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In Danimarca l’ambasciatore del cyberspazio

Il governo della Danimarca sembra voglia nominare un ambasciatore digitale, per intrattenere rapporti, invece che con gli Stati, coi giganti del web.

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Il governo danese sta pensando, almeno stando alle parole del suo ministro degli esteri, di nominare un ambasciatore in più che però non avrà una sede geografica: si occuperà delle relazioni con Google, Facebook, Microsoft e altri giganti. L’idea può sembrare bizzarra, ma gli OTT della Rete vantano fatturati superiori al prodotto interno di alcuni paesi del sud europa – per non parlare di continenti meno ricchi – e sono interlocutori fissi di molte riforme a livello comunitario. Però sono aziende private, non sono stati.

Ha senso stabilire rapporti diplomatici con Facebook? Molti cominciano a chiederselo, ispirati dalla proposta di Copenaghen, che sarebbe piaciuta agli autori cyberpunk degli anni Ottanta e sembra perfetta costola della dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow, mitico cofondatore della Electronic Frontier Foundation, che tra un fuck e l’altro nel 1996 anticipando i tempi parlava del tentativo delle nazioni di confinare Internet e così proponeva, anzi intimava alla politica di restare fuori dal cyberspazio «costituito da transazioni, relazioni, e pensate un po’, vestito come un’onda stazionaria nella ragnatela delle nostre comunicazioni (…) un mondo che è allo stesso tempo ovunque e da nessuna parte, ma non è dove vivono i nostri corpi».

Il giornalista Mattia Feltri, citando questa notizia, sottolinea come suoni ancora più assurda la ricetta dei nuovi conservatori protezionisti che vorrebbero rafforzare quei confini «che stanno semplicemente diventando inutili, ci si vola sopra, ci si passa attraverso». Così la proposta danese, la prima del suo genere nel mondo, ne prende atto incaricando qualcuno di rapportarsi con chi questi confini, se non li sbriciolati, li ha certamente portati altrove. E poi che c’è di strano, ragiona il Washington Post: se l’ex amministratore delegato di Exxon può diventare un diplomatico per nomina di Trump, perché non considerare già ora le multinazionali come interlocutori diretti?

Il ministro Anders Samuelsen, politico di un paese che ha appena stretto accordi per ospitare i server di Facebook, al pari della Svezia, intervistato dal giornale americano (peraltro di proprietà di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon), a proposito del tech ambassador ha detto di essere convinto che molti copieranno la sua idea:

Questo ambasciatore della tecnologia avrà una stretta connessione con il resto del nostro sistema, lavorerà con le ambasciate in tutto il mondo e utilizzerà il medesimo personale: non saranno in alcun modo sole, avranno un grande sistema dietro che lavorerà insieme a loro per far sì che la Danimarca abbia un buon rapporto con queste aziende. (…) Il fatto è che l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico, i Big Data, l’Internet delle cose, le auto senza conducente e tutto questo a cui stanno lavorando faranno parte della nostra vita quotidiana in Danimarca. Invece di limitarsi ad appoggiarvisi guardando il mondo di ieri, dobbiamo pensare a come sarà il mondo domani.

Soltanto la Apple ha un valore di capitale superiore a tutte le aziende italiane sul mercato azionario. Tutte assieme. Si comprende la tentazione, eppure lasciare che queste aziende prendano decisioni politiche è totalmente sbagliato, anche se – e questo è l’assurdo – molto spesso sono gli stessi politici che in modo confuso lo pretendono per risolvere alcuni loro problemi, come l’inquinamento delle false notizie nelle campagne elettorali oppure la propaganda terroristica. Forse però per evitare che le prendano c’è proprio bisogno del metodo diplomatico: riconoscendo un valore politico al GAFA, in un certo senso lo si limita politicamente?
Il dibattito è aperto.

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