Speciale ENI Green Data Center

ENI Green Data Center

ENI Green Data Center: efficienza record

Il Green Data Center realizzato dall'ENI a Ferrera Erbognone (Pavia) è ad oggi il datacenter con il miglior rapporto di efficienza a livello mondiale: ospita 60 mila core CPU raffreddate ad aria tramite un complesso sistema di flussi freddi veicolati all'interno di compartimenti speciali. L'impianto, occupante un'area pari a 45 mila metri quadri, servirà esclusivamente il computing aziendale ENI.

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Una lettera del Presidente della Repubblica, il saluto del Ministro per lo Sviluppo Economico, la benedizione delle autorità religiose, l’abbraccio della stampa nazionale: nasce così il Green Data Center di Ferrera Erbognone (Pavia). La firma è quella del gruppo ENI, che con la realizzazione del progetto mette in archivio un record subitaneo: il datacenter è ad oggi il più efficiente a livello mondiale, nonostante sia stato realizzato in una zona non prettamente favorevole allo scopo e nonostante l’Italia non sia oggi il miglior committente per un’impresa di questo tipo. ENI ha voluto però dimostrare che, nel nome della sostenibilità a tutto tondo, il progetto ha un valore imprescindibile: un click ha acceso gli apparati e, ad appena tre anni da quando è stata posta la prima pietra, il Green Data Center può iniziare le sue attività.

Il complesso e il funzionamento

Il Green Data Center è un complesso di 45 mila metri quadri all’interno di un’area grande poco più del doppio. Immerso nella campagna della Lomellina, il progetto ha previsto linee severe e strutture in calcestruzzo, con pochi tocchi di colore a significare l’attività tecnologica insita nei parallelepipedi stagliati sull’orizzonte (vedi la mappa).

Complessivamente il datacenter conta di 6 torrette (quattro delle quali funzionanti e due di riserva), ognuna delle quali indipendente nel suo funzionamento. Il cuore del processo è nell’anima tecnica conservata all’interno delle singole torrette, ove una folta schiera di server dà vita ai processi di elaborazione e archiviazione di cui il gruppo abbisogna.

Tale processo richiede però qualcosa di ancor più complesso: un sistema in grado di raffreddare i locali dei server, così da mantenere la loro piena operatività nel tempo senza comprometterne il funzionamento a causa di surriscaldamento. L’idea è stata quella del “free-cooling” basata sulla semplice circolazione forzata dell’aria all’interno di quello che è un vero e proprio camino: l’aria fredda entra, viene filtrata per eliminare polveri sospese, viene forzata in un percorso compartimentato, quindi viene diffusa capillarmente nelle sale server in base alle necessità. Solo in seguito l’aria, filtrata e riscaldata, può fuoriuscire dalle aperture poste nella parte alta delle torrette.

Obiettivo efficienza

Il Green Data Center nasce con un record nel proprio biglietto da visita: raggiunge un rapporto di efficienza pari a 1,2, contro una media italiana di 2/3 ed un record precedente fissato a quota 1,27. «Meglio di Google», spiega ENI, e sono in molti tra i tecnici presenti all’inaugurazione a sottolineare come si tratti di un record non ottenuto in Antartide (ove il raffreddamento è semplice questione meccanica), ma bensì all’altezza del 45esimo parallelo, in piena pianura padana.

Gianluigi Castelli, a capo del progetto ENI Green Data Center

Gianluigi Castelli, a capo del progetto ENI Green Data Center

Il rapporto di efficienza misura il rapporto tra l’energia assorbita complessivamente dal datacenter e l’energia messa a disposizione della dotazione informatica ospitata. Il successo di ENI deriva non solo dalla scelta del free-cooling come fonte di raffreddamento, ma anche da una serie di accorgimenti posti in essere in fase di progetto. Tra i fattori favorevoli si annoverano anzitutto la presenza della vicina sorgente di alimentazione turbogas a metano della centrale Enipower: la prossimità degli impianti consente di minimizzare l’effetto Joule che penalizza i lunghi trasferimenti di energia elettrica; un percorso “intelligente” dell’alimentazione all’interno dell’edificio: il voltaggio viene abbattuto soltanto in prossimità dello stesso e l’elettricità si sposta con percorsi ridotti al minimo ottimizzando le prestazioni e minimizzando la dispersione.

UPS in grado di attivarsi soltanto in caso di necessità, oltre a sistemi di raffreddamento forzato attivi soltanto per il 25% del tempo, completano un progetto che ad oggi siede ai vertici dell’innovazione del settore a livello internazionale.

Il datacenter è “green”

ENI ha utilizzato non a caso l’appellativo di “green” fin dal nome del datacenter. Il progetto si basa infatti sul concetto di sostenibilità, sotto ogni punto di vista. Si è scelto quindi un raffreddamento ad aria per minimizzare i consumi, ed al contempo si è voluto investire sulle performance per aumentare l’efficienza e tagliare in modo radicale sulle emissioni.

L’utilizzo dell’energia fossile del turbogas a metano non va visto come una contraddizione in tal senso, ma bensì come una scelta ponderata e consapevole: il gruppo spiega di credere in energie rinnovabili quali il fotovoltaico (visto anzi come l’elemento in grado di reggere le sorti del pianeta nel futuro), ma di non considerare tali tecnologie come sufficientemente efficienti ad oggi. Se si deve scegliere come alimentare il datacenter, insomma, occorre fare un bagno di realismo e rendere quanto più intelligente lo sfruttamento della risorsa turbogas, minimizzando i consumi e massimizzando l’efficienza. ENI dichiara un risparmio di circa 350 mila tonnellate di CO2 di emissioni rispetto ad un datacenter tradizionale.

Al servizio dell’ENI

Su esplicita domanda della redazione di Webnews, l’amministratore delegato ENI, Paolo Scaroni, ha chiaramente chiuso le porte a qualsiasi richiesta esterna: il Green Data Center non è stato progettato per offrire servizi ad aziende terze, ma rimarrà piuttosto a servizio esclusivo delle necessità dell’azienda. Il datacenter (e tutti i sistemi di ridondanza, tanto nell’alimentazione quanto nello stoccaggio dei dati) offrirà supporto esclusivo alla contabilità del gruppo, alla gestione del CRM aziendale, all’analisi dei campioni prelevati durante le trivellazioni ed altro ancora. «Per i prossimi 50 anni almeno, sarà così»: innovazione ai massimi livelli, insomma, ma pensata per proteggere e garantire l’efficienza di uno dei massimi poli aziendali del paese.

La realizzazione del progetto è costata circa 100 milioni di euro, ma l’ENI conta ora di mettere a bilancio un risparmio operativo annuo pari a 30 milioni di euro. In tre anni circa, insomma, l’investimento sarà ripagato e si trasformerà in utile e utility per una azienda che, nel frattempo, già prevede di rimodernare le dotazioni tecnologiche allocate così da mantenere sempre in massima efficienza i sistemi.