Speciale Datagate: il nuovo Grande Fratello?

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Datagate: il Grande Fratello è qui

Il Datagate è esploso nel giugno 2013 con le rivelazioni di Edward Snowden, ex-dipendente CIA che, nel nome di una motivata obiezione di coscienza, ha reso noti i programmi USA per il monitoraggio di tutte le comunicazioni trasmesse tramite rete telefonica e Internet. Il mondo ha così a conosciuto PRISM, il nuovo Grande Fratello con cui la NSA americana controlla telefonate, chat, social network, pagamenti online e altro ancora. Google, Facebook, Apple e altre major negano ogni collaborazionismo, ma il caso ha scosso anche le diplomazie internazionali.

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Si chiama “Datagate” ed è un caso destinato a passare alla storia perché sono stati messi in discussione i rapporti internazionali più di quanto non fosse riuscito a fare in precedenza il famigerato “Wikileaks” scoppiato a seguito delle esplosive rivelazioni di Julian Assange.

Protagonista è in questo caso Edward Snowden, un giovane ragazzo statunitense che, dopo aver lavorato per la CIA ed alcuni contractor, si è fatto un’idea del grado di pervasività del monitoraggio degli Stati Uniti sulla vita dei privati e, preso da un rigetto di coscienza, ha svelato al mondo quanto stia accadendo. Da quel giorno del giugno 2013 Edward Snowden è in fuga, in cerca di protezione dalla prevedibile vendetta degli Stati Uniti nei confronti della “talpa”, ma la sua figura è ormai a metà tra quella del fuggitivo e quella dell’eroe. Il suo destino è in bilico tra le maglie delle diplomazie internazionali, ma quel che hanno scatenato i suoi documenti è ormai una fiumana incontrovertibile di rivelazioni che il mondo dell’informazione di tutto il mondo sta portando all’attenzione dei lettori.

Sono disposto a sacrificare tutto quel che ho perché in buona coscienza non posso permettere che il Governo USA distrugga la privacy, la libertà di Internet e le libertà basilari per le persone in tutto il mondo con la macchina di sorveglianza massiva che stanno costruendo

Cosa è il Datagate

Il Datagate si è imposto come la fotografia in divenire degli strumenti utilizzati dagli Stati Uniti, tramite la National Security Agency (NSA), per monitorare lo scambio di informazioni tramite la Rete. Gli Stati Uniti, insomma, erano e sono in grado di intercettare le comunicazioni veicolate online per farne tesoro tramite immensi database ed intense operazioni di data mining con cui estrapolare informazioni significative all’interno di sistemi di comunicazione complessi e non pienamente strutturati. Non c’è protezione o crittografia che regga: la NSA è in grado di superare pressoché la totalità delle barriere, mettendo le mani sui dati personali degli utenti archiviati sui server Google, Apple, Facebook, Microsoft, Yahoo e quanti altri.

Le aziende, ovviamente, negano:

Google si preoccupa seriamente della sicurezza dei dati degli utenti. Forniamo dati ai governi in conformità con la legge e rivediamo con grande attenzione tutte le richieste che ci vengono fatte. Di tanto in tanto qualcuno avanza la supposizione che abbiamo creato una “backdoor”, ossia un accesso privilegiato per consentire al governo l’accesso ai nostri sistemi, ma Google non ha una “backdoor” attraverso cui il governo possa accedere ai dati privati degli utenti

Da una parte si nega qualsiasi collaborazionismo, cercando di rassicurare gli utenti del fatto che non siano mai stati consegnati dati al di fuori delle richieste debitamente giunte dalle autorità giudiziarie; dall’altra si nega altresì qualsiasi intrusione non autorizzata sui propri network, poiché la cosa aprirebbe a gravi dubbi sulla sicurezza degli strumenti informatici utilizzati. Tra le due affermazioni viene lasciato però aperto uno spiraglio all’interno del quale ha agito la NSA, non sempre attiva in modo trasparente e spesso e volentieri capace di raccogliere un quantitativo di dati che va ben oltre le strette necessità dell’agenzia.

