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BastaBufale: ecco, appunto

Disamina punto per punto, e un sospetto latente, relativa al manifesto di Laura Boldrini contro le bufale: marketing politico o visione parziale?

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Ho deciso di lanciare questo appello perché ritengo che il web sia un importante strumento di conoscenza e democrazia. Ma spesso anche luogo di operazioni spregiudicate, facilitate dalla tendenza delle persone a prediligere informazioni che confermino le proprie idee.

Fin dall’introduzione alla propria iniziativa #bastabufale, Laura Boldrini ha un obiettivo ben preciso in mente: il Web. La disinformazione non è combattuta su ogni fronte, quindi: se ne sceglie un canale preciso, senza spiegazione alcuna in merito, e si punta a combattere quel singolo segmento. Perché Laura Boldrini abbia voluto scagliarsi contro il Web è qualcosa che andrebbe chiesto al Presidente della Camera, la quale ha però spesso confuso le acque celandosi dietro battaglie che mettono avanti a tutto la colpevolezza del Web e in subordine tematiche come bufale, fake news, cyberbullismo o altro ancora. Per questo motivo l’iniziativa di Laura Boldrini va annoverata a pieno titolo tra i “Nemici del Web“. E per questo stesso motivo merita una analisi punto per punto, arrivando ad una possibile chiave di lettura alternativa del #bastabufale (che, come preannunciato, non firmeremo).

Basta bufale? Ecco, appunto

In rete sono nati fenomeni nuovi, come le fabbriche di bufale a scopo commerciale o di propaganda politica e certo giornalismo “acchiappaclick”, più interessato a incrementare il numero dei lettori anziché a curare l’attendibilità delle fonti.

Sono realmente nati in Rete? Laura Boldrini dovrebbe spiegare allora perché le edicole sono state per decenni piene di riviste con notizie palesemente fasulle e le reti tv hanno trasmesso per decenni documentari e telegiornali la cui attendibilità si è dimostrata estremamente scarsa. In assenza di una spiegazione, Laura Boldrini dovrebbe spiegare allora il perché di quell’incipit “in Rete”, quando la Rete non fa altro se non adottare schemi ben presenti e ben noti ovunque. Le bufale online esistono, eccome: online trovano anzi linfa per una maggior propagazione, senza che alcun antivirus ne rallenti la strada. Ma online è la reputazione a dettar legge e non sarà una raccolta firme a correggere il tiro, soprattutto quando parte da posizione pregiudiziale.

Le bufale non sono innocue goliardate. Le bufale possono provocare danni reali alle persone, come si è visto anche nel caso dei vaccini pediatrici, delle terapie mediche improvvisate o delle truffe online.

Il caso Di Bella è emblematico del resto: tanto qualcuno sul Web quanto alcune note trasmissioni televisive hanno dato credito ad un metodo che metodo non era, causando gravi danni attraverso l’informazione mainstream. Ancora una volta: perché deve esistere una disinformazione radiofonica, una televisiva e una digitale quando la disinformazione è disinformazione a prescindere dal canale che la veicola?

Questo è il tempo della responsabilità. È necessario mobilitarsi, ciascuno di noi deve fare qualcosa per contrastare la disinformazione e contribuire a tutelare la libertà del web e la dignità di chi utilizza questo spazio che offre enormi opportunità culturali, relazionali ed economiche.

Siamo totalmente d’accordo. E proprio in virtù del fatto che il momento è cruciale, non deve passare l’idea di una colpevolezza a prescindere sul Web, né tentativi di assoggettare il Web a qualsivoglia tentativo censorio. Perché mentre Laura Boldrini nega di voler costruire qualsivoglia bavaglio, non spiega in alcun modo cosa intenda fare dopo una raccolta di firme che appare sterile e fine a sé stessa.

Non si tratta né di bavagli né di censure. Si tratta di reagire e affrontare un problema che ci riguarda tutti. Firmare questo appello significa fare la propria parte e dare il proprio contributo.

Firmare questo appello, al momento, significa una cosa soltanto nel concreto: iscriversi ad una newsletter in mano a Laura Boldrini. Da Presidente della Camera, infatti, la Boldrini avrebbe potuto fare molto più che non costruire un bacino di utenti e un elenco di firme. Eppure è attraverso questo strumento che è voluta passare. Di qui, il sospetto.

