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Dischi in vinile: guida completa

L'universo del vinile torna a crescere e sfida lo streaming, con guadagni più sostanziosi. Un fenomeno non unicamente spiegabile con l'effetto nostalgia, ma soprattutto determinato dalla volontà di possedere copie fisiche della musica preferita, così come di approfittare dell'unicità di riproduzione dell'analogico.

Uno sguardo al mercato attuale, con la classificazione della qualità dei dischi in vinile e la loro produzione, quindi sulle caratteristiche principali dei giradischi e il loro primo setup di base, tra scelta di braccio, testina e allineamento.

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Il mercato aveva cercato di celebrarne la cerimonia funebre agli inizi degli anni ’90, poiché formato vetusto, di qualità inferiore ai sempre più popolari CD, nonché non propriamente comodo date le vistose dimensioni. Eppure il disco in vinile non solo è sopravvissuto a tutti i suoi numerosi funerali, ma oggi cresce addirittura a velocità maggiori della musica in streaming. Solo un effetto nostalgia, una moda di passaggio o, in alternativa, una modalità d’ascolto in 33 e 45 giri che il digitale non è in grado di assicurare?

Dallo streaming al vinile, non solo nostalgia

Nell’era di Spotify, Apple Music e Tidal, ovvero quello della musica in streaming e sulla nuvola, il vinile trova la sua grande affermazione sul mercato. I dati Deloitte pubblicati nel luglio del 2016, e relativi al mercato italiano della musica, svelano come i formati digitali siano i preferiti dai consumatori, con un netto calo dell’acquisto di supporti fisici come CD e DVD. Eppure, un fenomeno è completamente in controtendenza: non solo i dischi in vinile tengono sul mercato, ma si affermano prepotentemente con una crescita di oltre il 43% su base annua. Non più soltanto un fenomeno di nicchia, di conseguenza, ma un ritorno che potrebbe sottolineare esigenze del consumatore dimenticate (o sottovalutate) dall’industria. D’altronde, un report RIAA pubblicato nel settembre del 2015 svela come il settore del vinile sia tutt’altro che in crisi, poiché capace nella prima metà dello stesso anno di portare più guadagni rispetto all’intero mercato dello streaming ad-supported, ovvero quello gratuito garantito dalla pubblicità, con cifre da 221,8 milioni di dollari, 60 in più rispetto alla riproduzione online.

Sono molti, e altrettanto variegati, i fattori che potrebbero aver contribuito a questa rinascita. Primo fra tutti, la necessità di un rapporto fisico con la musica: la dematerializzazione voluta dai formati digitali, infatti, ha reso meno evidente o del tutto assente l’aspetto psicologico del possesso della musica. Lo streaming, ad esempio, esula l’utente dalla gioia di possedere una copia personale del suo album preferito, tant’è che non è più proprietario, ma solo ascoltatore. Inoltre, sono in molti a ritenere che i formati analogici garantiscano un ascolto più piacevole, non a caso il vinile viene spesso definito genericamente “più caldo” rispetto a CD e formati audio digitali non compressi. E sebbene sulla carta il digitale garantisca la migliore delle riproduzioni, almeno in termini di compliance sull’onda sonora, tra un crepitio e l’altro l’analogico è in grado di assicurare quell’emozione uditiva forse non offerta dall’asettico digitale.

Mentre il mercato evolve dal formato fisico al formato immateriale, il concetto di proprietà viene a mutare: il diritto di possesso viene sacrificato a vantaggio del diritto di accesso, ma non tutti sono pronti e predisposti a questo salto. Il rapporto intimistico che può venirsi a creare con la musica (qualcosa di forte quando cassette e vinili dominavano la scena) ha dunque ancora una sua ragione di mercato che è andata a farsi sempre più forte a mano a mano che il mercato ha sacrificato la proprietà per l’accesso: in questo nuovo equilibrio i CD sono un compromesso che perde di importanza, favorendo una polarizzazione verso due forme antitetiche che si fanno baluardo di due modi differenti di sentire, vivere e far propria l’esperienza musicale.