Cosa è il progetto PRISM

PRISM è un programma più o meno segreto con il quale gli Stati Uniti hanno formalmente messo in piedi un sistema di controllo della Rete utile in linea teorica a monitorare il Web in cerca di tracce utili per la difesa del territorio USA. Una nuova, ennesima, arma contro il terrorismo internazionale: monitorare il Web significa poter controllare gli scambi di informazioni tra possibile cellule dormienti e risalire nel caso ad eventuali attentatori tramite telefonate, email, chat, social network e quant’altro.

La rete avrebbe raccolto dati tramite i maggiori provider internazionali e li avrebbe archiviati in un immenso database, tanto ampio da non poter essere mantenuto per più di qualche giorno prima di cancellare i dati non considerati utili. “Metadati”, dicono i responsabili della NSA: chi chiama chi e a che ora, lasciando che il sistema possa “dimenticare” i contenuti della comunicazione stessa. Ed ecco il secondo nome nuovo che il Datagate porta a galla: Xkeyscore, il programma di monitoraggio della Rete con il quale può essere spiato «più o meno tutto quel che un utente fa su Internet».

Tutto lecito, spiegano gli Stati Uniti: uno strumento necessario per salvaguardare la cittadinanza da eventi tragici come quelli dell’11 settembre o della strage di Boston. La comunità internazionale, però, non può accettare di buon grado le spiegazioni approssimative della NSA poiché ad essere spiati sono anche gli utenti al di fuori dei confini USA, tirando in ballo anche la privacy di persone che nulla hanno a che vedere né con gli Stati Uniti, né con il terrorismo, né con la giurisdizione su cui la NSA può esercitare il proprio potere.

Nel momento in cui l’Europa (soprattutto) si sente spiata, il Datagate diventa più di una potenziale ingerenza massiva nella privacy dei cittadini: diventa una questione diplomatica di politica internazionale e l’Europarlamento inizia a discuterne. Spiati i diplomatici francesi, spiata Al Jazeera, spiati i presidenti di Messico e Brasile, spiati emissari di tutto il mondo ai vari G8 e simili convocati negli ultimi anni: prende forma una nuova Guerra Fredda fatta di bit e di social network.

Il Datagate in Italia

In Italia il Datagate arriva sottovoce, come un rumore di fondo che disturba la cronaca politica e finanziaria di un paese in crisi (economica e non solo). Arriva sollevando inquietudine e proteste, ma la storica fratellanza politica e commerciale con gli Stati Uniti impedisce un sussulto eccessivamente urlato. Sotto sotto, lo stesso Enrico Letta, presidente del Consiglio, esprime le proprie timide perplessità, senza mai mettere però in dubbio la buona fede dell’alleato d’oltre oceano:

ci confortano sul fatto che possiamo avere fiducia che ci saranno dei chiarimenti. Non ho dubbi che questo avverrà

Giacomo Stucchi, presidente Copasir, chiude ogni possibile polemica spegnendo il dibattito con un incontro assieme all’ambasciatore Giampiero Massolo. Secondo Stucchi il Datagate è una esagerazione della stampa internazionale, ma in realtà tutto si sarebbe svolto nell’alveo della piena regolarità e nel rispetto dei rapporti tra gli alleati. Nessuna intercettazione di massa sui cittadini italiani, insomma, e soprattutto nessuna forzatura delle normative: tutto è avvenuto in piena trasparenza ed in fede agli accordi tra le parti.

Il caso in Italia è così formalmente chiuso. La stampa dedica al Datagate poche pagine, insabbiando lo scandalo tra la crisi cronica di Governo e gli alti e bassi dello spread. La politica sembra voler ignorare la questione, ma la sensazione non è che sia stata sottovalutata: semmai, trapela l’idea di un argomento da evitare per non nutrire ulteriori imbarazzi. Meglio lavare i panni sporchi di nascosto, discutendone in sedi diplomatiche che non siano la piazza pubblica ove lo scandalo PRISM è ormai arrivato. La parola del Presidente del Consiglio e quella del Copasir dopo mettono una pietra tombale sul tema: tutto tranquillo, nulla di cui preoccuparsi, gli italiani non abbiano di che temere.

