Speciale Blue Whale Challenge

Blue Whale

Blue Whale: mitopoiesi noir

Blue Whale è un fenomeno nato in tv, cresciuto sui social network ed infine moltiplicato sulle chat: un caso sicuramente minore, del quale ancora non v'è peraltro prova alcuna, è diventato causa di un'isteria collettiva che ha trasformato una serie di comprovati decessi in una pericolosa trama da horror. Ora la paura incanalata in questa isteria ha creato un problema laddove questo problema non esisteva e il rischio di ulteriori suicidi potrebbe diventare realtà: la responsabilità dei singoli sia l'antidoto che frena storie di questo tipo riconducendole alla loro reale dimensione e consentendo di scovare gli eventuali, se esistenti, responsabili. 

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La Blue Whale (letteralmente “balenottera azzurra”, ma in Italia subito ribattezzata “Balena Blu“) è anzitutto un’ossessione collettiva. Di qui bisogna partire per comprenderne il fenomeno. Come ogni ossessione, si scatena da un’emozione forte, si trascina di bocca in bocca tramite il passaparola, si gonfia e si nutre di emotività, si radica nelle convinzioni in modo progressivo ed infine si consolida come verità assodata passando attraverso canali informativi di vario tipo in cerca di conferme.

Del fenomeno Blue Whale si è sentito parlare in Italia in primis con “Le Iene” in tv: una puntata di cui molto si è discusso, ma il dibattito si è presto trasferito sui social network per poi dilagare in una fiumana di chat. Se solo fossero disponibili, sarebbe estremamente interessante conoscere le statistiche relative alla penetrazione del tema Blue Whale sui gruppi WhatsApp, ad esempio, soprattutto laddove nel rapporto scuola/genitori si sviluppa forse uno dei terreni più fecondi per questa questione.

Aggiornamento: Per stessa ammissione dell’autore del report de Le Iene, i filmati utilizzati sarebbero fasulli. Un caso montato ad arte, fatto di supposizioni e privo di qualsivoglia prova. Leggere quel che segue dimostra come, con un pizzico di senso critico, ci si poteva arrivare prima ed evitare allarmismi e grandi catene di passaparola tra genitori terrorizzati. 

Cos’è Blue Whale

Blue Whale è (o sarebbe?) un gioco nato in Russia. Non si tratta però di un gioco con dinamica ludica: si tratta di una sorta di percorso che un ragazzo può compiere assieme al proprio “curatore” attraverso una lunga serie di tappe progressive. Il percorso ha una fine nota e predeterminata: il suicidio.

Il nome “Blue Whale” prende proprio il nome dal principio base del suicidio: così come le balene vanno a spiaggiarsi per morire (anche se l’interpretazione stessa dello spiaggiarsi come atto di suicidio volontario è in realtà idea del tutto fuorviante), così anche il “protagonista” della sfida va a cercare la morte affrontando il proprio percorso verso la quiete nera della spiaggia finale.

Il gioco avrebbe regole precise: ogni giorno ci sarebbe una sfida e le parti in causa hanno un ruolo preciso. I giorni sono 50: il “protagonista” deve dimostrare di poter affrontare senza timore le singole sfide (tagli sugli avambracci, strani comportamenti notturni, sporgersi da grandi altezze e altro ancora) e il curatore deve verificare che tutto proceda secondo regolamento. Il curatore si fa dunque garante del coraggio del “protagonista”, certificando la buona riuscita della sfida per poter accedere a quella del giorno successivo.

Chiaramente si tratta di un gioco senza scopo apparente poiché sembra essere privo di finalità positive. Nessuno vince, se non ragionando in negativo nell’ottica di un protagonista che cammina in coscienza verso la propria morte e si felicita dunque della riuscita del proprio percorso cercando consenso e autostima nell’interpretazione di un ruolo.

Ma il tema merita un approfondimento, perché fermarsi qui significa aver probabilmente raccontato qualcosa di falso e l’unica verità sta invece nella complessità. E il rischio dell’emulazione, nel frattempo, cresce a dismisura.

Blue Whale Challenge: mitopoiesi noir

La storia è ben riassunta da Attivissimo sul proprio blog e non c’è molto da aggiungere:

Secondo le indagini del giornalista Russell Smith, del collega debunker David Puente, di Know Your Meme, de Il Post e del sito antibufala Snopes, il mito del Blue Whale Challenge (BWC) è iniziato a maggio del 2016, quando la rete televisiva russa RT (Russia Today) ha trasmesso un servizio sui gruppi di discussione sul suicidio presenti sul social network VK.

