Speciale Cluetrain Manifesto

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Cluetrain Manifesto 2015: una nuova consapevolezza

Dopo quindici anni i firmatari del primo Cluetrain Manifesto tornano con una nuova versione, più lunga e altrettanto appassionata, delle tesi su Internet. Tanti nuovi problemi e pericoli per la Rete, dall'hate speech alla sorveglianza, dai colossi della Silicon Valley al cybercrimine.

Tutto si conclude con un auspicio e con un ottimismo sbandierato come vessillo di resistenza: che a lungo si possa ancora amare Internet, affinché Internet rimanga quel che era in origine. La Rete sia fatta di persone e di valori, impregnata di apertura, libertà e diversità.

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A quindici anni dal primo, gli autori del Cluetrain Manifesto sono tornati con nuove tesi, stavolta superandole in numero (da 95 a 121) e aggiornandole ai tempi della Rete di massa dei tempi odierni, colonizzata dalle web company e loro applicazioni, violata dalle varie forme di criminalità politica e commerciale a suo tempo già denunciata, messa in pericolo dalla sorveglianza globale. Doc Searls e David Weinberger hanno scritto un nuovo patto per un nuovo umanesimo di Internet, che va letto.

Una nuova Bibbia del digitale? Piuttosto una serie di fondamentali punti di riflessione, molti dei quali condivisibili, alcuni dei quali spinti verso una riflessione che tradisce sfumature poetiche dipinte di tecnica. Un manifesto importante per tutto quel che può suscitare: riflessioni, spunti, interrogativi. Senza fornire risposte reali, perché non è questo lo scopo; in assenza di un punto di arrivo predefinito, l’importanza sta nel percorso che si compie sulla strada della consapevolezza.

Idealistico, pseudo religioso, il primo manifesto del 1999 si guadagnò all’epoca una fama gigantesca e secondo alcuni anche del tutto immeritata. I suoi estensori, tutti blogger, economisti, docenti universitari, ebbero il merito però di aver individuato nella Rete un potente propulsore di cambiamento dei paradigmi economici, soprattutto del concetto di marketing. Le 95 tesi (richiamo esplicito a quelle di Martin Lutero a fondamento della riforma Protestante) si basavano sul concetto che i mercati sono conversazioni e siccome nulla è più conversazione di Internet e del World Wide Web, questo significava che nessuno più avrebbe potuto chiamarsi fuori dalla Rete per creare e vendere un prodotto; assumendo però il presupposto che ne avrebbe anche dovuto accettare le regole, così dirompenti da mettere in discussione gli organigrammi  e le dinamiche delle aziende e del rapporto tra cittadino e impresa.

Un tempo eravamo giovani…

Ma quanto è cambiato il mondo e il Web in questi ultimi 15 anni? Se lo chiedono, quasi sbalorditi, gli stessi autori. Nel Cluetrain del 99 non c’erano i social network, Google aveva un anno di vita, di fatto era l’epoca delle mail, dei newsgroup e dei blog.

Nulla a che vedere con la Rete di Facebook, Apple, Amazon, delle piattaforme che hanno recintato la Rete e creato spazi di commercio elettronico di oggetti ma anche di dati che fanno svaporare alcune tesi di quegli anni. La totale disintermediazione non c’è stata, o meglio, come dicono gli autori nell’introduzione «tutto il lavoro fatto insieme sta per affrontare pericoli mortali».

Il passaggio dal primo Cluetrain Manifesto a quello attuale è segnato da un sentimento a metà tra il timore e l’ottimismo. La Rete, vista come frutto del bene, è minacciata da forze del male, il dito è puntato nostalgicamente verso le origini: dall’apertura a cui si è ispirato Tim Berners-Lee si è arrivati alla chiusura del mondo delle app. In questo percorso si son persi gran parte dei valori iniziali. Tuttavia rimane una convinzione: la Rete è fatta di valori umani, relazioni umane, pulsioni personali. L’uomo è la trama della Rete, l’infrastruttura è mero strumento. Tutto il resto viene di conseguenza e va nella giusta direzione quando si riesce ad avere piena visione di dove eravamo, dove siamo e dove si sta andando.