Ci prova Saviano a risollevare le coscienze, ma il suo teorema è fragile in molti punti e soprattutto isolato nella sua azione: discorso chiuso, almeno per ora, ed ogni ipotesi di collaborazionismo Italia-USA (anche in termini di raccolta dati) è additato come nuova interpretazione complottistica del tema. Eppure in Francia è addirittura Le Monde a cavalcare questo neo-complottismo: la DGSE transalpina altro non sarebbe se non un alter-PRISM localizzato. Nel nostro paese sarebbe in fase di sviluppo una banca dati del tutto simile, per la quale Telecom, Alitalia, Poste Italiane e Finmeccanica avrebbero già sottoscritto la propria cooperazione. Il modello seguito è quello del programma di sicurezza basato sui big data, ma ancora una volta è la scarsa (nulla) trasparenza sul caso a stemperare i dubbi peggiori.

Nessun margine, infine, per una concessione dell’asilo politico ad Edward Snowden. Emma Bonino è chiara in proposito nel chiudere ogni possibilità:

Non sussistono le condizioni giuridiche, ma resta in piedi la richiesta agli Usa dei chiarimenti promessi da Obama e mai arrivati in nessuna delle capitali europee. In gioco non c’è solo il diritto alla privacy ma un rapporto di fiducia tra alleati. E per l’Italia gli Stati Uniti sono dalla metà del secolo scorso il principale alleato. A me pare che, come governo, preservare con Washington un rapporto di fiducia sia nel nostro interesse ma sia anche nell’interesse americano e quindi la richiesta di chiarimenti risponde a questo obiettivo.

Google, Apple, Microsoft, Facebook

Il Datagate è fonte di forte imbarazzo per il Governo USA e per Barack Obama, il quale si trova stretto tra la necessità di tutelare la sicurezza dei cittadini e il dovere di tutelare al tempo stesso la loro privacy: con la guerra in Siria che incombe sugli equilibri internazionali, USA e Russia si trovano a discutere di armi chimiche, ma con un quadro della situazione che vede gli USA come il Panopticon del pianeta e la Russia che ospita tra i propri confini la fonte prima dei leak dello scandalo (è nel paese di Putin che Edward Snowden trova rifugio dopo lunghi bracci di ferro con altre realtà in tutto il mondo).

L’idea del nuovo Grande Fratello si fa largo con la maggior intensità di sempre da quando George Orwell ha dato i natali alla definizione con il suo “1984”. Ma se la fiducia nel Governo e nel Presidente vacilla pericolosamente, per le aziende coinvolte la situazione è ancor più delicata: nell’opinione pubblica viene a farsi largo l’idea (tra analisi serie e complottismi più o meno sgangherati) di una molteplicità di buchi della serratura attraverso i quali la NSA ha saputo raccogliere una vastità immensa di dati, ricostruendo così un quadro delle singole identità estremamente capillare e pervasivo.

L’istituto della privacy ne esce distrutto poiché l’uomo della strada si rende conto di aver comunicato a Google le proprie password, a Facebook le proprie amicizie, ad Apple i propri dati personali, a Skype le proprie conversazioni. Ma non solo: la NSA avrebbe anche spiato le carte di credito, riuscendo a monitorare addirittura i flussi interbancari. Dallo scoop di un dipendente della CIA si passa ad un caso di stato, per arrivare infine ad una questione di diritto internazionale.

Le aziende si affrettano quindi a prendere posizione dapprima respingendo ogni accusa per perdere tempo, quindi tutelando la propria immagine con garanzie e promesse ormai poco credibili, infine ricostruendo un quadro della situazione formalmente solido, ma di fatto poco trasparente. Microsoft da parte sua chiede di poter pubblicare tutti i dati forniti alla NSA, così da scrollarsi di dosso ogni addebito; Apple fa sapere di aver ricevuto 5000 richieste in 6 mesi dall’agenzia di sicurezza; Facebook spiega di aver ricevuto richieste circa 18 mila account negli ultimi 6 mesi del 2012; Google dettaglia il proprio modus operandi per la consegna di informazioni all’agenzia.

