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Si riparla di Webtax: seriously?

Mentre al G7 si discute della tassazione alle multinazionali, in Italia torna una specie di Webtax come emendamento alla manovra: con le stesse lacune.

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I protagonisti sono sempre gli stessi, le parole anche: di qua Francesco Boccia, il deputato del Pd presidente della commissione Bilancio, di là le multinazionali. In mezzo, i noti problemi di tassazione che il primo cerca, ostinatamente, di risolvere puntando la stessa norma, nota come Webtax, che da almeno tre anni ammorba il dibattito politico e mediatico. Nonostante non sia una tassa e il Web non c’entri nulla.

L’on. Boccia tenta di rifilare un’altra volta la sua norma, dopo innumerevoli altri tentativi nelle più diverse occasioni fornite da disegni di legge e decreti di conversione, con un emendamento alla manovra finanziaria allo scopo di tassare le attività italiane delle multinazionali (del web, ma non solo), stavolta – a suo dire – passando da un riconoscimento unilaterale della stabile organizzazione a un processo di negoziazione con l’erario chiamata, nell’articolo 1, “procedura di cooperazione e collaborazione rafforzata”. In realtà, leggendola con attenzione, si capisce subito che anche questa Webtax mischia confusamente l’autodenuncia, il patto volontario, costringe le aziende a giustificare paradossalmente i propri guadagni in un percorso dove la stabile organizzazione, per il solo fatto che si opera in Italia, è occulta.

In queste due settimane molti hanno discusso, e criticato, questo testo; Webnews era tentato di ignorarlo, dopo averne parlato così tanto negli anni scorsi e considerando che non esiste modo, checché se ne dica, di applicare questi strumenti senza incappare nella violazione dei trattati Ocse. Questa tassa che tassa non è ha la strepitosa capacità di non garantire un gettito, ma di rendere meno attrattivo il Paese. Ieri però in commissione l’emendamento ha avuto un primo passaggio, al voto. Insomma, la Webtax non è una cosa seria, ma ormai bisogna prenderla seriamente.

Intervista a Sergio Boccadutri

Il deputato Sergio Boccadutri è stato protagonista, insieme al professor Carlo Alberto Maffè della trasmissione radiofonica di Oscar Giannino “I conti della belva” dedicata, lo scorso 13 maggio, alla Webtax. Noto per le sue battaglie per il cashless, ha un parere molto negativo di questa proposta, fin dalle prime volte e nelle prime versioni.

Il primo punto per sciogliere il nodo: non è una tassa e non riguarda il web, giusto?

Precisamente. Questa Webtax non introduce una tassa e non riguarda solo il web. L’emendamento, alla lettera, dà la possibilità alle aziende con un certo tipo di fatturato di poter chiedere se sono o meno stabile organizzazione, e capire se c’è una base imponibile che emerge, oppure no.

La Webtax pone diversi problemi, comma dopo comma. Quali sono i più rilevanti?

Il problema è il meccanismo del comma 5: prevede la non punibilità per il reato di omessa dichiarazione, ma al comma 8 c’è in sostanza la norma costrittiva: tu accetti l’interpello, l’Agenzia ti dice la base imponibile, se non accetti perdi il beneficio del comma 5, ma soprattutto caschi nel penale. La cosa peggiore è che praticamente l’agenzia a quel punto controlla ad libitum i bilanci per tutta la storia dell’impresa, senza rispettare il limite di sette anni che vale per questo tipo di controlli.

L’accertamento ipotizzato, tra l’altro, non sembra molto elastico rispetto all’evoluzione dell’economia digitale…

Se inizia l’accertamento, poi non puoi più aderire all’accordo, ma questo, che di fatto impedisce nel tempo di chiedere una stabile organizzazione, non raccoglie la dinamicità di un’impresa. Tra l’altro non si capisce come pretenda di impedire al soggetto di avvalersi del miglior beneficio, come obbligato dalla legge.

Perché dopo tanti anni ancora si insiste su questa strada?

Perché non si accetta che le tasse si generano dove si produce e non dove si consuma. Non si capisce che non è come l’Iva, qui si parla di reddito d’impresa, non di consumo, ed è importante anche per noi, per tutte le aziende italiane nel mondo che, se davvero si volesse applicare ovunque una legge del genere, smetterebbero di pagare le tasse qui. L’emendamento Boccia ribalta i rapporti e passa all’”obbligo di stabilimento”. C’è un patto che regola questi accordi, e l’unico livello di discussione possibile per cambiarlo è il G20.

La Webtax ha qualche chance di passare?

Non credo. (l’emendamento è stato approvato, per ora, in commissione; l’intervista è precedente al voto di ieri sera, nda). In ogni caso mi attengo a quanto detto con parole sagge da Padoan all’incontro del G7: il problema c’è, è vero, ma va affrontato a livello comunitario e insieme all’Ocse. Si sta parlando di rapporti fra gli Stati, non di multinazionali contro Stati. Non si può fare alla Trump, la Webtax è una specie di sovranismo.

Il punto cardine

Il cardine di tutta la questione, da cui non si esce è il seguente: secondo i trattati una società residente di uno Stato che controlla una società residente in un altro Stato non costituisce di per sé motivo sufficiente per considerare la seconda società una stabile organizzazione dell’altra. Su questo si sono scontrate tutte le web company, come Google, Apple, Amazon (che però da due anni ha una p.iva italiana, quindi una stabile organizzazione) con la Commissione Europea. In taluni casi queste società hanno pagato molti soldi all’erario, ma questi accordi fiscali non vanno confusi col tema della stabile organizzazione. Questa clausola è ancora valida, serve a evitare le doppie imposizioni. La Webtax, invece, ha sempre avuto il peccato originale di vedere nella presenza di una grande multinazionale residente in Italia, spiega Dario Stevanato, «un indizio» della stabile organizzazione italiana della società non residente appartenente allo stesso gruppo.

Fonte: Webnews • Immagine: karen roac, via Shutterstock • Notizie su: ,