Le 121 tesi: i comandamenti

Le 121 tesi di Cluetrain (tradotte da Bee Free su Medium) rispettano la struttura in sezioni che si era vista anche 15 anni fa. Il manifesto è sostanzialmente diviso in tre parti, molto diseguali fra loro:

  • Definizioni di Internet e del web (1-32): Internet siamo noi; Internet non è niente e non ha uno scopo; La Rete non è contenuto; La Rete non è medium; la Rete è un mondo intero;
  • Conversazioni e marketing (33-93): Perché abbiamo permesso che le conversazioni diventassero armi?; Siamo d’accordo su tutto, ti trovo affascinante!; Il marketing rende più difficile parlare; Le Guantanamo della Rete; La gravità è splendida finché un buco nero non ci risucchia; la privacy nell’epoca delle spie; la privacy nell’epoca delle vipere;
  • Nuovi principi fondativi (94-121): La canzone di Kumbiyah ha un suono bellissimo in una camera d’eco; Una tasca piena di cliché; Stare insieme: causa e soluzione di ogni problema.

Nella prima parte il manifesto tiene a precisare, con più forza rispetto al passato, che Internet non è praticamente definibile in modo oggettivo: non è i suoi cavi, non è i suoi contenuti, non è di chi ci fa soldi né di chi ne spende. Internet e il Web sono protocolli, considerati come “comandamenti”. Uno di questi, il più sintetico, è la quarta tesi:

Possediamo Internet in comune, non appartiene a nessuno.

Di tutti e di nessuno, poiché costruito da tutti, in possesso della collettività che vi partecipa. Un bene comune che tutti hanno il diritto di costruire e il dovere di tutelare. Una frase per molti versi lapalissiana, ma sintesi obbligata di un principio fondamentale.

L’idea di una infrastruttura che non ha uno scopo preciso, che tutto raccoglie e integra viene paragonato, con una immagine bellissima, alla gravità nella tesi 15 che chiude il paragrafo b) della prima parte:

Così come la gravità, Internet esercita la propria attrazione in modo indiscriminato. Ci unisce tutti, virtuosi e malvagi.

Le conversazioni come armi

Nel manifesto si affronta un tema caldo, sbrigato nel ’99 con la questione dei troll e dell’anomimato. Qui il discorso dei «buoni e cattivi» si fa meno sicuro e quindi, nello stile degli autori, prepotentemente idealistico. Se infatti non c’è dubbio che l’hate speech non è un grande spot per chi considera ogni hyperlink «un atto di generosità», per Searls e Weinberger vale ancora il principio per cui in Rete esiste quanto esiste nel mondo, anche perché si somigliano sempre più fino a identificarsi.

La tesi 39 ammette una cosa che alcuni faticano ad ammettere, oltre a non avere soluzioni a portata di mano. C’è un problema grave, specifico:

L’odio non ha creato la Rete, ma sta riportando indietro sia la Rete che noi.

Scavare nelle vite

La Rete è diventata un grande buffet. I colossi californiani hanno imparato in pochi anni a produrre una redditività incredibile dai propri servizi agli utenti e soprattutto dai big data che ne derivano. Qui il manifesto si fa assertivo, conciso: le conversazioni online appartengono alle persone e soltanto a loro, l’economia basata sui motori di ricerca e gli insights estratti è una economia sbagliata. Per gli autori (qui invece c’è una ripresa identica all’essenza della prima versione) se un potenziale consumatore vuole sapere la verità su un prodotto devo scoprirlo da un altro utente. La tesi 58 è un invito plateale alle web company, potrebbe essere stampata su una t-shirt:

Smettetela di scavare nelle nostre vite per estrarre informazioni che non vi riguardano e che le vostre macchine interpretano male.

Il principio di Searls è ripreso da un suo libro, Intention Economy, nel quale si critica la personalizzazione dell’advertising e si rimette al centro la persona e il suo diritto a esprimere un proprio desiderio autonomamente, senza essere anticipato dagli algoritmi. Quasi un rigurgito di indipendenza, un moto d’orgoglio per liberare la persona dai tentacoli dei server, una rivendicazione di indipendenza.