Credibili? Poco. Il Datagate spiega che la NSA ha accesso a dati che le aziende negano invece di fornire, ma i documenti di Edward Snowden appaiono più credibili che non le affrettate prese di posizione da parte di gruppi interessati a tutelare la propria immagine internazionale e la propria quota di mercato. Il fatto che su tali modalità mancasse da sempre la debita trasparenza, inoltre, mina alla base la credibilità che possono avere le spiegazioni post-Snowden. Inizia quindi l’ultima fase della strategia di difesa: le aziende prendono le distanze dalla NSA e disegnano il proprio ruolo come vittime sacrificali dell’ingerenza governativa, a cui devono rispondere per osservanza delle normative ma della quale farebbero volentieri a meno. Il che è sì credibile, ma non vale come scusante: l’utente si sente definitivamente osservato in ogni sua azione, in ogni momento, nell’intimità più profonda delle informazioni affidate a qualsivoglia server.

Password e segreti

Non c’è intimità che regga, tanto che i “pizzini” della mafia vengono rivalutati nella loro più cruda utilità: solo la carta, in quanto elemento unico e distruttibile, può conservare realmente un segreto. Di fatto le informazioni online, in quanto replicabili e non secretabili, perdono improvvisamente parte del loro valore di fronte alla realtà dei fatti. Tuttavia, se l’area pubblica delle comunicazioni era prevedibilmente monitorabile, l’area privata era ritenuta segreta, intima, inaccessibile: così non è.

Secondo quanto trapelato da ulteriori documenti trapelati grazie al lavoro di Edward Snowden, gli investimenti miliardari profusi dalla NSA sul tema sicurezza ha consentito all’agenzia di giungere a capacità tali da non fermare gli esperti di fronte ad alcun algoritmo di cifratura. Non c’è crittografia che regga, insomma: la NSA sarebbe in grado di andare oltre qualsivoglia protezione, riuscendo così ad aprire qualsiasi file o comunicazione che mittente e destinatario vorrebbero invece lasciar segreto.

In linea teorica trattasi di un potere che la NSA accolla su di sé nel nome, ancora una volta, della sicurezza pubblica: aprire i lucchetti della crittografia significa poter entrare laddove il terrorismo potrebbe racchiudere il cuore dei propri interessi. Tuttavia ancora una volta la questione emerge soltanto grazie ad un leak e soltanto ora l’utenza ha piena consapevolezza del fatto che la sicurezza non è mai assoluta, che la segretezza non è mai totale, che la crittografia non è impenetrabile come potrebbe sembrare e che la privacy non è più una vera privacy.

Nell’utenza viene a maturare una nuova consapevolezza: si comprende per la prima volta quanto il Web non possa offrire spazi realmente privati. Una consapevolezza che semina nuove paure ed alimenta nuovi sospetti: perché Google dovrebbe archiviare tutte le password delle reti Wifi tramite Android se, al tempo stesso, è accusata di sniffare reti Wifi tramite le proprie Google Car sul territorio? Governo ed aziende stanno facendo realmente fronte comune per aggirare il comune senso della privacy per tracciare tutto il tracciabile al di fuori di qualsiasi trasparenza? Il Grande Fratello si è reincarnato nel nuovo millennio sotto forma di organismo tecnologico nelle mani di nuove egemonie politiche e commerciali?

Datagate, una questione di coscienza

Il Datagate apre una nuova era, candidandosi ad un ruolo nel libro della storia per la rottura consumata non soltanto a livello di cronaca, ma anche per la frattura culturale determinata. Edward Snowden diventa nel frattempo simbolo primo dell’obiezione di coscienza al cospetto di questo modo di intendere la Rete: la politica e la cittadinanza si trovano costrette a ripensare i meccanismi di controllo e di protezione che consentano di utilizzare i potenti strumenti dell’informatica al reale servizio della società e non piuttosto al soldo di governi o contractor potenzialmente mal intenzionati.

Di fronte ad un improvviso shock della consapevolezza, matura una nuova coscienza e le conseguenze si vedranno nel giro di qualche decennio. Ma nasce tutto qui, dalla reincarnazione del Grande Fratello sotto il nome di PRISM, nell’era del Datagate e grazie ad un ragazzo di nome Edward Snowden.