A modo suo, quindi, il vinile è tornato ad essere innovativo. Lo è nella misura in cui la sua natura lo candida a essere la via di fuga preferita per chi non intende accettare un modo più moderno di pensare la musica: il lato B della nostalgia è fatto di caratteristiche specifiche che, sul mercato, valgono ancora milioni e milioni di euro.

Vinile: dove trovare l’usato?

Mercatino di vinili

Mercatino di vinili (immagine: Nagornyi via Shutterstock).

Solo pochi anni fa, entrando in un qualsiasi negozio di musica, i vinili risultavano del tutto scomparsi: erano poche le alternative offerte dalla grande distribuzione, perlopiù edizioni speciali o vecchie rimanenze di magazzino, tant’è che l’appassionato era costretto a rivolgersi a mercatini e collezionisti. Oggi, invece, lo scenario è completamente mutato: in ogni città spuntano sempre più negozi dedicati ai 33 e ai 45 giri, mentre gran parte degli artisti è tornato a incidere su questo formato, anche con modalità innovative. Basti pensare alle recenti sperimentazioni di Jack White con l’Ultra LP, un disco capace di offrire due versioni differenziate dello stesso brano grazie a un’incisione a doppio solco. Non è però tutto, poiché il mercato è sempre più attento a un nugolo di ascoltatori estremamente esigenti, così stanno tornando in voga le stampe di vinili a 180 grammi, mentre le etichette realizzano incisioni appositamente pensate per l’analogico, anziché semplicemente convertire il master digitale per la trasposizione su disco.

Non è nei negozi fisici, tuttavia, che il vinile ha trovato la sua rinascita, bensì dal fiorente commercio online. eBay e i siti analoghi sono diventati l’attrazione di punta per gli appassionati, dove comprare nuove edizioni, usato e pezzi da collezionismo senza troppi sforzi. I prezzi variano da pochissimi euro a cifre da capogiro, a seconda dell’usura e della rarità dell’edizione, inoltre è stata standardizzata una classificazione per aiutare l’acquirente a comprendere le condizioni di un disco per compere a distanza come quelle online:

  • Unplayed: sono i dischi mai riprodotti, la cui copertina è ancora avvolta dalla pellicola protettiva di plastica trasparente, quindi praticamente come appena usciti dalla fabbrica;
  • Mint (M): è un disco conservato in condizioni eccellenti, tanto che sulla superficie non è possibile rinvenire alcun graffio, segni d’usura nel foro per il giradischi, etichette intatte, copertine intonse e via dicendo;
  • Near Mint (NM) e Mint Minus (M-): si tratta di un disco probabilmente già riprodotto, ma privo di segni d’usura, graffi e in condizioni praticamente eccellenti. Anche la copertina deve sembrare come nuova, priva di qualsiasi segnale d’usura;
  • Very Good Plus (VG+) e Excellent (EX): si tratta di dischi in ottime condizioni, già riprodotti, con solo segni d’usura minori, quasi impercettibili. L’ascolto rimane impareggiabile, mentre il disco potrebbe presentare il tipico segno del giradischi attorno al foro centrale, mentre la copertina solo un consumo minore;
  • Very Good Minus (VG-), Good Plus (G+) e Good (G): sono dischi riprodotti abbastanza frequentemente, con segni visibili di usura quali graffi e superficie poco lucida, tuttavia in grado di assicurare una riproduzione senza salti, seppur con qualche crepitio di fondo. Etichette e copertine potrebbero mostrare segni importanti di consumo e deterioramento;
  • Fair (F) e Poor (P): dischi ormai in condizioni di estrema usura, con graffi che ne potrebbero compromettere la riproduzione con salti e rumori, etichette macchiate o strappate, assenza di copertina e molto altro ancora. Vengono scelti più per il collezionismo che per l’ascolto, ad esempio in caso di stampe vecchie e introvabili.

