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Boldrini debunking

La presidente della Camera prosegue il suo itinerario contro bufale ed hate speech: ma ad un attento debunking è il suo approccio a non reggere.

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Ci sono più appelli di Laura Boldrini ai social di quanti ne potremo mai immaginare. Anche il principe di Danimarca della tragedia scespiriana avrebbe rimuginato sulla buzzword di fine 2016 (fake news) e su come è diventata presto una specie di totem autoesplicativo. La presidente della Camera è ormai al terzo richiamo in due settimane ai social network – plurale diplomatico: si intende Facebook – nella sua accalorata battaglia per risolvere i problemi che tanto attanagliano il mondo. Ma tocca a lei?

Intendiamoci, la misinformation tramite la Rete è un problema reale che sta facendo discutere tutti, particolarmente i media, che in un certo senso sono espropriati della medesima capacità, arbitraria e mantenuta per decenni, di influenzare l’opinione pubblica. Per qualche ragione però, probabilmente dettata dalla sensazione (errata) che il potenziale numerico dei social sia un moltiplicatore incompatibile con il corretto svolgersi democratico, l’allarme sulla disinformazione non intacca mai il mainstream, bensì l’habitat nel quale è difficilissimo affermare un qualunque principio senza essere subito smentiti. Che il mercato delle bufale sia, appunto, un mercato e che ci voglia una stretta, a morsa, dal lato policy e dal lato giudiziario, è scontato.

I produttori di fake, spesso provenienti o comunque operanti nell’est europa, sono uno spin-off della lunga tradizione di spammer di quelle aree. E qui sta il primo debunking che va fatto alla presidente: nessuno più di lei dà una speranza di reputazione a variegati guru su debunking, fake, bufale e altre cose che però non hanno assolutamente importanza quando davvero si scava nella relazione tra fenomeni parziali come le bufale e il disagio sociale. La politica dovrebbe preoccuparsi di quest’ultima, non di qualche snodo di tweet e di un mercato di bufale a metà fra spam e rinforzo cognitivo.

Una policy differente insieme a un incisivo follow the money è tutto quanto si può immaginare, senza incolpare genericamente i social.

Invece tutto l’impegno di molti politici (Laura Boldrini non è certo l’unica) sembra concentrato, forse non a caso, su un fenomeno relativamente piccolo di un altro fenomeno culturale più grande, cioè lo spaesamento in cui versiamo, il crollo di fiducia di molte persone verso politica, impresa, scuola, mass media. Bisognerebbe guardare più alto, più ampiamente e più in profondità per capire cosa sta accadendo. Non credo nella politica? Li prendo coi forconi. Non credo nella medicina? Non vaccino i miei figli. Non credo nella scuola? Non faccio fare i compiti per il lunedì e posto improbabili spiegazioni su Facebook o Instagram. E infine, se non credo nei media, abbocco alle bufale, perché si crede in ciò in cui si è disposti a credere. La bufala sui social è un epifenomeno piccolo piccolo di una cosa più grande e questa cosa è un fatto culturale che ha bisogno di risposte. Non di toppe online.

La gente non è pazza, è spaesata ed è in piena crisi di fiducia: non dovrebbe essere questo a importare alla politica?

Venendo al lato tecnico, ci accorgiamo anche che mentre dall’Italia non si contano le fughe in avanti, gli appelli, persino i suggerimenti da “ago e filo” a responsabili globali del prodotto, Facebook sta lavorando seriamente («devono essere seri» ha detto la presidente in una recente conferenza stampa: ma che intende?) a degli strumenti di contrasto alle fake news che naturalmente non prendono in considerazione le proposte venute da Roma. Qui c’è il secondo debunking: non è una buona idea integrare un bottone verità/falsità e lasciarlo all’arbitrio dell’utente e del social, si ricadrebbe nella dinamica del filter bubble, dell’eco chamber e anche del social bombing (in soldoni: chi vota cinquestelle direbbe che tutte le notizie sul PD sono false e viceversa); soprattutto si darebbe un potere assurdo a un sito privato che non deve averlo.

Facebook non può essere arbitro in terra del bene e del male, così ha pensato a un progetto di terze parti dove ogni segnalazione viene esternalizzata, raccolta da esperti debunker e in caso di fake produce un feedback che riappare sul post. Al contempo, come ha spiegato Mark Zuckerberg, queste segnalazioni potranno punire i fakers dove più fa male: nei guadagni per click.

Le strategie sperimentate da Facebook sono assai più realistiche delle proposte della società civile e della politica: il social si preoccupa di non avere un arbitrio eccessivo e prova ad esternalizzare le segnalazioni.

Il determinismo tecnologico

La notizia di questo appello della Boldrini, insomma, lascia sensazioni contrastanti. È una buona intuizione puntare sui debunker professionisti, ma è piuttosto contraddittorio (anzi, sconcertante) che una proposta così poco spiegata e arretrata rispetto alle strategie di Facebook venga scalata da persone che hanno tutti gli strumenti intellettuali per sapere che dal punto di vista matematico il debunking è totalmente inutile, anzi spesso contribuisce a ridare vigore a una bufala.

Dunque, perché nessuno spiega alla Boldrini che sta lastricando con le sue buone intenzioni una via sbagliata, potenzialmente censoria e probabilmente inutile? Si tratta di una mossa, la presidente vuole intestarsi un’azione culturale di contrasto senza pretendere di risolvere davvero il problema. Perché ha fiducia che parlandone a tutti i livelli poi si prendano decisioni nelle stanze dei bottoni. Ma a furia di azioni che non lo sono per davvero, è ovvio che poi le persone perdano fiducia. Forse sarebbe meglio dire le cose come stanno.

Questo atteggiamento è peraltro vittima di un determinismo tecnologico dal quale si deve scappare a gambe levate: nessuno che davvero abbia studiato l’argomento in questi anni può seriamente tracciare una linea diretta tra fake e risultati delle elezioni, populismi e chissà cos’altro. Se qualcuno ve lo racconta, accettate un consiglio: girate i tacchi, stanno cercando di vendervi un libro, come minimo, o una consulenza. Di questa fregatura si è già scritto a proposito della sponsorizzazione di Facebook al Festival del Giornalismo: una generazione di statistici e matematici ha fiutato la possibilità di vendersi come sociologi e guru delle spiegazioni del voto, ma non sapendo fare ricerche qualitative si limitano a guardare all’indietro un flusso di dati in cui siamo immersi e sostengono a posteriori che sono questi ad aver determinato tutto quanto. Un difetto di prospettiva che ci sta sospingendo a incolpare pigramente il web di tutto quanto fatichiamo a capire. E così scordiamo la società, che è troppo complessa per essere ridotta a fantomatiche strutture online.

Se sentite puzza di determinismo tecnologico scappate a gambe levate: stanno cercando di vendervi qualcosa.

Se qualcuno avvelena pesantemente il clima vale la pena che i media mostrino, con una rinnovata voglia di fare inchieste, di capire chi è, da dove viene e cosa ci guadagna, seguendo i flussi di denaro e aiutando le persone a capire che quella della “satira” è una scusa bella e buona (la satira non è immune alla diffamazione) e che in assenza di un disclaimer non è neppure credibile. Detto questo, è un problema piccolo di un problema grande di un contesto ancora più grande, dove in ultima istanza sarebbe bello trovare la politica. Lì e soltanto lì.

Fonte: Webnews • Notizie su: ,