione sulla base di una numerosa cerchia di persone apparentemente schierate nella stessa fazione (il solito meccanismo arci-noto del creare una zona di comodo entro cui gravitare in attesa dell’urna referendaria). Ad un utente che vota NO, scatena probabilmente ire furibonde che hanno poco significato: se anche solo qualche NO dovesse perdere di convinzione di fronte alle argomentazioni pubblicate a forza sulla pagina, allora l’obiettivo già sarebbe raggiunto.

Organizzare una “truffa” di questo tipo è cosa relativamente semplice ed a basso costo. Quanto possa davvero servire è difficile da giudicare: il mondo intero sta ancora cercando di capire se Trump abbia davvero approfittato di Facebook per conquistare la Casa Bianca e trovarsi ora a ragionare su una paginetta da 80 mila follower sarebbe cosa di poco conto. Tuttavia è chiaro come tale dinamica vada ad incastonarsi perfettamente in questo nuovo quadro generale in cui i social network sono diventati il ventilatore entro cui lanciare di tutto un po’ pur di attirare l’attenzione.

Post-verità, malcostume bipartizan

E ancora una volta va ripetuto: non è una questione di SI o di NO. Nelle stesse ore parte l’indagine contro le pagine attira-click del Movimento 5 Stelle, mentre il Movimento 5 Stelle contrattacca definendo bufale le invettive dei media, i quali analizzano i fake come se fossero la causa di ogni male, il tutto in una baraonda di informazioni che piovono ormai senza alcun controllo né senso critico a fungere da filtro. L’utente si trova letteralmente immerso in un fiume in piena, con ben pochi strumenti per capire e faticando anche a stare a galla.

La corsa di ambo le parti è volta a “riempire il canale”. Il primo ad essere accusato di questa strategia fu a suo tempo il Cavaliere: Berlusconi, nei giorni antecedenti le elezioni che lo hanno tenuto ai vertici per un ventennio, colonizzava radio e tv con comparsate continue ad ogni ora e per ogni motivo. Genio per alcuni, mefistofelico per altri, ma la strategia sicuramente funzionò. Oggi la nuova declinazione è elevata all’ennesima potenza con una gara continua a colonizzare il flusso informativo online, quello a cui più di ogni altro è esposta una influente fascia di votanti: sia il SI che il NO producono storie a profusione, senza che la loro veridicità sia necessaria. Non conta raccontare il vero, quel che conta è raccontare: l’era della “post-verità“, dicono quelli di Oxford. Demonizzare la controparte o esaltare la propria, trovare testimonial o destabilizzare quelli avversari, purché si occupi lo spazio e si attiri l’attenzione dell’utente: non conta quel che si dice, l’importante è parlare. Anzi, urlare. Anzi, coprire l’avversario.

Il male non è schierato: semplicemente è malcostume distribuito, strumento di lotta postmoderno nel caos infinito della dimensione online. Gli elettori sono così scaraventati da un video a una GIF, da una immagine a un link condiviso, nonché costretti a difendersi delle notizie false, dei gruppi falsi, delle pagine false, degli account falsi. Quando tutto diventa rumore di fondo, nasce l’indifferenza: è l’ultimo stadio, perché oltre c’è il crollo delle capacità di autodifesa.

Chi vince?

Non vince la democrazia. Non vince la verità. Non vince la Costituzione (quella attuale o quella che potrebbe arrivare). Non vince l’Italia e non vincono gli italiani. In questa guerra di basso profilo vince il caos, la maldicenza, il rumore. Uno dei due vincerà alle urne, ma lasciandosi dietro un paese più diviso di prima, ferite più sanguinanti e una cittadinanza meno informata su quel che è successo realmente dopo aver messo la propria croce. Ci si lamenterà forse dell’assenteismo, ma la guerra sui social network poco ha fatto per creare un clima collaborativo da cui far emergere una verità condivisa e coinvolgente.

Nel luogo della “condivisione”, di condiviso c’è ben poco. Nel luogo in cui l’accesso alle informazioni doveva essere facile e libero, l’accesso alle informazioni è diventato una insidia impossibile. Nel luogo che avrebbe dovuto aumentare la consapevolezza nei confronti del mondo esterno, la consapevolezza sta diventando l’ultima arma per difendersi dal mondo esterno.

Da questi casi (e ne succedono continuamente) non esce nessuno vittorioso. Tanto meno il social network, che vorrebbe essere una democrazia parallela ma che in realtà ha regole talmente blande da non riuscire a regolamentare neppure sé stesso. Mentre ci si chiede se Facebook dovrebbe filtrare o meno le notizie vere da quelle false, bisognerebbe tornare con i piedi per terra e vedere quella che è la realtà: 80 mila persone chiuse in uno stadio a sentire un comizio elettorale invece di un concerto.

Certo, è sufficiente cliccare e uscire dalla pagina. Ma l’amaro in bocca non se ne va mica così facilmente.

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