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Zuckerberg: tour negli stati e poi politica?

Mark Zuckerberg annuncia un viaggio attraverso gli Stati Uniti come obiettivo personale: si tratta solo di una sfida, oppure è l'inizio di una nuova vita?

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Mark Zuckerberg negli ultimi anni ha viaggiato per mezzo milione di chilometri, imparato il mandarino (lingua ufficiale cinese simile ma differente dal cantonese parlato da Priscilla Chan, sua moglie), letto 25 libri, sviluppato un sistema di intelligenza artificiale per casa sua. La prossima sfida è viaggiare nei 30 stati d’america che non ha ancora visitato. A molti questo genere di tour, e il modo in cui l’ha annunciato, ricordano il tipico inizio di una campagna pre-elettorale, così i giornali statunitensi si sono scatenati: Zuck è pronto a scendere in campo contro Donald Trump?

Si potrebbe trattare soltanto di una ennesima sfida-obiettivo, di quelle che piacciono molto al papà di Facebook, ma trattandosi, appunto, del Ceo del social network più potente del mondo, accusato di essere corresponsabile dei guasti delle false notizie in grado di condizionare l’esito democratico, è impossibile non considerare tutte le implicazioni e anche gli indizi sparsi negli ultimi tempi da Zuck. Il giovane milionario infatti è sempre più attivo nel dibattito politico americano, specie su due temi che hanno visto la clamorosa sconfitta della visione della Silicon Valley a favore di quella di Donald Trump: il ruolo dell’immigrazione e l’effetto a lungo termine della economia dell’innovazione. Zuckerberg, e con lui in pratica tutti gli OTT californiani con poche eccezioni, pensano che gli Stati Uniti siano diventati quello che sono grazie all’immigrazione e che l’economia dell’innovazione tecnologica abbia effetti turbolenti all’inizio ma crei i presupposti della crescita futura. Il neo eletto presidente repubblicano la pensa all’opposto e la sua vittoria gli dà ragione: l’immigrazione spaventa i cittadini, mette in discussione la sicurezza di un posto di lavoro e l’economia tanto sbandierata nell’era Obama ha aiutato un numero esiguo di hypster dal q.i. altissimo mentre l’operaio lasciato a casa dall’acciaieria in Pennsylvania non sa che farsene.

L’annuncio di Zuck

Com’è ormai nel suo stile di comunicatore più sciolto rispetto ai primi anni, Zuck ha reso note le sue intenzioni con un post sul social, dove parla di questa idea mostrando però di non considerarla solo individualmente. Ed è qui che si è concentrata l’attenzione dei commentatori. Invece di limitarsi a parlare dell’esperienza, per la quale ha anche creato la pagina Un anno in viaggio negli Usa invitando a farne un racconto condiviso a più voci, Zuck ha incorniciato l’iniziativa definendo “tumultuoso” l’anno appena trascorso e indicando quello nuovo come prossimo a una svolta:

Per decenni, la tecnologia e la globalizzazione hanno reso tutti più produttivi e connessi. Questo ha creato molti vantaggi, ma a moltissima gente ha reso la vita più difficile. Ciò ha contribuito al più grande senso di divisione che abbia mai percepito nella mia vita. Dobbiamo trovare un modo per cambiare questo gioco in modo che funzioni per tutti.

Sembra già un programma, che inizia con un’ammissione che sarebbe stata impossibile soltanto pochi anni fa, in piena eccitazione da gig economy: l’accelerazione tecnologica non sta facendo tutti contenti, va corretta. Concetto bipartisan: Hillary Clinton aveva pensato proprio alla Silicon Valley per pescare il suo vice, Trump ha appena riunito gli over the top traendone qualche consulente e spiegando che le delocalizzazioni e l’evasione fiscale non saranno viste di buon occhio. Sinceri o meno, questi propositi non sono il problema, che invece è la persona che li incarna. L’odiatissimo Donald Trump, il politico che ha aperto una breccia che a Zuckerberg non piace: i repubblicani accusano Facebook di essere un’azienda con simpatie liberal, i democratici di aver contribuito alla vittoria dei repubblicani lasciando che le fake news venissero condivise in gran quantità. Il tour per tutti gli stati dell’unione potrebbe servire a togliersi dall’angolo e incarnare in prima persona una possibilità terza. La politica. Anche per cancellare quel fastidioso e silente imbarazzo che gira per i corridoi di Menlo Park: quello di essersi fatto infinocchiare da un politico più scaltro di lui ad usare la sua stessa creatura.

Zuck presidente: inquietante o prevedibile?

Ammettendo, come fa il New York Post, che Zuck abbia capito meglio di altri cosa significa la vittoria di Trump, cosa lo aspetta da questo viaggio nell’america profonda? E cosa potrebbe imparare? Il viaggio di Zuck sta talmente eccitando i corsivisti politici americani che nelle redazioni hanno già tolto le briglie ai sondaggisti per considerare anche il più piccolo spostamento di orientamento al voto nei cosiddetti swing states, quelli dove la più microscopica variazione può decidere l’inquilino della Casa Bianca. E non mancano i consigli dei politici più navigati, intervistati dalle televisioni e dalle radio: non passi soltanto per due ore, non si limiti ad incontrare scienziati e studenti, resti in una città per un giorno o due, consideri realmente i problemi più gravi che gli otto anni di Barack Obama non sono riusciti a risolvere, tra i quali la perdita di lavoro nei settori meno qualificati e l’incredibile digital divide della connettività Internet in molte province; un rapporto della FCC del 2016 ha dimostrato che 4 americani su 10 nei paesi rurali sono privi di accesso ai servizi a banda larga su linea fissa: elemento peraltro mai abbastanza riconosciuto per smentire il luogo comune che vede il web come cavallo di troia della vittoria repubblicana, che invece deve moltissimo proprio a queste fasce territoriali che si sono sentite escluse dall’establishment.

Mark Zuckerberg, il trentenne più ricco e famoso d’america, funzionerà anche in giacca e cravatta? Riuscirà a ricucire lo strappo? Il suo è un interesse inquietante oppure è sensato, perfetto esempio del sogno americano? E la decisione di dare in beneficenza il 99% del suo patrimonio assume un altro significato alla luce di questa possibile ambizione? Sono molte le domande che avranno bisogno di risposte nei prossimi mesi e forse anni. Certamente la più clamorosa riguarda un conflitto di interessi inedito nella storia per la sua portata: che succede al dibattito politico se entra in partita il proprietario della piattaforma comunicativa indispensabile anche a tutti i suoi avversari?

Fonte: New York Post • Notizie su: ,