Da notare come il mercato online abbia riportato alla ribalta anche vecchi formati, come il 78 giri, nonché edizioni inusuali, quali i flexy. Questi ultimi sono dei dischi, solitamente a 45 giri, in un materiale plastico flessibile. Dalla qualità di riproduzione non sempre eccelsa e molto delicati, venivano di frequente allegati a scopo promozionale alle riviste negli anni ’70 e ’80 la natura flessibile, infatti, permetteva di inserirli tra le pagine delle pubblicazioni, senza rischi di rottura.

Come vengono creati i vinili?

Solchi del vinile

Solchi del vinile (immagine: Fabryczka Fotografii via Shutterstock).

Il disco in vinile, chiamato anche microsolco, è un supporto analogico introdotto per la prima volta nel 1948 dalla Columbia Records. Evoluzione del precedente 78 giri in gommalacca, i vinili vengono distribuiti in diversi formati: gli LP da 33 giri, da 12 pollici di diametro, e i 45, da 7 pollici. In media, un disco da 33 giri può contenere 30-35 minuti per lato, mentre un 45 circa una decina. Esistono però delle eccezioni, poiché più il solco è ristretto, minore è il guadagno in riproduzione. Per questo, soprattutto negli anni ’80, molti singoli sono stati distribuiti su dischi a 45 giri da 12 pollici, per garantire la massima qualità di riproduzione possibile.

In via semplificata, si può dire che la creazione di un vinile avviene a partire da una matrice di metallo ricavata da un master principale: è quindi un disco realizzato tramite l’incisione professionale del suono precedentemente registrato con supporti magnetici ad alta qualità. La matrice viene poi verniciata con cloruro d’argento e stagno, tramite bagno galvanico: una procedura che impedisce a residui di depositarsi sulla superficie, compromettendo la stampa. Il master viene quindi usato per la stampa con speciali presse idrauliche, che imprimono i microsolchi schiacciando ad altra pressione palline di vinile dalla consistenza gommosa. Vengono quindi rifilati i bordi e, infine, applicate a caldo le etichette.

Materiali e tecnologie utilizzati hanno per loro natura fallibilità e imprecisioni maggiori rispetto alle plastiche ed ai laser di CD e DVD, tuttavia incorporano anche un core business ed una empatia differenti: giudicare il vinile è oggi sempre più complesso ed il suo ritorno di fiamma ha pertanto radici profonde che rifuggono alle semplici logiche di mercato.

33 e 45: quali formati?

Quando si parla di dischi in vinile, non capita di rado che gli appassionati vi si riferiscano con i sinonimi di 33 e 45 giri, così come già accennato nel paragrafo precedente. Come facile intuire, queste due cifre indicano la velocità di rotazione del disco sul piatto, ovvero quanti giri il disco effettuerà al minuto. Perché questa distinzione?

L’era della registrazione fonografica nasce con i 78 giri, dei dischi principalmente in gommalacca, riprodotti con i grammofoni e con i primi giradischi. Questi ospitavano una manciata di minuti di riproduzione per lato, solitamente con audio mono e di bassa qualità, nonché dei solchi molto grandi dovuti a una puntina di lettura importante. Negli anni ’40 del secolo scorso, invece, la Columbia Records perfezionò e lancio sul mercato i 33 giri, dei dischi dal diametro di 12 pollici: si tratta dei primi microsolco in senso stretto, ovvero letti da una puntina di dimensioni ridottissime, capace di ospitare parecchi minuti di musica per lato. I primi esemplari vennero stampati in mono, mentre dagli anni ’60 vi fu l’esplosione dello stereo. I 45 giri, del diametro di 7 pollici, vennero lanciati nello stesso periodo e divennero popolari soprattutto nei juke-box: grazie alle dimensioni più ridotte, si sono rivelati utili per la vendita di brani singoli, uno per lato.

