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Abbonamenti dei giornali su Facebook

Mark Zuckerberg lancia l'idea di sfruttare il social per un paywall delle notizie, con Instant Articles: ma per salvare l'informazione è insufficiente.

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Può chi è accusato di aver promosso una comunità disinformata contribuire a crearne una più informata? È l’idea di Mark Zuckerberg, che ha scosso un’estate già piuttosto difficile per il giornalismo, alle prese con le reciproche accuse tra Trump e i media di alimentare fake news, con la proposta di usare Facebook come strumento diretto di contenuti a pagamento. Gli abbonamenti, poco attraenti per i consumatori di notizie, sull’unico sito frequentato da tutti. Funzionerà?

Le premesse del discorso di Zuck sono ormai evidenti e chiare a tutti gli osservatori: i media non possono stare fuori dai social, ma non esiste un modello di business che sostenga la professionalità in questo habitat, quindi dovendosi adeguare alle massacranti logiche del click si è prodotta una guerra al ribasso fra i diversi modi di intendere l’informazione a scapito di quella di maggiore qualità. «Non possiamo farlo senza i giornalisti», dice il fondatore di Facebook a proposito della community a cui pensa, «ma sappiamo anche che le nuove tecnologie possono rendere più difficile per i publisher finanziare il giornalismo sul quale tutti contano». Le strade non sono molte, anzi, semplificando brutalmente sono tre: laissez-faire, pari opportunità, ecologia. I giganti della rete possono mantenersi neutrali rispetto ai contenuti e loro rispettivi successi o fallimenti, possono preoccuparsi di ristabilire delle condizioni migliori per chi ha degli svantaggi considerando il loro valore per l’intero ecosistema, possono eliminare ciò che inquina il sito privilegiando per scelta altri tipi di contenuti.

Il paywall immaginato da Facebook, insieme a tutte le altre iniziative del Facebook Journalism Project, fanno parte della seconda categoria, la lotta contro la fake news della terza. Lo strumento col quale Facebook conta di introdurre questo cambiamento ad uso degli utenti è Instant Articles:

Il nostro obiettivo è lavorare più strettamente con le newsroom per sviluppare prodotti come gli articoli istantanei e gli strumenti per i giornalisti. (…) Come parte di questo, stiamo per provare nuovi modi per aiutare le organizzazioni a far crescere i loro abbonamenti. Se le persone si abboneranno dopo aver visto le notizie su Facebook, i soldi andranno direttamente agli editori e Facebook non prenderà alcuna commissione. Inizieremo con un piccolo gruppo di editori americani e europei entro la fine dell’anno e ascolteremo i loro commenti.

La proposta dunque è usare la piattaforma per incrementare gli abbonamenti, senza che il social ci guadagni nulla. Tanta grazia, verrebbe da dire: ci mancherebbe pure mettere a concorrenza un pagamento che già non funziona per nulla. Gli abbonamenti online sono statisticamente un fallimento quasi ovunque. C’è un elemento aggiuntivo nel post di Zuck, che riguarda invece la segnalazione delle fonti:

Il nostro obiettivo è quello di mettere il logo degli editori accanto a tutti gli articoli di notizie su Facebook in modo che tutti possano capire di più su ciò che stanno leggendo (i giornali possono caricare il logo sulla Brand Asset Library, nda). Questo aggiornamento è frutto delle conversazioni coi publisher in tutto il mondo. Continueremo a sperimentare diversi modi per sostenere l’industria della notizia e assicurarci che i giornalisti e gli editori possano continuare a svolgere il loro lavoro importante.

Non è ancora sufficiente

Ok, Zuck, vuoi aiutare l’informazione. Il progetto al momento però è destinato a finire in niente o poco più. Per almeno due ragioni: i lettori non pagano per avere news, è dura legge a tutte le latitudini; è praticamente impossibile, anzi persino illogico che una piattaforma che ha avuto un ruolo importantissimo nel diffondere l’idea dei contenuti gratuiti in più di 13 anni di attività possa convincere qualcuno a pagare per il giornalismo solo per il fatto che vi si leggono i post delle redazioni sulle loro pagine social: così facendo si riproduce lo stesso meccanismo in un altro ambiente.

La seconda ragione è più sottile, ma è determinante: da nessuna parte, né Zuck né il responsabile del News Feed, Adam Mosseri, hanno mai messo in discussione il totem degli algoritmi del sistema, perciò si tratterebbe comunque di lasciare i media alle prese con quelle metriche che hanno prodotto il clickbaiting, metriche più quantitative che qualitative.

Certo, arrivano aspetti positivi del rapporto più consolidato tra editori e Facebook, in particolare la consegna di dati generati dagli utenti più raffinati e interessanti per l’autonomia degli editori stessi, ma attualmente la proposta è di fatto un laissez-faire mascherato, con il colosso multimiliardario che dice agli editori “potete pubblicizzare i vostri abbonamenti che non vuole nessuno sul nostro sito, e siccome ci sentiamo generosi applichiamo il vostro logo nei trending e nei risultati di ricerca”.

Discorso diverso e più coraggioso, preoccupato dalla sopravvivenza dell’ecosistema, sarebbe un finanziamento diretto di Menlo Park agli editori come riconoscimento della loro importanza nel trasferire contenuti, superando gli articoli istantanei, che hanno una redditività quasi zero. Per farlo senza adottare gli algoritmi stritolanti, bisognerebbe costituire qualcosa – una fondazione, un ente terzo – che con criteri anche qualitativi sostenesse il giornalismo di qualità, le inchieste, il data journalism, il fact checking (peraltro su questo campo ci sarebbe già l’aggancio) senza altro scopo, a fondo perduto. Finché non si parla davvero di sensibilità “ecologica” dell’informazione, si è ancora troppo vicini al marketing.

Fonte: Webnews • Immagine: Billion Photos via Shutterstock • Notizie su: , ,