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Selfie

Selfie e autoritratto

Per comprendere appieno il fenomeno selfie occorre anzitutto non cedere alla tentazione di inciampare in una chiave di lettura superficiale, ma indagarne le origini partendo dall'autoritratto fotografico e ancor prima da quello pittorico. Dar vita in piena autonomia un'immagine che ci rappresenti significa essere padroni dell'intero procedimento creativo, incarnare al tempo stesso il fotografo e il soggetto.

Il selfie è l'evoluzione-involuzione dell'autoritratto fotografico, il punto d'arrivo di un percorso di maturazione tecnologica che oggi pone nelle mani di chiunque uno strumento in grado di acquisire e distribuire immagini. È però anche occasione di autoanalisi, di riflessione, di affermazione della propria identità e persino di guarigione.

Di

… Narciso si sporgeva sull’acqua per meglio contemplarsi, inventando l’idea dell’autoritratto.

Una parafrasi dell’introduzione scritta da M. François Brunet al volume “Autoritratti” (FotoNote, Contrasto), che costituisce l’ideale punto di partenza per una riflessione sulle radici, sull’evoluzione e sull’involuzione del fenomeno selfie. Ciò che oggi definiamo con questo termine, un breve ed efficace neologismo dal sapore tecnologico, altro non è che l’incarnazione moderna o postmoderna di una forma espressiva in realtà ben radicata nella tradizione, di cui si possono scovare testimonianze fin dalla pittura rinascimentale, quando gli autori inserivano i propri volti nei quadri dipinti come gesto di autoaffermazione.

Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1475 circa: l'autore entra a far parte dell'opera inserendo il proprio autoritratto

Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi, 1475 circa: l’autore entra a far parte dell’opera inserendo il proprio autoritratto (immagine: Wikipedia).

L’autoritratto, il ritratto dell’Io

In fotografia l’autoritratto è vecchio tanto quanto l’invenzione della tecnica stessa. Affonda le sue radici nella prima metà del 1800 ed esplode dal punto di vista creativo nel XX secolo, come strumento per generare un legame diretto tra l’opera creata e l’Io. L’autore diviene protagonista e oggetto dell’atto creativo, osserva se stesso attraverso l’obiettivo e mette a nudo la propria personalità, mediante un percorso di autoconoscimento e analisi interiore.

Curare la genesi di un autoritratto prevedere generalmente l’inserimento del proprio volto o del proprio corpo nella composizione e l’atto stesso di impressionare la pellicola (o il sensore) significa abbattere il muro che storicamente isola il fotografo da chi fruisce dell’immagine prodotta. È lo sforzo compiuto al fine di portare chi osserva nella dimensione più intima dell’autore, dove comprendere fino in fondo la natura del suo sguardo sul mondo che lo circonda, offrendo una chiave di lettura personale alle opere prodotte o veicolando un messaggio attraverso il linguaggio visivo. Volendo pescare da un’epoca lontana, l’esempio più significativo ed esplicativo è forse quello del celebre “Self-Portrait as a Drowned Man” di Hippolyte Bayard, risalente al 1840: un autoscatto in cui l’autore assume la posa di un uomo annegato, una forma di protesta nei confronti dell’Accademia delle Scienze francese che alla sua invenzione della stampa positiva diretta preferì la dagherrotipia di Louis Daguerre.

Hippolyte Bayard, Self Portrait as a Drowned Man, 1840

Hippolyte Bayard, Self Portrait as a Drowned Man, 1840 (immagine: Hippolyte Bayard - USC's Annenberg School for Communication).

Dall’autoritratto al selfie

Una lunga (ma doverosa) premessa, essenziale per capire quali sono le origini di ciò che tutti noi oggi chiamiamo selfie, necessaria al fine di comprendere dove affondano le radici di un fenomeno sfacciatamente figlio dei tempi moderni e delle sue tecnologie, che a uno sguardo attento rivela però ben più che una semplice rappresentazione visiva di se stessi da dare in pasto alle piattaforme online. Un selfie dice molto di noi, anche se non sempre ne siamo consapevoli.

