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Guerre di rete

Carola Frediani ha scritto un libro dove ripercorre vicende di leaking e hacking apparentemente slegate, ma che in realtà mostrano una trama comune.

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Non c’è dubbio che ormai è il momento di preoccuparsi consapevolmente di problemi molto più seri delle fake news o dell’hate speech: il mondo è sorvegliato e in un incredibile stato di guerra permanente tra nazioni, intelligence, aziende private, dentro un mercato delle informazioni in cui non ci si orienta più. Bisogna usare il plurale, “guerre”, per descriverlo, come fa Carola Frediani, che nel suo ultimo libro ha unito i puntini di vicende di leak, hacking, attacchi Ddos, cracking, nei quali per un giornalista è sempre più difficile trovare un senso.

Il libro di Carola, Guerre di rete raccoglie nove storie vere tra hacking di Stato, spionaggio, ricercatori a caccia di software malevoli, gruppi parastatali o schiettamente criminali, persone comuni e inconsapevoli coinvolte, che raccontano come la Rete si stia trasformando in un vero e proprio campo di battaglia. Lo ha raccontato al Festival del Giornalismo, che in questa edizione ha contato molti panel con il termine cyber al suo interno. La fotografia che esce dal libro è in effetti pienamente confermata dai giorni di confronto tra i giornalisti di tutto il mondo: un inquietante e contraddittorio scenario geopolitico ed economico che, secondo l’autrice, potrebbe trasformarsi a breve in un futuro distopico.

Carola Frediani

Carola Frediani, ha scritto e scrive di nuove tecnologie, cultura digitale, privacy, e hacking per diverse testate. Dal 2015 lavora per La Stampa, prima come social media editor, attualmente al desk inchieste.
Negli ultimi tempi si è molto specializzata nei movimenti online, suo il il libro Dentro Anonymous. Viaggio nellle legioni dei cyberattivisti (Informant, 2012) e nel Deep Web, affrontato nel libro La rete oltre Google – personaggi, storie e luoghi dell’internet profonda (Quintadicopertina, 2014). Ha scritto un ebook sul caso Hacking Team e racconta dalle pagine del quotidiano torinese i casi più scottanti degli “hacking di Stato” e dei leak. L’ultimo è uscito giusto oggi: Shadowbroker ha rilasciato i tool rubati alla NSA. Gran daffare per gli analisti anche il venerdì di Pasqua.

L’era della information warfare

Carola Frediani ha curato 4 panel a Perugia, sulle guerre di informazione, sul malware EyePiramid, sulla legittimazione dell’hacking di Stato, sul complesso rapporto tra hacker e democrazia. Appena tornata a casa, a Genova, ha dovuto affrontare la delicata questione dei software spia italiani venduti a regimi non democratici sotto gli occhi del MISE.

Da dove nasce questo libro? Si nota l’uso del plurale: guerre di rete, che in effetti è giusto.

Il titolo gioca con l’idea di cyber guerra, in realtà rifiutando quel concetto. Non è infatti da intendere nel modo in cui è spesso citato, a sproposito. Non è questione di “fare cose tremende con Internet”. Nel libro racconto una serie di conflitti in Rete e di hacking. Che è il focus. Scenari soprattutto degli ultimi due anni, ritirando le fila.

Alcuni di questi eventi sono nel frattempo cresciuti oppure si passa da un evento a un altro in un’accelerazione continua?

Alcuni eventi sono nel frattempo cresciuti, diventati persino altro. Certo, generalmente scrivi libri come questo perché speri che aiuti anche te a unire i puntini.

Unendo i puntini di vicende tanto complesse, diverse, cosa emerge?

Non emerge un pattern soltanto. Riprendendo in mano la questione Apple-Fbi, togliendola dalla cronaca dove in fondo si è conclusa e riannodandola al passato, la vedi su uno scenario di crittoguerra che va avanti da anni e si è acutizzata, per una serie di fattori che provo a spiegare. Prendiamo i ramsomware, diventati molto popolari, però al di là di tanti articoli mi piaceva provare a ricanalizzare tutta la filiera. Oppure, un altro evento forte, il leak di Ashley Madison: negli Usa ha avuto un impatto di rilievo, ho analizzato il decorso, gli sviluppi collaterali.

Hai moderato molti panel, sempre con cyber di mezzo. Cosa ne è uscito? Ogni anno è una stagione, si sa. Questa?

IJF17 è stata un’edizione focalizzata particolarmente rispetto al passato sulla battaglia informativa. Si è molto discusso di hacking e leaking, di una stagione di grande confusione: passiamo ormai quasi tutti i giorni sotto attacchi traumatici, nel dubbio che alcuni leak siano strategici; ogni discorso è mischiato con la propaganda, che io terrei separati ma capisco la difficoltà. Ci sono tante storie da raccontare, ma bisogna stare attenti a non farsi strumentalizzare. Dalla campagna presidenziale statunitense in poi, con l’hacking del partito democratico, abbiamo visto personaggi apparire e scomparire dal nulla, governi che prendono posizione sulla propria intelligence, documenti usciti da queste stesse fonti alimentare uno scontro tra America e Russia sul fronte digitale. Abbiamo dovuto commentare persino una guerra interna nelle intelligence, di cui ci sono avvisaglie anche in Russia, dove però per noi è quasi impossibile orientarci.

Mi chiedo: se è così difficile orientarsi, ha ancora senso questo mestiere?

L’interrogativo esiste, ma è anche vero che si può provare, con due tecniche: elencare i fatti, separando le categorie, le storie, e incentivare lo scetticismo del lettore. Il libro è scritto con storie diverse, ma molto collegate. Crittografie, attacchi criminali e sponsorizzati, la questione sicurezza di alto livello degli stati e i cittadini che rischiano molti danni collaterali. Informarsi anche senza sapere tutto permette di difendersi meglio.

Ti sei mai autocensurata per paura?

Distinguerei: se la paura è mettere a rischio la tua fonte, è chiaro che un giornalista deve fare attenzione e la sorveglianza globale è da questo punto di vista un grande problema per chi maneggia informazioni. La censura non è mai capitata, mentre mi capita di non essere sicura di avere abbastanza prove per poter scrivere quello che vorrei.

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