Sempre a maggio del 2016, un’altra testata giornalistica russa, la Novaya Gazeta, ha citato per la prima volta specificamente qualcosa che somiglia al Blue Whale Challenge («киты плывут вверх» e simili), dichiarando che su 130 suicidi giovanili avvenuti in Russia fra novembre 2015 e aprile 2016 almeno 80 erano collegati a questa serie di sfide e a vari gruppi che usano la balena come nome o simbolo (non specificamente al BWC).

Una scalata senza pari: in pochi mesi quello che era un caso isolato ad una triste bolla locale ha incontrato la fascinazione collettiva dello storytelling. Anche la morte diventerebbe così oggetto di condivisione, fino a coinvolgere altri giovani e altre vittime. Ma soprattutto, fino a coinvolgere altro storytelling. La Balena Blu è così diventata un simbolo che si è fatto portatore di un incubo: i valori veicolati dai primi suicidi sono stati incarnati in una sorta di mitologia nera che ha saputo vendersi molto bene, offrendo soprattutto a molti giornalisti la storia che mancava. Ecco come la Balena Blu è diventata oggetto dell’isteria collettiva: perso completamente ogni contatto con l’origine della vicenda, l’isteria si è trasformata nel nuovo “uomo nero” che aspetta dietro l’angolo o che offre caramelle ai bambini davanti alle scuole.

Del resto dietro la Balena Blu c’è tutto: la perversione, la dinamica che consente all’aspirante suicida di lanciare segnali di aiuto al mondo esterno, l’accompagnamento verso l’estremo gesto (del quale anche l’aspirante suicida ha sempre paura), l’uso del Web come strumento di contatto tanto vicino quanto anonimo, la trama lunga 50 giorni e un “protagonista”. Ma sia chiaro: in questa storia il “protagonista” non è certo l’eroe, quanto il nemico primo di sé stesso. Ed è in questo corto circuito che si consumerebbe l’horror: una trama geniale, se fosse cinematografia.

Blue Whale è una bufala?

Blue Whale non è una bufala, ma non è neppure realtà, o forse andrebbe considerata sia l’una che l’altra cosa. Quantomeno, secondo quanto emerso il fenomeno sarebbe confinato a pochissimi casi, tutti da dimostrare e sicuramente scarni di qualsivoglia dettaglio. Ci sono stati davvero 130 morti in Russia a causa della balena blu? E ci sono davvero casi dimostrati in Italia, con ragazzi pronti a immolarsi all’interno di questo percorso suicida? E chi sono i curatori?

Nessuna di queste domande ha risposte certe e tutto ciò perché la dinamica stessa con cui è venuto a galla il fenomeno ha finito per diventare il fenomeno stesso. La Balena Blu è diventata infatti molto presto una ossessione collettiva che, soprattutto in Italia, ha preso piede ed ha stemperato di orrore la percezione di molte, troppe persone. Alle quali è ora importante raccontare la verità.

Dire che sia una bufala sarebbe dunque fuorviante, poiché non esistono prove di un qualche elemento doloso dietro questa storia; dire che sia verità è però cosa ancor più sbagliata, poiché tutto lascia supporre che la Balena Blu possa essere solo e soltanto una immensa suggestione mediatica sorta a seguito di alcuni strani suicidi. Gli stessi video mostrati da Le Iene in tv, tutti indicati come indizi probanti l’esistenza della Blue Whale, avrebbero molti elementi dubbi (quando non del tutto fasulli), il che mette una volta di più in forse l’esistenza stessa del fenomeno.

Lo storytelling potrebbe aver fatto dunque grossi danni: in primis poiché ha alimentato il passaparola attorno al gioco (dunque, se fosse verità, lo ha corroborato e nutrito); inoltre poiché ha determinato grandi paure senza veicolare tale energia in alcun modo costruttivo.

Non ci sono prove che il gioco sia effettivamente esistito o dilagato. Il famigerato arresto di un curatore, infatti, non trova riscontri effettivi; le morti originarie sono avvenute, ma nulla le lega effettivamente ad una dinamica comune; i video utilizzati dimostrerebbero morti in nessun modo legate alle dinamiche della Blue Whale; le molte segnalazioni di cui si ha notizia in questi giorni sui quotidiani non vedono legami oggettivi con il gioco; nessun curatore è mai stato trovato e nessuno è riuscito in alcun modo a simulare il percorso dei 50 giorni dimostrandone l’esistenza o un qualche coordinamento. Quindi? Si può dire che una cosa esista senza che se ne abbia alcun riscontro oggettivo al di fuori di casi isolati e comunque relegati a piccolo fenomeno locale?

Oggi mezza Italia si chiede cosa sia Blue Whale e se occorra temere per la sorte dei propri figli. La risposta è però molto lontana da questo stesso quesito. Ed è forse molto più vicina, invece, a quella che è la natura del rapporto tra genitori e figli. Ed alla propria intima capacità di leggere e comprendere una notizia.