Oggi, in linea del tutto generale, ci si riferisce ai 33 giri come i Long Playing (LP), per indicare la presenza di un intero album. I 45, invece, sono riservati ai singoli. Come già anticipato nei precedenti paragrafi, però, sussistono anche delle importanze differente: esistono, infatti, molti singoli stampati a 45 giri su dischi da 12 pollici. Questo perché, maggiore il solco, maggiore l’intensità del suono.

Giradischi: caratteristiche e tipologie

Giradischi con braccio S

Giradischi con braccio S (immagine: Irra-irra via Shutterstock).

Il possesso di un disco in perfette condizioni non è un requisito sufficiente per garantire un’ottima qualità di riproduzione. Bisogna prestare anche attenzione al giradischi in uso, al suo setup e all’impianto. Sul mercato esistono moltissime tipologie di giradischi, da quelli super-economici fino a prodotti per audiofili, con cifre da capogiro. Tra i marchi più famosi si elencano Technics, Rega, Pro-Ject e Thorens, giusto per citarne alcuni. Eppure, anche il recupero di un vecchio piatto può garantire ottime performance, prestando attenzione a diversi fattori.

La scelta di un giradischi non è mai operazione semplicissima, soprattutto qualora ci si avvicinasse per la prima volta all’universo dei vinili. Questo perché, sebbene la maggior parte degli apparecchi possa garantire una buona riproduzione, esistono pareri discordanti sulle tipologie fra gli appassionati, con tanto di accesissime discussioni in rete su quale sia la migliore.

In linea generale, e tenendo presente come il setup più ideale giunga anche dall’esperienza e dalle proprie preferenze personali, il primo dettaglio da considerare è la tipologia del telaio. Questo può essere rigido oppure sospeso, quindi mantenuto in equilibrio con sistemi elastici quali molle: entrambe le configurazioni sono pensate per cercare di minimizzare vibrazioni e disturbi esterni, che verrebbero amplificati in riproduzione. Dopodiché, si passa alla trazione: può essere diretta, ovvero con un motore direttamente collegato al piatto, oppure a cinghia di trasmissione. Anche in questo caso, la scelta fra una o l’altra tipologia deriva da fattori personali.

Si prosegue quindi con la tipologia di braccio disponibile sull’apparecchio: la forma che questo assume, infatti, è scelta dal produttore per assicurare un buon allineamento della puntina ai solchi, minimizzando quindi gli errori di lettura, ovvero di tracking. I bracci possono essere completamente dritti o a “J”, ovvero con un alloggiamento shell per la testina leggermente spostato verso il piatto, quindi a “S” oppure tangenziali. Questi ultimi sono abbastanza rari, oggi presenti solo su giradischi molto costosi, sebbene sulla carta permettano di ridurre gli errori di lettura poiché azzerano le forze che agiscono sul braccio durante la rotazione. Quelli dritti sono i più diffusi, poiché normalmente leggeri e molto facili da impostare, mentre quelli a “S” teoricamente garantiscono un più efficiente allineamento della puntina al solco, ma hanno una massa maggiore e sono più soggetti alla forza centripeta dovuta al piatto. Come già anticipato, online si troveranno le più svariate discussioni su quale delle tipologie sia la migliore ma, in ogni caso, tutte queste tre versioni sono in grado di garantire un’ottima riproduzione. Discorso lievemente diverso è quello per i bracci dritti montati su piatti da DJ, ultimamente anche molto popolari a livello consumer: alcuni di essi, per garantire operazioni di scratching senza intoppi e salti, presentano un braccio di lunghezza inferiore rispetto alla media, detto underhang. La soluzione garantisce maggiore stabilità della puntina per operazioni d’impatto, quali appunto lo scratching, a lieve discapito di un perfetto allineamento.

