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Non fate le verginelle: Facebook a Perugia è ok

La notizia di Facebook sponsor del festival del giornalismo è già argomento di polemica: ma è il solito purismo avverso alla reattività al cambiamento.

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Neanche il tempo di metter giù i polpastrelli dopo l’abbuffata di polemiche sul referendum che ci si sta già dividendo in pro e contro, nell’ambiente giornalistico, per la sponsorizzazione di Facebook al Festival del Giornalismo. Ti pareva. Generalmente su Webnews non si concede alcuno spazio ai pretesti e al narcisismo patologico dei commentatori sui social, ma questo è un caso particolare e importante: si parla del livello di relazione del mondo informativo con ciò che informativo non è, ma è prepotentemente mediatico. Lui. Big F per gli amici.

Nella letteratura cavalleresca il principio morale fondativo è che il lavoro nel fare storia richiede l’armatura, mentre le verginelle restano nella torre finché la guerra è finita. Per molte ragioni, nessuna particolarmente dignitosa, il lavoro del giornalista che dovrebbe essere incisivo nelle vicende umane è diventato sempre più quello della verginella che resta a guardare e si preoccupa, si preoccupa tanto e sospira. E, giustamente, essendo piuttosto lontana dal campo di battaglia, lavora di immaginazione quando si tratta di individuare bene e male, si occupa di un po’ di trame di palazzo e insomma cerca di sopravvivere. Purtroppo anche nel caso del rapporto fra media e Facebook sembra andare così, ed è un peccato, perché a nessuno dei colleghi del resto del mondo frega assolutamente nulla di porre la questione in tali termini.

Basta leggere l’articolo di Wan Ifra (World Association of Newspapers and News Publishers), o l’atteggiamento incuriosito e per nulla ostile di intellettuali mondiali come Jeff Jarvis, che da settimane si interroga profondamente sulla dinamica Rete-fake news-pubblica opinione-politica, per capire che anche dove le parole verso Facebook possono essere durissime si resta su un livello superiore e l’ingresso di un colosso in un festival dedicato al giornalismo desta interesse e non suscita scandalo. Si preferisce studiare, cercare vie nuove, anche ironizzare come Mathew Ingram. Si nota all’estero una insaziabile domanda di senso, non ci si limita al come avvengono le cose, nonostante sia indubbio che ciò che ci inquieta attiene alla scalabilità dei contenuti in Rete, uno dei tanti aspetti della nostra complessità informativa. Il senso però sfugge e non lo si troverà mai partendo da un rifiuto. Per quale ragione qui da noi non possiamo fare a meno di schifarci e in sostanza non combinare nulla?

Si scontrano due visioni. Una, che potremmo definire “massimalista”, definisce le colpe del social network – che ci sono, naturalmente – e soddisfatta di questo non vede perché ci si dovrebbe mischiare pericolosamente (?) con esso. Un buon esempio di questo ragionamento è il post di Federico Mello, che non ha alcun dubbio – beato lui – sul processo che ha portato i media ad essere rovinati dal social.

Il giornalismo, che dovrebbe raccontare i fatti, è sotto scacco dall’algoritmo di Facebook che premia invece suggestioni di ogni tipo.

È l’argomentazione, deboluccia in quanto a metodo, per la quale siccome le persone hanno certi comportamenti sul web basta cambiare il web perché il meccanismo si inverta. In realtà è pigrizia mentale e nasce da una prospettiva schiacciata, come quella di chi crede nel “disegno intelligente”: si è dentro un processo, al suo punto conclusivo, e retrospettivamente sembra che tutto sia andato esattamente come doveva andare perché finisse così. Pensa un po’. Molti statistici e matematici hanno fiutato la possibilità di vendersi come sociologi e guru delle spiegazioni del voto, così guardano all’indietro un flusso di dati in cui siamo immersi e sostengono a posteriori che sono questi ad aver determinato tutto quanto. “Molti hanno retwettato bufale pro Trump nelle ultime ore, ecco come la gente si è convinta di votarlo!”. Eh no, non è così semplice, eppure molti commentatori ci sono cascati mani e piedi. Perché sono titoli facili e soprattutto rinforzano un convincimento già pregiudizialmente negativo nei confronti dei social network.