Se gettato nella variegata mischia dei nostri contatti social mette a nudo anzitutto la propensione a condividere un momento intimo (dopotutto, stiamo comunicando dove siamo, con chi siamo e cosa stiamo facendo) con una moltitudine di persone che in quel momento non sono con noi e che con tutta probabilità hanno poco interesse a sapere dove siamo, con chi siamo e cosa stiamo facendo.

Lo studio The Selfie Paradox pubblicato su Frontiers in Psychology non lascia spazio a interpretazioni: il 90% dei chiamati in causa etichetta gli autoscatti altrui come “auto promozione”, mentre solo il 46% lo pensa dei propri. Se ne può dedurre che, in linea generale, esiste un’enorme distanza tra ciò che desideriamo comunicare con un selfie e ciò che effettivamente viene percepito da chi lo osserva. Un distacco colmabile solo con una presa di coscienza: si ammetta che la condivisione pubblica di un autoscatto è in buona parte il tentativo di compiacere il proprio ego con la moneta sonante dei social, il gesto di allungare una calamita per attrarre like e apprezzamenti nel campo gravitazionale generato dal proprio volto o dal proprio corpo, inevitabilmente destinato a esaurirsi nello spazio di un display o di un monitor. Utilizziamo il selfie come strumento per attirare l’attenzione altrui, ne calcoliamo valore e peso specifico con l’unità di misura delle interazioni.

Il nuovo specchio

A un livello più profondo, però, questa modalità di interfacciare la propria immagine con il mondo esterno rivela dinamiche e meccanismi ben più complessi. La macchina fotografica (o lo smartphone) diviene il nuovo specchio, attraverso il quale avviare un’indagine conoscitiva della propria identità, arrivando ad affermarla con la sua concretizzazione su un supporto, cartaceo o digitale che sia. A tal proposito citiamo le parole di Luisa Bondoni, storica della fotografia e curatrice del Museo Nazionale della Fotografia di Brescia, che abbiamo interpellato sul tema.

L’autoritratto, per chi lo pratica, è un lavoro che non finisce mai.

Le stesse dinamiche e gli stessi meccanismi spiegano anche il motivo per cui, molti, non riconoscono o faticano a riconoscere (spesso arrivando al rifiuto) la propria immagine quando immortalata da un apparecchio fotografico. Quante volte abbiamo osservato uno scatto del nostro volto non sentendoci rappresentati appieno o al meglio dal risultato? Questa distanza tra l’immagine di sé che ognuno di noi ha e quella che una fotografia mostra è il gap che l’autoritratto può aiutare a colmare, mediante un processo di autoconoscimento. Ciò spiega anche il motivo per cui la tecnica dell’autoritratto, in considerazione delle sue notevoli implicazioni psicologiche, è talvolta impiegata come forma di supporto ad altri strumenti di terapia più tradizionali.

Selfie: il neologismo

Il termine “selfie” è di origine recente, un neologismo. Consultando l’archivio della grande Rete se ne scova la prima testimonianza nel settembre 2002, con un intervento firmato da Nathan Hope su un forum di discussione australiano (“Dr Karl Self-Serve Science Forum”). Nell’occasione, l’utente si scusava per la pessima messa a fuoco dell’immagine pubblicata, spiegando che si trattava di un autoritratto.

Chiedo perdono per il focus, è un selfie.

Quello più celebre, almeno a livello di condivisioni social, è invece comparso nel marzo 2014 sul profilo Twitter dell’attrice e conduttrice statunitense Ellen Degeneres: un autoscatto in compagnia di alcuni protagonisti della notte degli Oscar.

Letture consigliate

Riportiamo infine alcune letture consigliate a chi desidera approfondire il tema, che abbiamo preso come riferimento e punto di partenza per la stesura di questo speciale.

Immagine: panthdoc / Shutterstock • Notizie su: ,