Altrettanto importante è la scelta della testina, ovvero quel piccolo dispositivo che ospita la puntina e permette di tradurne le vibrazioni in segnali sonori ed elettrici. Le due più diffuse sono quelle a Magnete Mobile (MM) oppure a Bobina Mobile (MC, Moving Coil). Le prime sono molto gettonate poiché, oltre ai costi contenuti, permettono di cambiare la puntina, ovvero la stilo, senza sostituire l’intera testina. Le seconde, pur presentando costi maggiori, sulla carta possono garantire un suono più ricco e fedele. Anche in questo caso, non vi è preciso accordo fra gli utenti e online si troveranno molteplici discussioni a favore dell’una o dell’altra possibilità, anche in relazione ai produttori: Shure, Grado, AudioTechnica, solo per citarne alcuni. Va tenuto presente come queste testine abbiano tensioni d’uscita basse e, di conseguenza, potrebbe rendersi necessario il ricorso a un preamplificatore. I giradischi più moderni lo vedono incorporato, proponendo perciò al cliente un’uscita “line” da collegare direttamente al proprio impianto stereo. Altri, invece, richiedono un piccolo apparecchio esterno: i preamplificatori possono essere economici, anche di poche decine di euro, oppure particolarmente costosi, come i valvolari.

Infine, è bene imparare anche la differenza fra le principali puntine, o stilo, disponibili sul mercato. Pur esistendo moltissime alternative, le categorie più diffuse sono principalmente due:

  • Punta sferica: si caratterizza per una buona tenuta al solco, pur non coprendolo completamente, anche in condizioni di utilizzo esigenti o difficoltose. La forma permette di minimizzare eventuali conseguenze da errori di allineamento e di tracking e, per questo, sono spesso scelte anche per i bracci da DJ underhang e per lo scratching;
  • Punta ellittica: la forma permette di ricoprire completamente il solco, garantendo una più fedele lettura dello stesso. Risente però maggiormente di allineamenti e tracking errati e, per questo, sono più indicate per l’ascolto audiofilo che per le attività da DJ.

Giradischi: il primo setup

Testina del giradischi

Testina del giradischi (immagine: Carloss via Shutterstock).

L’acquisto di un giradischi, sia esso nuovo oppure usato, richiede un piccolo setup prima della riproduzione del primo disco. Normalmente i produttori allegano istruzioni più che esemplificative per l’impostazione del proprio impianto e, in caso di apparecchi nuovi, l’allineamento potrebbe essere già stato eseguito a livello di fabbrica. In ogni caso, vi sono alcuni step da tenere in considerazione, seppur con differenze anche importanti da produttore a produttore. Va comunque specificato come le informazioni riportate in questo frangente siano generiche e non pienamente esaustive: prima di procedere, di conseguenza, è utile informarsi avvalendosi dei numerosi portali specializzati disponibili online.

Il primo passo è quello di assicurare il giradischi sia posizionato su una superficie sufficientemente piana. Il piatto deve infatti rimanere il più possibile orizzontale, una necessità che potrà essere vagliata con una comune livella e regolando i piedini mobili, di norma montati sull’estremità inferiore dell’apparecchio.

Qualora il dispositivo non presentasse un braccio con testina fissa, utile sarà anche verificarne l’allineamento. La distanza di montaggio della testina sulla shell è normalmente definita dal produttore, per assicurare i minori errori di tracking. È quindi necessario procurarsi una dima, uno strumento che permette di verificare e correggere l’allineamento di testina e puntina ai solchi. La dima non è altro che una griglia, da applicare al centro del giradischi, con cui verificare la posizione della puntina in due punti diversi del piatto. Questa può essere semplicemente una stampa su carta, scaricabile anche gratuitamente dal web, oppure una piccola barra in metallo o a specchio per agevolare l’operazione. Va sottolineato come ogni giradischi, in relazione al proprio braccio, segua logiche di allineamento differenti, bisognerà perciò attenersi alle informazioni del produttore e scegliere dime specifiche per il proprio apparecchio. Fra le tante, le due più diffuse modalità sono la Bärwald e la Löfgren: la prima limita l’errore angolare relativo massimo lungo il percorso della testina, la seconda quello angolare relativo medio.

