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Le news di Facebook e quelle di Google

I due colossi web partner del Festival di Perugia, parlano ciascuno a modo suo di notizie, ma parlano, effettivamente, di cose molto diverse.

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La home page di Facebook raccoglie le notizie (NewsFeed), Google le aggrega in Gnews. Al Festival di Perugia i due colossi, entrambi sponsor dell’evento e presenti coi loro massimi dirigenti in workshop e discussioni pubbliche, hanno molto spesso usato lo stesso termine per parlare, in realtà, di due oggetti diversi. Forse sta qui la confusione attorno al tema delle fake news, così come la distanza, piuttosto evidente, tra due aziende che hanno obiettivi, funzioni ed età al momento non paragonabili.

La quantità di panel sul tema fake (basta vedere tutti i resoconti del magazine del festival) a questa edizione di IJF è stata impressionante, ma non c’è dubbio che le due multinazionali californiane, simbolo della conquista della Silicon Valley nel mondo, del potere degli algoritmi e di molte altre cose (non tutte positive) sono state al cuore del festival e nella testa di tutti i partecipanti. I due eventi che più di altri hanno catalizzato questa tensione sono stati senz’altro il talk di Adam Mosseri responsabile del NewsFeed di Facebook, con moderazione di Jeff Jarvis, e l’incontro con Richard Gingras, vicepresidente news di Google.

Il fact checking di Google

Mountain View si è presentata a Perugia forte del sistema di fact check lanciato negli stessi giorni a livello mondiale. Realizzato secondo dei tag di controllo sotto i risultati, il sistema etichetta un risultato del motore riassumendo molto brevemente in una casella sottostante la fonte, se a parere dei debunker coinvolti (in genere editori e loro partner) la notizia è vera, falsa o a metà, e include un collegamento dove si può leggere un approfondimento sulle ragioni di quella classificazione. Google ha tenuto a chiarire che la funzione si applica secondo diversi criteri ed è pensata per non saltare a “facili conclusioni”. Espressione usata sia da Gingras che da Mosseri, non a caso.

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Un test del fact check di Google integrato (web più notizie) durante il Festival del Giornalismo. Cercando “bugie su Regeni” si trovano alcune fonti con diversi claim e etichetta di falso da parte di una testata giornalistica italiana. Ripetendo la stessa ricerca sul notebook si hanno risultati leggermente diversi, probabilmente per la diversa cronologia del browser; la tecnologia è però ancora acerba, perché su molti altri temi sicuramente colpiti da bufale non si trovano ancora richiami di questo tipo.

Secondo il responsabile di Gnews, BigG sta democratizzando il processo decisionale attorno a ciò che può essere definito notizia e informazione, il che va nella direzione opposta a chi frettolosamente chiede alle piattaforme di assumersi delle responsabilità esclusive, tanto che, ha sempre spiegato Gingras al pubblico in sala dei Notari, quando gli editori raggiungono un parere diverso sulla stessa fonte viene conservato quest’ultimo.

L’approccio di Google è decisamente più maturo, si sente l’esperienza quasi ventennale dell’azienda, e le sentenze storiche – in Italia, ad esempio, ViviDown; in Europa si deve citare il diritto all’oblio – che hanno portato la società a gestire i tanti problemi sollevati in questi anni. Le fake news, secondo Gingras, verranno sconfitte «da un mix di impegno umano e collaborazione del machine learning».

Facebook, più strada da fare, ma meno tempo per farla

L’intervento di Mosseri è stato completamente diverso. Facebook è un’azienda molto più giovane, ha per molto tempo negato di avere responsabilità paragonabili o assimilabili a quelle di una media company, poi ha svoltato, per voce dello stesso Mark Zuckerberg, accettando la sfida di trovare una soluzione. Che non passasse però – e qui c’è lo stesso atteggiamento di Google – dal prendersi carico da sola, come azienda privata, di decidere cosa è vero e cosa falso. Menlo Park ha così deciso di sperimentare un debunking di terze parti e negli stessi giorni del festival ha presentato un nuovo strumento educativo sulle fake news. Il principio seguito da Facebook è molto diverso da Google: è più importante alfabetizzare l’utente, insegnargli a riconoscere una notizia di cattiva qualità, che segnalare o peggio cancellare il contenuto.

Nel suo panel con Jarvis, Mosseri ha dato sfoggio di tutta la sua preparazione di information designer preferendo discutere del senso di Facebook per le notizie che non dei dati dei primi tre mesi di debunking. «Non abbiamo un indicatore preciso», ha raccontato alla platea, «ma crediamo che le fake news stiano diminuendo, ma può darsi sia per causa della conclusione della campagna elettorale americana». Gli sforzi di Facebook vanno, come nel caso del fact checking di Google, verso l’internazionalizzazione e un rapporto consolidato con l’industria delle notizie. Facebook però sente di avere meno tempo e più pressione da parte di politica ed opinione pubblica.

La diversità fra i due colossi sta soprattutto nel fatto che Google aggrega ciò che si definisce genericamente notizia, mentre Facebook fa diventare notizia ciò che contestualmente lo diventa perché viene condiviso da un certo numero di persone. In questo senso le responsabilità delle due piattaforme sono tremende: Google deve evitare l’accusa di sostituirsi agli editori, Facebook dall’accusa di sostituirsi al giornalismo; il motore cerca il coinvolgimento di chi elenca, il social di chi rappresenta in superficie secondo i suoi algoritmi, non sempre così abili a definire ciò che realmente rappresenta gli interessi di chi vi è iscritto.