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Il Lussemburgo deve chiedere 250 milioni ad Amazon

Margrethe Vestager chiede al Lussemburgo di riparare alle tasse non versate dal colosso di Seattle: è lo stesso modello adottato con Apple e Irlanda.

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Amazon segue Apple nel percorso di adeguamento fiscale degli stati membri ideato da Margrethe Vestager, durissima Commissaria responsabile della Concorrenza che ha inaugurato una nuova stagione del rapporto tra Bruxelles e la grandi aziende tecnologiche globali. Nel mirino stavolta c’è il colosso di Seattle, o meglio lo stato che l’avrebbe aiutato per molti anni a risparmiare tasse in barba alle regole continentali: Il Lussemburgo. In quegli anni guidato dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker.

Molti giornali, seguendo le indiscrezioni rimbalzate da oltreoceano, avevano parlato di “stangata”, e qualcuno oggi ripete lo stesso concetto. In realtà la cifra chiesta pubblicamente dalla commissaria è assai lontana da quella chiesta per il caso Apple: si tratta per Amazon di 250 milioni di euro, un mancato introito fiscale che, a dirla tutta (non si offenda nessuno, è sempre questione di proporzioni) rappresenta una inezia sia per le casse di Amazon che per quelle del Lussemburgo. Infatti non è questione di denaro, è il metodo che continuerà a far discutere, perché gli stati membri colpiti da queste indagini si sentono violati nella loro sovranità economica e fanno sempre ricorso.

La Vestager, da par suo, difende questo metodo, una sorta di riparazione successiva invece che preventiva sul trattamento fiscale delle multinazionali che hanno diritto di evitare la doppia imposizione. Esattamente come per Apple, la richiesta “sana” un trattamento che non è più possibile: Apple non può più agire in Irlanda come prima, Amazon ha da tempo stabilito organizzazioni nei paesi i cui opera e l’Europa ha stabilito nuove regole sull’Iva negli scambi transfrontalieri. Il governo lussemburghese ha accordato un trattamento fiscale agevolato ad Amazon, ma ora non lo fa più? Ottimo, dice la commissaria, buona ragione per fare due conti e chiudere:

Il Lussemburgo ha concesso ad Amazon vantaggi fiscali illegali, con il risultato che quasi tre quarti degli utili della società non sono stati tassati. In altre parole, è stato concesso ad Amazon di pagare quattro volte meno imposte rispetto ad altre imprese locali soggette alle stesse regole. Ciò è illegale ai sensi delle norme UE sugli aiuti di Stato. Gli Stati membri non possono concedere a multinazionali vantaggi fiscali selettivi che non concedono ad altre imprese.

Lo schema durato dal 2006 al 2014

Il giochino fiscale è noto ormai a tutti coloro che seguono queste vicende: le multinazionali stabiliscono una sede in un paese agevolante, dai vari paesi provengono le fatture, pagate le quali gli utili sono trasferiti ad altra società gemella, nel caso di Amazon la Amazon Europe Holding Technologies, che detiene i diritti di proprietà intellettuale e ha un collegamento a zero tassazione in un paradiso fiscale oppure torna in patria e viene tassato secondo altri accordi. In questo modo, denuncia la Commissione, «il ruling fiscale ha concesso un vantaggio economico selettivo ad Amazon, consentendo al gruppo di pagare meno imposte di altre imprese soggette alle stesse norme».

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La Commissione Europea, per voce di Margrethe Vestager, è molto esplicita nello spiegare le ragioni della sua denuncia sul trattamento fiscale irregolare. Lo schema spiega il metodo col quale Amazon ha risparmiato fino a tre quarti dell’imponibile, cifra che ora il Lussemburgo è invitato a chiedere all’azienda. Può sembrare complicato, ma in realtà è basato su un concetto semplice: Amazon EU (la società di gestione) opera nel commercio al dettaglio di Amazon in tutta Europa, Amazon Europe Holding Technologies (la società di holding) è una società in accomandita semplice senza uffici, dipendenti o attività commerciali, che agisce da intermediaria tra la società di gestione e Amazon negli Stati Uniti, la casa madre. Mentre una parte dei profitti veniva tassata in Lussemburgo, una parte consistente veniva dirottata alla holding, che detiene specifici diritti che le consentono di cederli in esclusiva secondo accordi interni di ripartizione che prevedono di contribuire ai costi di sviluppo della proprietà intellettuale (R&D). Il trucco scatta in questo frangente: la gestione è tassata in Europa, la holding negli Usa, e i suoi soci rinviano gli obblighi fiscali. Amazon ha fatto uso di questa struttura tra il maggio 2006 e il giugno 2014, quando poi ha modificato il suo modo di operare in Europa.

Tocca al Lussemburgo stimare e riscuotere

La battaglia tra Commissione, governi e aziende si incardina sul ruolo che l’Unione può avere nel recuperare l’aiuto di Stato anticoncorrenziale. Le norme non prevedono ammende né puniscono la società coinvolta: si limitano, se possono, a ripristinare la parità di trattamento con le altre imprese. È dunque un errore, anche molto diffuso, definire queste operazioni come multe, stangate, sanzioni, punizioni. Bruxelles fa una indagine, calcola sulla base delle informazioni disponibili il vantaggio, nel caso di Amazon circa 250 milioni di euro (più gli interessi), ma dovranno essere le autorità del Lussemburgo a determinare l’importo preciso delle imposte non pagate, e chiederlo. A meno che non voglia essere denunciato presso la Corte come capitato all’Irlanda, dopo un anno di melina.

Amazon: sempre rispettate le regole

Amazon ha subito commentato la conferenza stampa della commissaria, con un breve comunicato nel quale respinge le accuse e ricorda il suo ruolo nell’economia del vecchio continente. Molto probabile un ricorso:

Riteniamo che Amazon non abbia ricevuto alcun trattamento speciale dal Lussemburgo e che le imposte siano state pagate nel pieno rispetto della legislazione fiscale lussemburghese e internazionale. Esamineremo la sentenza della Commissione e valuteremo le nostre opzioni giuridiche, compreso un ricorso. I nostri 50.000 dipendenti in tutta Europa rimangono concentrati al servizio dei nostri clienti e delle centinaia di migliaia di piccole imprese che lavorano con noi.

Il governo lussemburghese, nel frattempo, ha dichiarato di ritenere che «all’impresa Amazon non siano stati concessi aiuti di Stato incompatibili».

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