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YouTube, dolci note per il mercato musicale?

YouTube vanta 1 miliardo di dollari versati all'industria musicale in un anno, ma la controparte non ci sta: Spotify e altri servizi pagano molto di più.

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YouTube ha versato 1 miliardo di dollari nelle casse dell’industria musicale a livello globale. Un miliardo di dollari, una cifra ingente se si pensa che giunge non tanto da vendite o concerti, ma da una repository video online. Google celebra pertanto il traguardo raggiunto, rivendicando tra le righe il proprio ruolo nel favorire la transizione dal mercato del supporto fisico a quello del supporto immateriale: solo esplorando nuove forme di monetizzazione l’industria musicale è riuscita a sfuggire alla pericolosa morsa che rischiava di svuotare di introiti il mercato in favore della pirateria e di forme non collaudate di distribuzione.

Nel proprio post, firmato Robert Kyncl, YouTube ricorda come il passaggio degli investimenti pubblicitari dalla tv alle realtà online abbia creato uno spostamento del baricentro economico e che, proprio grazie alla propria collaborazione, l’industria musicale abbia potuto godere di importanti introiti da redistribuire tra i propri autori. «È chiaro che l’industria creativa abbia due forti motori di crescita, le sottoscrizioni e la pubblicità» spiega Kyncl in rappresentanza di YouTube. E chiude: «siamo onorati di essere parte di tutto ciò».

Parole dolci nei confronti dell’industria discografica, insomma: 1 miliardo da sventolare sul piatto della collaborazione, importanti passi avanti nella tutela del copyright grazie al programma Content ID, ma al tempo stesso parole che celano un attrito che va avanti da tempo. E che emerge anche a seguito del post pubblicato a Mountain View.

YouTube, non è tutto oro quel che è musica

YouTube è sicuramente una piattaforma rilevante nel settore musicale, con oltre l’89% di italiani che utilizzano il servizio per accedere a contenuti musicali. Tuttavia la remunerazione che la piattaforma di video sharing assicura agli aventi diritto è assolutamente inaccettabile, se confrontata con altri servizi streaming. Si tratta di una disparità che oggi è stata anche riconosciuta dalla Commissione EU che, nella proposta di revisione della Direttiva Copyright, ha proposto una prima possibile soluzione.

Parole di Enzo Mazza, amministratore delegato della Federazione Industria Musicale Italiana, il quale fissa il punto: sebbene sia innegabile il valore della collaborazione tra YouTube e l’industria musicale, occorre redistribuire il valore emergente poiché la fetta destinata agli autori sarebbe troppo piccola. Frances Moore, CEO IFPI, arriva a delinearne anche una quantificazione per chiarire ulteriormente il cuore della questione:

Con 800 milioni di utenti in tutto il mondo, YouTube genera poco più di 1 dollaro per utente all’anno. Questo dato impallidisce in confronto alle entrate generate da altri servizi, da Apple a Deezer fino a Spotify. Per esempio, nel 2015 il solo Spotify ha pagato alle case discografiche circa 2 miliardi di dollari, l’equivalente stimato di circa 18 dollari per utente.

Il miliardo di dollari che YouTube vanta nei confronti dell’industria musicale, insomma, viene ridimensionato dal metro di giudizio della controparte. Ogni confronto è complesso: modelli a sottoscrizione sono messi a confronto con modelli basati su advertising e, al contempo, servizi basati sul solo contenuto musicale sono confrontati con servizi basati sulla distribuzione video. Ad essere chiaro è l’importanza reciproca delle parti, il che genera attriti ma dovrà giocoforza portare ad un tavolo di concertazione costruttivo.

In ballo v’è molto: v’è il braccio di ferro tra due partner che, per il bene del mercato, debbono trovare il giusto equilibrio nella remunerazione di quello che è un vero e proprio nuovo modello di business. Il valore del prodotto deve andare a braccetto con il valore della distribuzione, il tutto all’interno di un mercato che ha oggi molte nuove declinazioni nel portare la buona musica dal performer al consumatore. C’è una catena di distribuzione da rimodulare ed ogni parte deve uscirne con la giusta remunerazione, pena la debolezza di uno degli anelli della catena: l’industria musicale alza la voce il giorno stesso in cui lo fa anche YouTube, ricordando come la rivoluzione sia già avvenuta, ma i protagonisti debbono ancora concordare come dovrà continuare la storia.