C’è poi un altro elemento che va ricordato: l’ipocrisia di chi oppone la rete come produttrice seriale di bufale e i media come loro debunker. Almeno fosse così, ma l’elenco di smentite è pressoché infinito, la superficialità con la quale giornali e televisione affrontano quotidianamente i temi politici e sociali è impressionante; spesso così fragile da andare in tilt anche solo per la presenza di un giovane rapper con un livello di ironia appena sopra la media. È il punto di vista, che potremmo definire “relativista” di Arianna Ciccone, organizzatrice del festival, che ricorda al punto tre del suo ultimo post questa ipocrisia e poi spiega ciò che più conta: il ruolo di Facebook nel cambiamento e la necessità di confrontarsi.

Vi prego, non fate le verginelle

Una vecchia ma sempre valida teoria politologica italiana afferma che per capire qualunque tipo di formazione politica e culturale nel Belpaese basta controllare il livello di tre grandi famiglie: conservatorismo, populismo e massimalismo. A seconda di presenza e proporzioni di questi vizi nazionali si individua la fazione, al di là delle neo terminologie, come fossero cocktail. Nel novero degli spettacoli indecorosi tocca registrare anche l’alzata sugli scudi di giornalisti che dicono no a Facebook e lavorano per testate che su quel social investono e incassano cifre e sei zeri, che sempre sullo stesso social fanno spudorato self branding mostrando di comprendere benissimo quelle stesse dinamiche che sostengono di condannare, rimembrando nostalgicamente un giornalismo tradizionale di cui hanno soltanto sentito parlare, che forse non è mai esistito.

E tutto per una banalità come la discesa a Perugia, in un festival italiano che ha un decennio di contributi culturali, gratuiti, che è lì da vedere, di una web company globale che molto di rado prende decisioni del genere. Un’occasione vera e anche un attestato per questo festival dove si è assistito in queste ultime edizioni a confronti che hanno mostrato la sua capacità di mantenersi neutrale anche rispetto alle sponsorizzazioni.

A Perugia sono stati di casa, nel 2016, aziende come Google ed Eni, e nessuna delle due è stata trattata coi guanti. Chi scrive ha personalmente assistito a panel dove giornalisti di fama internazionale sparavano contro Google con al fianco … un rappresentante di Google, che poteva replicare. E in sala colleghi, professori, studenti, persone comuni. Eni fu protagonista della diatriba con Report, raccontata anche su Valigia Blu (blog della stessa Ciccone insieme a una crew di giornalisti), e poi ha piantato il suo stand al Brufani e organizzato panel prendendosi tutto: critiche e complimenti.

Che esista un luogo dove poterlo fare dovrebbe essere motivo di soddisfazione per tutti, non per inviti a fermarsi in tempo. In tempo prima di cosa? Che Facebook si rifaccia una verginità al festival? Ma chi può credere a uno scenario del genere? Facebook in mezzo a migliaia di giornalisti da tutto il mondo, in un evento aperto, in diretta streaming e il problema sarebbe nostro? Vi prego, non fate le verginelle: Facebook a Perugia è una notizia positiva, un’occasione grandiosa, ci si andrà armati ciascuno delle proprie idee e della propria voglia di capire di più e meglio.

Se si pensa che soltanto Facebook possa guadagnarci si offende tre volte: l’intelligenza delle persone, la professionalità degli altri giornalisti, la buona fede degli organizzatori, che non ha bisogno di prove viste le gestioni di altre aziende sensibili nelle edizioni scorse. Nessuno è tanto fesso quanto quelli che si credono più intelligenti degli altri. È un modo scientifico per rimanere fregati.

Fonte: Webnews • Notizie su: ,
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