Blue Whale secondo la Polizia

Meritevole, ma di per sé poco utile, l’apporto offerto dalla Polizia Postale: in qualità di entità autorevole, infatti, la Polizia è intervenuta prontamente per dimostrare di saper presidiare il problema ed al tempo stesso ha consigliato prudenza con una serie di consigli ai più giovani:

Il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni sta coordinando gli interventi attivati a seguito delle numerose segnalazioni pervenute ed in trattazione degli Uffici territoriali della Polizia Postale al fine di individuare la presenza di eventuali soggetti che si dedicano ad indurre minorenni ad atti di autolesionismo ed al suicidio attraverso l’uso di canali social e app ovvero di intercettare fenomeni di emulazione nei quali pericolosamente possono incorrere i più giovani in Rete in preda alle mode del momento o guidati da un’improvvida fragilità magari condivisa con un gruppo di coetanei.

Ai ragazzi viene consigliato di interrompere il gioco anzitempo, di contattare la Polizia in caso di coinvolgimento e di far sapere ad altri se avesse saputo di qualche amico attirato da qualche curatore. Indirettamente, quindi, la Polizia ha confermato il sussistere della vicenda e si è resa canale di conferma per quanti in queste ore si chiedono se il caso esista o meno. Non è colpa della Polizia, ovviamente, la quale ha portato il proprio aiuto al cospetto di una vicenda che è rapidamente dilagata, tuttavia la dinamica del mito “Blue Whale” tira in ballo anche questo aspetto.

Ma se la balena blu davvero esiste, perché il “protagonista” dovrebbe uscirne o dovrebbe andare sul sito della Polizia Postale a cercare informazioni? Se una dinamica perversa come quella delle 50 sfide dovesse essere sposata da un ragazzo, perché mai dovrebbe uscirne cercando aiuto laddove invece ridurrebbe ulteriormente la propria già deteriorata autostima?

Più utili al contenimento del problema sono i servizi informativi che hanno effettivamente aiutato a far luce sul caso, senza esaltarne il ruolo e ben spiegando quanto l’informazione abbia fatto la propria parte in questo bailamme. Più utile, dunque, parlare della reale sussistenza del problema che non affrontarlo direttamente (poiché, indirettamente, lo si fa ad affermare e consolidare): sempre che si arrivi a definire bufala o non-bufala la Blue Whale (fenomeno che per definizione è invece sia l’una che l’altra cosa al tempo stesso), rifletterci su è comunque già un passo importante. Ottima la definizione offerta a tal proposito da Paolo Attivissimo: un fenomeno relativamente limitato è diventato enorme a causa di un giornalismo irresponsabile. La distribuzione delle colpe e le strategie per intervenire debbono dunque ora assumere un tono differente rispetto alle prime ore, perché, se mai la Balena Blu è esistita, sicuramente ora non è quella di qualche mese fa.

Di chi è la colpa (e qual è)

Ognuno faccia ammenda, perché dietro alle isterie collettive c’è sempre qualcosa di più di singole responsabilità. Dietro alle streghe di Salem, del resto, c’è stata una comunità intera spinta all’autolesionismo, così come anche nel suicidio di massa di Jonestown c’è stata una dinamica di gruppo a versare il veleno. Ma le isterie sono spiegabili anche in modo più semplice che non con le (pur innumerevoli) clamorose casistiche passate agli annali. Blue Whale, che probabilmente si spegnerà già nel giro di poche settimane, è destinata a passare alla storia proprio sotto questa categoria.

Non è un caso se in questa vicenda in molti abbiano tirato in ballo il cosiddetto “effetto Werther“. Il pericolo, infatti, è quello di aver talmente aumentato l’eco sulla vicenda da causare la vicenda stessa. O meglio: se la Blue Whale non fosse stata raccontata con tanta enfasi, probabilmente si sarebbe ripiegata su sé stessa e non avrebbe scalato a fenomeno isterico e internazionale. Grazie a questo cambio di magnitudo, invece, i pericoli si son fatti maggiori e più consistenti. Ecco quindi aumentare le segnalazioni, ecco aumentare il terrore, ecco aumentare il passaparola. Chissà, ecco aumentare in qualche misura i suicidi. Perché questo è l’effetto Werther: lo stimolo offerto dai mass media ai suicidi (all’interno di una narrazione che rende romatico, eroico e significativo il gesto finale), fino a generare una sorta di suicidio di massa partendo da casi simbolici e isolati.

Il giornalismo si assuma dunque le proprie responsabilità. Sottile è il confine che divide il dovere professionale di raccontare dal dovere etico di rendere proporzionale il racconto ai fatti. Un incidente non deve diventare una catastrofe e un venticello non deve diventare una tempesta: la responsabilità è forte quando si ha a disposizione un ampio pubblico. Disseminare le proprie pagine di segnalazioni come succede nei giorni della Balena Blu, senza alcuna verifica e senza alcun discernimento (anzi, magari alla ricerca del click facile), fa del giornalista un complice poiché consente alla verità “Blue Whale” di celarsi dietro alla parallela bugia “Blue Whale”: disorientando, confondendo, mistificando e mitizzando.