I 5 punti

1. Scuola e università
La scuola e l’università, che sono il motore primo per creare gli anticorpi necessari a contrastare la disinformazione, devono farsi protagoniste di un’azione culturale che tenda a sviluppare l’uso consapevole di Internet. Insegnare a usare gli strumenti logici e informatici per distinguere tra fonti affidabili o meno dovrebbe essere una priorità del sistema educativo, nell’obiettivo di sviluppare senso critico e cultura della verifica.

Ineccepibile e sacrosanto. Tanto ineccepibile e sacrosanto che lo si dice da tempo, scontrandosi contro le difficoltà di un corpo docenti spesso inadatto e privo di formazione in merito. Ciò implica la grave difficoltà di dover insegnare agli utenti cose che difficilmente si apprendono in pochi giorni, soprattutto la cultura della ricerca delle fonti e la loro disamina critica. Tale punto è comunque talmente vago e generale che non può che essere condivisibile, purché senso critico e cultura della verifica possa essere applicato anche a tg, documentari, talk show, quotidiani, mensili e qualsiasi fonte informativa disponibile, in qualsiasi forma, in qualsiasi modalità di accesso.

2. Informazione
In questo momento è di primaria importanza che i giornalisti e gli operatori dell’informazione aumentino lo sforzo del fact checking, del debunking – l’attività che consente di smascherare le bufale – e della verifica delle fonti. Così come gli editori dovrebbero, attraverso un investimento mirato, dotare le redazioni di un garante della qualità che sia facilmente accessibile ai cittadini, come già avviene in alcune testate.

Lo abbiamo detto noi per per primi, quando Pitruzzella avanzò le proprie proposte in tema fake news: si recuperi il ruolo, le regole e la sacralità del Giornalismo. Possa essere il vero giornalismo (che sia carta, Web o televisivo) quella forza centripeta che consenta ai cittadini di essere informati correttamente e al di là di qualsivoglia dubbio di parzialità. Possa essere il giornalismo a insegnare il senso critico, a ribellarsi al potere politico ed economico, a mantenere equità informativa ed a salvaguardare il diritto di sapere senza dover cadere in complottismi e false verità figlie del noi-contro-voi di quanti hanno più o meno accesso alla “verità”. Ancora una volta, però, ci si chiede in che modo questa cosa possa essere afferente esclusivamente al Web visto che il problema è con tutta evidenza generale. Serve un “garante della qualità”? Siano le singole redazioni a sceglierlo, ma in linea generale occorre recuperare la solidità di una istituzione, quale quella del giornalismo, del tutto fondamentale perché le democrazie possano reggere di fronte alle nuove sfide.

3. Imprese
L’impegno passa anche per le aziende. Le loro inserzioni pubblicitarie non dovrebbero comparire su siti specializzati nella creazione e diffusione di false notizie, per non finanziare anche involontariamente la disinformazione e per non associare i propri prodotti a questi danni sociali.

Questo è uno dei passaggi più delicati dell’intero Protocollo Boldrini. Di fatto è superficiale anch’esso, visto che le aziende già dovrebbero avere interesse a promuovere i propri brand su siti affidabili e qualitativi, evitando le pagine meno prestigiose. Online il problema è che la pubblicità non sempre si sviluppa nel rapporto azienda-editore, ma spesso è basata su network e banneristica dal perimetro estremamente basso. Le recenti purghe di AdSense hanno ad esempio dimostrato come Google abbia tutto l’interesse a ridurre i flussi di denaro verso siti palesemente costruiti sulla bufala, il che rende l’appello di Laura Boldrini superato. Il consiglio rimane comunque valido: se si toglie l’interesse, si toglie la terra sotto i piedi a quanti costruiscono sulle bufale un proprio mercato, inquinando con esso il resto del comparto. Ma si badi bene: il discorso valga anche per i giornali e il consiglio valga anche per le tv, altrimenti si torna all’accusa immotivatamente segmentata sul solo perimetro Web.

4. Social network
In quest’ottica un ruolo cruciale lo possono svolgere i social network, che dovrebbero assumersi le loro responsabilità di media company e indirizzare le loro politiche verso una maggiore trasparenza. Per contrastare fake news e discorsi d’odio è essenziale incrementare la collaborazione con le istituzioni e le testate giornalistiche, così come un maggiore investimento in risorse umane e tecnologie adeguate a fronteggiare il problema.

