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Open Factory: il turismo del manifatturiero

Nel Veneto si evolve il concetto di porte aperte, un'occasione di promozione territoriale: il manifatturiero è storytelling e turismo dell'innovazione.

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Nella gran parte dei casi, l’innovazione non si vede: quel che possiamo vedere sono i suoi prodotti e quando va bene alcuni dei suoi processi. In Italia, nove volte su dieci l’innovazione ribolle dentro quella pentola unica al mondo che è il manifatturiero, dove si mescolano sapere artigianale, intuizioni geniali, cultura, brevetti, storie personali, famiglie. In Veneto, con Open Factory, hanno portato il concetto di porte aperte nelle aziende per farne una cosa nuova: toccare l’innovazione, respirarla dove viene realizzata. Lo storytelling non è una fabula, ma una storia vera.

In Italia abbiamo eccellenze manifatturiere, che sono anche eccellenze nella ricerca. In Veneto, in particolare, il concetto di “fabbrica” è esteso, non è solo una grigia e fumosa catena di montaggio: è un’area vastissima di aziende, tutte diverse e ugualmente legate al territorio. Il fenomeno nord-est così come lo conoscevamo è concluso, e ha lasciato posto a una sensibilità nuova, che Open Factory definisce nel perimetro del concetto di “turismo manifatturiero”. Un progetto di Fondazione NordEst, Confartigianato e Confindustria, che è riuscito a costruire insieme a più di settanta aziende un percorso credibile ed affascinante, sia negli ambiti dove si fa da anni, come il food&wine, ma anche dove nessuno l’aveva mai fatto, come per la Meccanica e la Logistica. Il risultato sono 15 mila persone nella seconda edizione, il 10% delle quali provenienti da altre regioni.

La locomotiva riparte

Del Veneto si erano un po’ perse le tracce dopo lo shock della fine del modello nordest come pensato negli anni ’60-’80, quando veniva definito la “locomotiva d’Italia”. La globalizzazione, le conseguenti delocalizzazioni, avevano spaventato molto il tessuto sociale e imprenditoriale. Come sempre però è questione di riprendersi e ripartire dalle proprie certezze. Antonio Maconi, curatore di Open Factory, usa una bellissima metafora:

Non abbiamo organizzato una fiera, non è neppure vero turismo. Si tratta di una mostra in un’area estesa quanto una regione, dove le aziende riflettono su di sé e si ridefiniscono. Pensando al messaggio che vogliono mandare, pensano anche alla loro storia, ai loro valori, e così queste porte aperte non sono semplicemente vedere ciò che non si vede normalmente, ma anche vedersi dentro.

L’elenco delle aziende è ricchissimo, così come il ventaglio di offerte: ogni azienda infatti è stata stimolata dai curatori a ideare una presentazione speciale, così alcune hanno scelto gli workshop, altre i laboratori, in un gigantesco storytelling aziendale che invece di essere spezzettato ha trovato un’armonia d’insieme. Un format così originale che vien voglia di copiarlo – soprattutto le regioni limitrofe, come Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna – e che all’estero è stato citato dai servizi turistici. I nomi sono altisonanti e i progetti importanti: dall’artigianato di Veneta Sedie ai BioCombustibili dell’università di Padova, dal Laboratorio di Genomica della stessa università al museo Paoul, dalle radici nell’ebanistica di Lago alla conversione innovativa della raffineria di Porto Marghera, passando ancora per Nice Spa, la Legatoria Ciani, Craftabile, Polo Meccatronica e altri ancora.

Dal punto di vista social ha avuto un impatto, che racconta anche di come sia entrato nei radar degli studenti universitari, che hanno contribuito molto anche alla movimentazione delle persone tra le varie province.

Nel Regno Unito, in Germania, negli Usa, il turismo industriale è consolidato, però diciamolo apertamente: quello che si racconta in Open Factory, essendo il manifatturiero italiano, è unico al mondo. Industria, così, la facciamo soltanto noi. Perciò anche questo “porte aperte” è a suo modo unico, una evoluzione. La cosa strana è che molto spesso gli studenti vicentini non sanno che nella loro provincia c’è una famosa azienda, che magari stimano particolarmente, così i veronesi, i trevigiani e via dicendo. Tutti loro sono convinti che quelle aziende siano altrove rispetto a dove vivono: le conoscono ma non le hanno mai visitate, mai viste.

Fonte: Open Factory • Notizie su:
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