Le applicazioni non sono il Web

Dura, anche se sempre un po’ ironica, la presa di posizione contro le applicazioni. Qui il tono è simile a quello di Tim Berners-Lee, che qualche tempo fa ha definito “noioso” il mondo delle app. Per il manifesto, che non farà la gioia di Cupertino, le pagine Web riguardano la connessione tra le persone, mentre le app riguardano il loro controllo. Tanto da definirle «Guantanamo della Rete». Qui la tesi 71:

Non appena ci spostiamo dal Web a un mondo di app, perdiamo ciò che stavamo costruendo insieme.

In questa asserzione c’è molta dell’anima della Mozilla Foundation e di tutti coloro i quali spingono per un Web aperto che recuperi lo spirito collaborativo delle origini: l’orticello chiuso delle piattaforme mobile principali è un sistema economicamente florido, ma fondamentalmente sterile: non c’è ricchezza sociale dove non c’è commistione, contatto, interazione. Mondi chiusi non possono dialogare, ma soltanto imbrigliare. L’utente non è più persona, ma consumatore e in quanto tale importante più per il modo in cui può essere profilato che non per i valori umani di cui si fa portatore.

La Silicon Valley non è il male, ma restiamo vigili

Protagoniste assolute di questi anni, Google, Facebook, Apple, Amazon non potevano che occupare molte tesi del manifesto del 2015. Dalla 78 alla 81 sembra di essere finiti nelle conclusioni morali del romanzo di Dave Eggers: i social sono come lenti che ci impediscono di vedere la rete più interamente e tengono nascoste molte delle sue cose più belle; queste singolarità aziendali non sono il male, anzi sono straordinarie sotto tanti punti di vista, ma beneficiano di un effetto non calcolato della forza gravitazionale dell’economia della rete: molti utenti ci stanno perché molti continuano a starci, fisicamente e nelle loro norme. La tesi 82 è un invito piuttosto pragmatico:

In assenza di alternative competitive, dobbiamo essere iper-vigili per ricordare ai Titani della Valley i valori del Web da cui hanno tratto ispirazione.

La privacy e noi

Non poteva mancare neppure un paragrafo dedicato alla privacy. Nessuno nel 1999 poteva immaginare il Datagate. Qui la tesi 87 merita una sottoscrizione d’onore:

Con una probabilità che si avvicina all’assoluta certezza, ci pentiremo per non aver tenuto al sicuro i nostri dati dal governo e dalle grandi corporation.

C’è però anche fiducia nella capacità di autoguarigione della Rete, appena maggiorenne. «Gli hacker ci hanno messo nei guai», dicono, «gli hacker ci tireranno fuori». L’etica hacker, di per sé più vecchia del primo manifesto del 1999 e dello stesso Web, può rappresentare la saggezza a cui ispirarsi in questa fase di smarrimento; gli hacker, il cui ruolo primario è quello di mettere in discussione certezze date per assodate, hanno in mano gli strumenti per scardinare un sistema che, come una sfera su un piano inclinato, sta volgendo verso un nuovo equilibrio che il Cluetrain Manifesto contesta aspramente.

Nel dubbio, apri e condividi

Commuove pensare ai punti dedicati al copyright nei giorni in cui cade l’anniversario della morte di Aaron Swartz. La tesi 107, che conclude una serie di ragionamenti, è un manifesto nel manifesto:

Abbiamo una cultura che favorisce la condivisione e delle leggi che favoriscono il copyright. Il copyright ha una sua sede, ma in caso di dubbi, liberalo.

Una frase ambivalente, che contesta l’istituto del copyright ma allo stesso tempo ne accetta realisticamente la presenza e il ruolo. Se non può essere il mercato, né la legge, a smontarne le basi, il singolo può invece prendere una strada differente: copyleft significa apertura e ricchezza collettiva, significa contaminazione reciproca, disponibilità, generosità. Il Copyright come male necessario, il Copyleft come valore.

Amare Internet e resistere

Infine le conclusioni, come da tradizione altisonanti e poetiche. O meglio, intenzionalmente umanistiche e non tecniche. Lunga vita a Internet libero, restare focalizzati e amare, amare Internet. Sperando si possa continuare a farlo per ancora tanto tempo, quasi come un motto di resistenza verso tutto quanto tenta di sovrapporsi a quella che è stata la più grande rivoluzione del mondo moderno.