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Le reti autonome di Juniper

La combinazione di tecnologie ultraconnesse e obiettivi sostenibili soltanto da strumenti con IA, sta portando a immaginare reti capaci di autogestirsi.

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Nel mondo delle reti da qualche tempo si cerca di rispondere alla più pressante delle domande: What’s New? Il problema è che i network che stanno alla base della Rete compiono ancora molte operazioni in modo manuale: è l’uomo a schiacciare il freno, e che sia una buona idea oppure no la macchina frena. La metafora non è casuale, perché prendendo le mosse dalla rivoluzione della guida autonoma e dalle sue necessità infrastrutturali, la risposta è che la grande novità delle reti è che diventeranno autonome: self driving networks.

Il progetto di Juniper, uno dei colossi del settore, è quello di realizzare la tecnologia che serve a sostenere un livello di interazione uomo-macchina dove si cominci seriamente a lasciare che la macchina faccia da sé. Un futuro in cui le applicazioni si connettono e si autoassemblano per offrire mega servizi che faciliteranno la vita di tutti noi. A partire dall’infrastruttura di Rete per la combinazione di IoT, Intelligenza Artificiale e decisioni strategiche, su ambiti come la mobilità, la vita personale, la sanità, il commercio, l’industria.

Questa complessità però, per essere utile ed essere gestita, deve togliere di mezzo ciò che in fondo ci ha sempre tranquillizzato: l’operazione manuale, il tocco umano nei processi. Se si vogliono provider in grado di gestire contemporaneamente una quantità mostruosa di decisioni legate a piccoli eventi singoli non prevedibili se non nell’istante stesso in cui accadono, bisogna passare alla Rete autonoma a cui sta lavorando Kireeti Kompella, vice presidente e capo tecnologico di Juniper, multinazionale americana che fattura a nove zeri con le compagnie telefoniche di tutto il mondo. È la rivoluzione a cinque stadi delle operazioni: manuale, virtuale, predittiva, aumentata, completamente autonoma.

Si resta affascinati e anche un po’ preoccupati dalle spiegazioni di Kompella (video) che traendo ispirazione dalle self driving car, descrive una città intelligente governata da network che si configurano da soli, gestiscono, si difendono da attacchi, risolvono problemi eticamente molto vicini a quelli di vita-o-morte, anche se perlopiù questa tecnologia è pensata per scopi assai più prosaici, cioè il “tempo zero” di un tool fornito a un’azienda per scoprire quale strumento hardware si romperà, quale processo si interromperà, quale evento capiterà in un dato momento. Sensori, telemetria, deep learning: c’è troppa roba intelligente nelle reti perché queste non ne vengano trasformate per prestazioni, interoperabilità, ma soprattutto (e qui sta il punto), fiducia umana verso la macchina.

Intervista a Kompella

In Italia per una conferenza di Juniper, Kompella parla volentieri della sua visione e del suo lavoro, che verrà messa a punto in un arco temporale che va dai cinque ai quindici anni. Dopodiché, racconta, la Rete sulla quale correremo tutti coi nostri device, le nostre auto e le nostre applicazioni sarà in “autogestione intelligente”.

Dida

Kireeti Kompella (a destra) a Milano per Juniper, la società di cui è vicepresidente e che opera anche in Italia. Prima di assumere il suo ruolo attuale, è stato CTO di Contrail Systems, acquisita da Juniper nel dicembre 2012. Kompella ha conseguito una laurea in ingegneria elettronica e un master in informatica presso l’IIT di Kanpur, e un dottorato in informatica presso l’Università della California del Sud, specializzandosi in teoria dei numeri e crittografia. È titolare di 46 brevetti.

La più semplice definizione di self driven network?

Molte delle operazioni dei network sono ancora manuali, anche se molti aspetti sono automatici, ma non lo è la rete in sé, nella sua capacità di rispondere alle sollecitazioni di tutto quanto è necessario prevedere. In questi networks devi studiare il modo perché il goal, il traguardo sia automatico.

L’automazione è molto citata quando si parla dei rischi, basti pensare agli allarmi di Elon Musk. Immagino che in qualche punto del network automatico resti il tocco umano: dov’è?

È una questione di passi tecnologici. Prima di tutto, consideriamo che per molti anni ancora resteremo nella fase delle reti aumentate, a forte interazione uomo-macchina. Sono le auto a guida autonoma che devono prendere decisioni al posto dell’uomo senza appelli – perché per l’essere umano non è facile riprendere il comando di una operazione quando è distratto ormai a fare altro – le self driven networks hanno lassi temporali meno stringenti, e non è questione di vita o di morte. I problemi nei network sono meno urgenti. Certo, i dilemmi etici restano e infatti sono per progredire con prudenza.

Stiamo parlando del famoso momento di singularity?

In cinque anni avremo i prodotti che ci daranno l’automatismo che cerchiamo. A mio parere ci vorranno almeno 15 anni per il self driving nella parte service che immagino io, che non comporta una semplice implementazione interna, ma una vera mobility as a service.

Ha fatto molto scalpore la notizia che la Tesla ha rilasciato un firmware durante l’uragano per consentire agli automobilisti di correre più velocemente lontano dalla catastrofe climatica. Stiamo perdendo autonomia persino su ciò che in via teorica possediamo totalmente?

È un aspetto molto divertente la metafora dello “smartphone su ruote”, che indirettamente coinvolge le tecnologie di cui parliamo. Non appena aumentiamo l’autonomia delle cose connesse, riduciamo la nostra e rischiamo di perdere il controllo sui dettagli. Bisogna capire se l’aggiornamento degli oggetti che avremo, dai più piccoli ai più grandi e indispensabili, è un fatto di libertà, un obbligo, se devono essere rilasciati gratuitamente oppure a pagamento, e quali limiti normativi imporre. La fortissima autonomia delle macchine nei prossimi anni non sarà senza conseguenze sul lavoro e il tempo libero, in altri termini sulla nostra vita e ciò che intenderemo fare con essa.