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Fake news? La grande opportunità del Giornalismo

Al Festival del Giornalismo di Perugia ci si interroga sulle fake news, definendole come un falso problema; dietro vi stanno però problemi seri e radicati.

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Il paradosso dell’edizione 2017 del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia è nel fatto che colonna portante dell’intero evento è il tema delle fake news, ma in ogni evento non si perde occasione per sottolineare come il tema stesso sia un grande fake. Ecco che ci si trova introiettati in una dimensione differente, dove le fake news diventano un focus più ampio e definito, elemento sociale prima ancora che informativo, deriva culturale prima ancora che mera cancrena giornalistica.

Il fake delle “fake news”

Il fake delle “fake news” è imputabile al fatto che il problema è emerso nel momento in cui lo si è definito con un’etichetta e si è iniziato a parlarne come fossero il principale dei problemi. Ma tentando frettolosamente di imbrigliarlo, si sono portate avanti anche operazioni avventurose (quando non dolose) che hanno ristretto il campo delle fake news al Web cercando in qualche modo di lasciare la carta stampata immune da tutto ciò, nella vacua speranza di poter evitare di intaccare anche quel poco di credibilità residua che qualche brand ancora può vantare al cospetto del pubblico. Merito del Festival di Perugia è nel fatto che il giornalismo abbia accettato di mettersi in discussione e nel corso del festival tanto i giornalisti quanto altri stakeholder interessati (a partire da Facebook e Google, main sponsor estremamente attivi tra le sale dell’Hotel Brufani) stanno distruggendo le certezze residue per iniziare a costruire una nuova era e un nuovo modo di informare.

Definire “fake” il tema delle “fake news” non significa cancellarlo e rimuoverlo, anzi: significa prenderne autentica consapevolezza, significa definirlo secondo paradigmi veri e meno approssimativi, significa impugnarlo seriamente per arrivare ad una soluzione costruttiva. Ad inquadrare il tema in modo puntuale sono stati Marco Pratellesi (co-direttore AGI), Marco Bardazzi (Responsabile delle comunicazioni esterne in Eni) ed il giornalista Gianni Riotta. Partendo da una domanda fondamentale: da chi si informano i lettori?

Da chi si informano i lettori?

La domanda “da chi si informano i lettori” implica tutta una serie di domande ulteriori relative al “dove”, il “come” e il “quando”. Ma il problema centrale è diventato proprio il “da chi”, poiché dietro questo interrogativo si celano interessi, problematiche, disequilibri e delegittimazioni che stanno minando alla base tanto l’economia quanto la definizione stessa del giornalismo.

L’introduzione al tema è stata affrontata da Marco Bardazzi, secondo il quale le fake news sono oggi anzitutto una grande opportunità. Il giornalismo, infatti, ha oggi l’occasione giusta per svincolarsi dagli errori del passato per recuperare autenticità, genuinità e con esse anche la fiducia e l’attenzione dei lettori. Nella verità si può pertanto recuperare il valore perduto, ricostruire un rapporto e ricominciare a costruire. Il discorso vale tanto per il giornalismo (la cui colpa è più grave, poiché ha progressivamente abdicato alla propria missione) quanto per le aziende (che troppe volte hanno cercato una comunicazione fine a sé stessa, spesso priva di alcuna aderenza con la quotidianità e con l’identità del brand).

Secondo Riotta il presente detta ai comunicatori (che siano giornalisti o che siano professionisti interni all’azienda) due derive fondamentali: la prima, positiva, pone i brand continuamente sotto esame, esponendo chiunque alla critica e negando a tutti l’immunità alla critica; la seconda, negativa, è relativa al cronico crollo della fiducia che viene messa a disposizione e che oggi si contendono giornalisti, aziende ed attori terzi (si, anche e soprattutto l’industria delle fake news). In questo vuoto venutosi a creare, infatti, le fake news hanno coltivato una vera e propria industria basata su bassi istinti, facile monetizzazione ed una sconvolgente occupazione del canale delle comunicazioni. La spiegazione di questa deriva è stata affidata a Marco Pratellesi.