I social network possono fare di più? Possono e devono, se non altro perché ai grandi interessi deve sempre e comunque accompagnarsi una parallela e proporzionata responsabilità sociale. Tuttavia pensare che il problema delle bufale debba essere risolto dai social network è riduttivo, semplicistico e pericoloso: vogliamo davvero affidare a grandi multinazionali il potere di scegliere chi possa dire cosa? vogliamo davvero affidare a Mark Zuckerberg i paletti della nostra libertà di espressione? Dai social network occorre chiedere un ecosistema informativo ben controllato e regolamentato, ma gli Stati non abdichino al proprio ruolo. Semmai nasca sulla concertazione tra le parti un lavoro di ricostruzione che possa, anche online, definire un quadro formativo organico e lineare tra online e offline. Senza fare del Web una aggravante. Senza fare dei social network dei Far West. Senza fare del digitale un ambito da tenere costantemente nel mirino.

5. Cultura, sport, spettacolo
Ai protagonisti del mondo della cultura, dello sport e dello spettacolo chiedo, in quanto personalità capaci di raggiungere un vasto numero di persone, di spendersi contro le false notizie e la diffusione dell’odio.

Se non altro con questa visione Laura Boldrini dimostra di credere poco nel Web per portare il proprio messaggio. Non crede nei social network, non crede negli influencer, non crede in Instagram; usa Twitter, ma evidentemente non crede in Twitter; usa Facebook, ma evidentemente non crede nel passaparola. Meglio Claudio Amendola e Totti, insomma: è a loro, oltre che a Ozpetek e Fiorello, che Laura Boldrini affida il proprio afflato anti-bufale «contro le false notizie e la diffusione dell’odio».

Il sospetto

Il sospetto è che con la battaglia alle bufale Laura Boldrini abbia voluto mettere in piedi un piccolo comitato elettorale, più che una vera azione legislativa. Perché se raccolta firme doveva essere, non serviva mettere su un sito proprio e iscrivere gli utenti ad una newsletter propria. Perché questo succede a quanti appongono la propria firma:

I Suoi dati sono trattati dal titolare di questo sito Laura Boldrini per elaborazioni statistiche sul successo dell’iniziativa e per l’invio di comunicazioni e aggiornamenti relativi, nonché per informare su iniziative, attività e progetti.

Il “come” potrebbe quindi nascondere il “perché”. Il sospetto è che Laura Boldrini abbia identificato un bacino potenziale e abbia iniziato a segmentare il proprio pubblico, creando una affiliazione che potrà far fruttare successivamente. Del resto perché un Presidente della Camera dovrebbe lanciare una raccolta firma anziché una iniziativa parlamentare? Perché dovrebbe circondarsi di testimonial mainstream che poco hanno a che vedere con il Web (Gianni Morandi e Fiorello, pur di estrazione televisiva, hanno dimostrato però di saperlo sfruttare piuttosto bene) e molto con una eventuale futura corsa elettorale?

Siamo certi che Laura Boldrini faccia tutto ciò in completa buona fede, non avremmo alcun elemento per pensare il contrario e neppure vogliamo cedere a questa futile tentazione. Ma da sempre nutriamo forte sospetto per qualsivoglia iniziativa possa mettere nel mirino il Web come entità soggettiva invece che come mero canale comunicativo (diverso, ma equivalente agli altri). Cattivi consiglieri o visione parziale del problema: nasce qui l’incomprensione di fondo. Dunque non ci sarebbe da stupirsi se su questa visione ci fosse anche una semplice e comune iniziativa di marketing politico, costruendo un futuro bacino elettorale su una tematica improvvisamente gonfiatasi nelle cronache degli ultimi mesi. In politica nessuno ha cavalcato il tema “fake news” come la Boldrini, guadagnandone in queste ore grande visibilità: lecito e corretto, come è lecito e corretto evidenziarne le distorsioni di fronte al rischio che la visione “boldriniana” del Web possa passare ai posteri.

Con la legislatura al termine, non ci stupiremo di vedere Laura Boldrini in un ministero, o come futura sindaca di Roma. Ma anche allora le ricorderemo che il Web né va premiato, né va punito: va semplicemente contemplato nella legislazione moderna senza pregiudizi, senza aggravanti e senza parzialità.

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