Allineata la testina, si procede nell’impostazione del peso, quando questa possibilità è prevista. Ogni testina presenta delle soglie di grammatura specifiche, fornite dal produttore, che vanno quindi regolate sul proprio braccio. Il controllo del peso può essere effettuato con strumenti appositi, poggiando la puntina su una sorta di piccolo bilancino sia meccanico che elettronico o, più semplicemente, con una regolazione manuale. Si liberi il braccio del giradischi e, ruotando il peso posto sul retro, si raggiunga una posizione dove il braccio stesso possa rimanere autonomamente in equilibrio sopra il piatto, senza sfiorarlo. Questa è la posizione di grammatura zero: la si imposti ruotando la ghiera di misurazione, ma non il peso stesso, sulla relativa numerazione. A questo punto, sarà sufficiente ruotare peso e ghiera contemporaneamente fino a raggiungere la grammatura desiderata, ad esempio di 1,5 g.

Nei giradischi con braccio a “S”, infine, può essere necessario impostare anche il livello di antiskating. Per via della sua forma, questa tipologia di braccio tende a essere spinta al centro del piatto durante la rotazione, per effetto della forza centripeta. Con l’antiskating, si applica una forza opposta che permette di compensare questo effetto. Per impostarlo, è possibile ricorrere a un vinile non inciso, una possibilità non remota per le edizioni promozionali, spesso stampate solo da un lato. Si posizioni il braccio al centro del disco, si avvii la rotazione e si aumenti o diminuisca l’antiskating, affinché il braccio rimanga perfettamente in posizione, senza subire trazioni verso il centro. In assenza di un vinile non inciso, in genere si tende a impostare una misura di antiskating all’incirca simile alla grammatura della testina.

Pulizia dei vinili

Spazzola per dischi

Spazzola per dischi (immagine: Photopixel via Shutterstock).

Una buona riproduzione di un vinile non dipende solo dalla qualità dello stesso, quindi dall’assenza di graffi, ma anche dal suo grado di pulizia. La polvere contenuta nei solchi, infatti, tenderà a essere trascinata dalla puntina durante la lettura, aumentando il rischio di fastidiosi fruscii e crepitii. Ma come pulire un vinile?

Online esistono molti consigli per pulire i vinile, molti dei quali anche particolarmente creativi. Non tutte le soluzioni fai da te, tuttavia, sono davvero indicate per mantenere il più possibile inalterato un disco nel tempo, tenendo presente come gli ascolti ripetuti tendano fisiologicamente a ridurre la qualità negli anni. In commercio esistono speciali spazzole antistatiche, realizzate con fibre sintetiche o animali, da passare sul piatto prima della riproduzione del disco, assicurando così una rimozione di massima della polvere in eccesso. Per la pulizia in profondità, esistono invece degli accessori appositi, quali i vari Spin Cleaner, che permettono di immergere il disco in una speciale soluzione antistatica e non aggressiva per i solchi, quindi di pulirne i lati con delle speciali spazzole automatizzate. In assenza di questi prodotti, si può optare per dei panni morbidi e privi di pelucchi, magari eseguendo un test preliminare su un disco ormai già rovinato per non ritrovarsi con brutte sorprese. Meglio evitare, invece, rimedi non comprovati come alcol, colla vinilica e quant’altro.

Importante è anche la conservazione, poiché il vinile tende facilmente a deformarsi: si scelgano luoghi asciutti, non colpiti direttamente dalla luce solare, e si dispongano i dischi in verticale. Accatastarli uno sopra l’altro, infatti, potrebbe causarne la deformazione per via del peso.