Avvertire sul rischio è cosa doverosa, insomma, ma mantenere le proporzioni ed evitare la mitopoiesi noir vista attorno alla Balena Blu è qualcosa di assolutamente doveroso, soprattutto ora che il caso è ormai conclamato e la Polizia si trova a dover rispondere a genitori terrorizzati da hashtag, foto e indizi in realtà tutti da decifrare (ed in fin dei conti puntualmente smentiti).

La responsabilità di chi diffonde la notizia è però paritetica a quella di chi la riceve: tutti hanno oggi gli strumenti per informarsi e tutti hanno quindi il dovere di farsi un’idea precisa di quanto leggono. Questo, soprattutto, quando in ballo ci sono sentimenti forti o quando si rischia di lasciarsi travolgere dall’emotività. Articoli come questo nascono proprio allo scopo di fare il quadro della situazione, per comprendere e reagire in modo consapevole.

L’ultima responsabilità è di quanti incrociano gli allarmi della Balena Blu sui gruppi WhatsApp o negli incontri con gli amici: inutile spendere la moneta del terrore, molto meglio è consigliare scetticismo e consigliare su come informarsi. Tu che hai ben compreso cosa sia il fenomeno Blue Whale: gira i giusti link ai tuoi amici, ferma le catene che ne moltiplicano i pericoli e impara a ignorare messaggi privi di consistenza che si nutrono soltanto di timori ed emotività.

Cosa bisogna fare

Non parlarne aiuta. Non parlarne, esatto: consentire alla bolla di sgonfiarsi, evitare di aggiungere dubbi ulteriori, portare a conoscenza di un’entità che sicuramente è molto minore di quanto non venga percepita.

Fermare con le giuste argomentazioni chi ne parla, è cosa meritevole. Chiedere la fonte della notizia a chi semina l’allarme è utile per instillare dubbi in quanti si fanno volontari passacarte in questo processo di costruzione semantica del fenomeno a livello di collettività. Un po’ come per le fake news: non bisogna solo imparare a scegliersi le fonti, ma occorre anche imparare a giudicare quel che si legge, metabolizzare questo processo a livello culturale e infine tentare di instillarlo anche nelle persone che si hanno vicine.

E infine, ancora una volta con le parole di Attivissimo, alle quali c’è ancora una volta ben poco da aggiungere:

Questa gente disturbata ha potere soltanto se glielo diamo noi: se i genitori lasciano che i figli giovanissimi parlino con gli sconosciuti e girino su Internet senza tenerli d’occhio e senza spiegare loro com’è il mondo; se si crede a tutto quello che si vede su Internet; se i giornalisti presentano questi adescatori come dei geni della perversione e si attaccano a etichette di facile presa come appunto Blue Whale Challenge.

Il Blue Whale Challenge […] esiste e fa danni solo se crediamo che esista e gli diamo visibilità senza fare critica. Più lo pubblicizziamo e ci concentriamo sul mito, parlandone in toni di certezza, più lo rinforziamo e facciamo il suo gioco. Non facciamoci trollare crudelmente.

In particolare, cerchiamo di non fare l’errore di concentrarci solo sul caso Blue Whale e sulla sua specifica mitologia, ma cogliamo l’occasione per parlare con i ragazzi e le ragazze del problema generale del suicidio giovanile, nei toni e nei modi consigliati dagli esperti, che segnalo più avanti.

Mai come in questo caso non bisogna guardare il dito, ma la Luna: il problema non è la Balena Blu, ma la mitopoiesi noir. Il problema non è un caso che forse non esiste, ma la creazione del caso stesso e il rischio che qualcuno possa cavalcarlo.

Dialogare con i ragazzi, far capire loro come la vita sia un dono e la rete altrettanto, insegnando quindi a difendere i propri doni invece che ad usarli con disprezzo: impariamo a distinguere i problemi veri da quelli fasulli, impariamo a rispondere in modo proporzionato alle notizie, impariamo ad evitare di farci tramite di terrore incarnando un più solido senso di responsabilità collettivo.

Le balene del resto non vanno mai a spiaggiarsi volontariamente: in realtà ci vanno per errore, confuse da segnali capaci di distorcerne la percezione e l’orientamento. Forse il nome “Blue Whale” è dunque involontariamente corretto: l’importante è ridurre questi segnali e consentire alle persone di poter nuotare senza dover essere attirati nelle correnti dell’isteria, della paura, della sfiducia e della disinformazione.