Secondo Pratellesi il giornalismo deve anzitutto ripartire dalle basi: etica e deontologia debbono tornare al centro di un dibattito che negli ultimi anni ha visto il settore inseguire ciecamente la tecnologia e i suoi dettami. Il giornalismo deve paradossalmente ritrovare sé stesso e i propri fondamenti, i propri asset originari e la propria natura, riportare i fatti al centro della propria missione e il senso della notizia al centro del proprio mirino. Il giornalista che non intende fare Giornalismo, insomma, non ha diritto a recriminare sui click furtivi di utenti disattenti, poiché se ne ha persa fiducia e attenzione deve partire anzitutto da un sentito mea culpa. Oggi gli utenti fruiscono delle notizie in due modi: o le ricevono, incrociandole in modo quasi casuale (leggasi tutto quel che è social networking e passaparola), oppure cercandole (leggasi ogni singola ricerca su Google). Nel primo caso spesso e volentieri il brand è ampiamente ignorato, soprattutto dai più giovani, i quali si limitano superficialmente a fruire della notizia senza alcuna attenzione alla fonte della stessa; nel secondo caso il brand viene notato maggiormente e contribuisce pertanto in modo fondamentale alla costruzione della notizia. Se i brand dell’editoria non riusciranno a recuperare il proprio ruolo centrale, non potranno ambire a tornare ad occupare quel potere che il mondo dell’informazione dovrebbe invece occupare all’interno di una società sana ed equilibrata.

Marco Bardazzi al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia

Marco Bardazzi al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia

Giovanni Ziccardi, professore associato di informatica giuridica ed informatica giuridica avanzata presso l’Università di Milano, ha ricordato inoltre come oggi l’utente si sia trovato improvvisamente un nuovo potere tra le mani e che ben difficilmente vi rinuncerà: si tratta di un diritto (e potere) di critica e contestazione continue e immediate, avendo infatti stessa dignità e stesse opportunità di chiunque altro all’interno della grande platea indifferenziata dei social media. Questo impone a giornalisti e aziende di scendere continuamente nell’arena, aprendosi ad un confronto diretto e disintermediato. Ecco perché le aziende hanno oggi il dovere e la necessità di produrre contenuti e “sporcarsi le mani” nel mondo dell’informazione: soltanto ponendosi come agente attivo possono infatti conquistare la necessaria credibilità per poter fare arrivare i giusti messaggi agli utenti. Una volta dato per assodato questo punto, le aziende devono capire “come” realizzare questo obiettivo ed ogni gruppo potrà ideare la propria miglior strategia. Eni, ad esempio, proprio in ossequio alle indicazioni di Marco Bardazzi, ha iniziato a costruire il proprio team tendendo la mano al giornalismo poiché in questo rapporto si crede come asset positivo per il futuro. I social media, del resto, stanno soltanto attraversando la loro “fase adolescenziale”, umorale e scostante all’inverosimile, ma con la necessità di una guida che possa pilotare il settore verso un’equilibrata età adulta. Sia le aziende che il mondo del giornalismo possono assolvere questo ruolo genitoriale tendendosi la mano e fungendo  da punti di riferimento: se tutti metteranno a fattor comune le rispettive risorse, esperienze e competenze, allora l’approdo dovrà giocoforza essere un nuovo piano di costruzione del senso e della narrazione. Una santa alleanza da realizzarsi nel solco della ricerca della qualità, del merito: a quel punto anche il native advertising non spaventerà, anche le fake news saranno ridimensionate e anche la grande idea del Giornalismo potrà essere recuperata.

Ma non si potrà fare nulla di tutto ciò se non in termini di collaborazione. Perché le regole da riscrivere vanno ben oltre il solo mondo dell’azienda, il mondo dei lettori e il mondo del giornalismo: le regole devono valere soprattutto negli ambiti di sovrapposizione e intersezione, laddove la contaminazione delle parti diventa ricchezza. Esattamente laddove oggi nessuno presidia il territorio, lasciando così spazio alle scorribande piratesche delle fake news.

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