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Nei dibattiti di lungo corso sulla Rete in Italia c’è un’idea che non somiglia a nessun’altra, è la webtax. Non trattandosi neppure di una tassa e concentrandosi sui servizi venduti dai grandi player internazionali, non sarebbe neppure il nome più opportuno, ma è comunque quello emerso dal pubblico dibattito. Il nome più corretto sarebbe quello di “legge anti panino”, inteso come il double irish sandwich, il famigerato trucco contabile che permette a Google, Facebook, Apple e tutte le grandi multinazionali americane di eludere in sostanza il fisco dei singoli stati nazionali nei quali operano. Il tutto, va fin da subito chiarito, senza violare alcuna normativa.

Cos’è la webtax?

Il primo a proporre il principio secondo il quale il profitto della pubblicità online va messo sotto sorveglianza è stato Ernesto Carbone, con un emendamento – approvato all’unanimità – alla legge delega sul fisco alla Camera. Quel testo, molto più semplificato di quelli che sarebbero sorti successivamente, prevedeva:

L’introduzione, in linea con le raccomandazioni degli organismi internazionali e con le eventuali decisioni in sede europea, tenendo conto anche delle esperienze internazionali, di sistemi di tassazione delle attività transnazionali, ivi comprese quelle connesse alla raccolta pubblicitaria, basati su adeguati sistemi di stima delle quote di attività imputabili alla competenza fiscale nazionale.

In seguito, il collega del PD, Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera, ha presentato un disegno di legge, poi accantonato, e infine trasformato in un emendamento alla legge di stabilità firmato da Edoardo Fanucci e lo stesso Carbone. Contrariamente alla prima forma dell’emendamento di settembre, la webtax discussa e approvata lo scorso 13 dicembre introduce due concetti molto più vincolanti:

  • L’obbligo di apertura di una partita iva italiana per le aziende che vendono servizi di e-commerce e advertising.
  • Il search advertising visualizzabile sul territorio italiano deve essere acquistato da partita iva nazionale e rintracciabile.

Il trucco irlandese

Scopo di questa proposta – ancora al vaglio del Parlamento – è contrastare il fenomeno, reale, del profit shifting, che vale mille miliardi di euro nel vecchio continente. Il modello ideato dalle web company per collocare i profitti in legislazioni più convenienti è particolarmente sofisticato. Per ottenere grandi guadagni, queste società sfruttano una debolezza normativa europea nel sistema tributario che consente loro di spostare ingenti fatturati, realizzati in loco, in paesi come l’Irlanda.

Il “panino” consiste nella creazione di una società in Irlanda che detiene la proprietà intellettuale esclusiva per la casa madre americana. Questa società lascia a un’altra società, sempre irlandese, il compito di condurre a livello commerciale i servizi legati al marchio. È quest’ultima società a fatturare nei diversi paesi, ma una volta incassato, compensa con le royalties della prima società attivi e passivi.

A questo punto, sarebbe questa prima società a pagare le imposte sul reddito, ma siccome l’Irlanda ha una legge che permette più semplici rapporti con le isole Cayman e i paradisi fiscali, in realtà le web company riescono a far sparire quasi completamente l’imponibile. Le tasse verranno pagate soltanto dall’azienda americana su suolo americano, ma non sui redditi incassati in Europa. Questo meccanismo è stato scoperto e denunciato proprio negli Stati Uniti, dove la corporate tax è in fase di revisione per il rientro dei capitali (Apple è stata la prima a subire un processo in tal senso).

L’obiettivo della webtax

Obiettivo della proposta italiana è quello di rendere tracciabili gli scambi di fatturazione estero-su-estero, evitando così che il fisco italiano sia completamente scavalcato. Il concetto che sostiene la proposta è al centro delle attenzioni europee: la stessa Commissione Europea ha già dichiarato di voler modificare le norme, nel 2015, portando il continente alla creazione di un fisco complessivo e armonico nel quale le singole operazioni sono pagate nei paesi dove si realizzano. Una rivoluzione gigantesca, che porterà nei prossimi anni a convergere imposte dirette e indirette, adeguandosi alla nuova realtà dell’economia informatica.

Meriti e problemi della webtax

La webtax ha il merito indubbio di voler affrontare per la prima volta il rapporto tra il fisco della old economy e i profitti della new economy. Le regole comunitarie vigenti erano perfette fino a prima della rivoluzione informatica, oggi le web company sfruttano a proprio vantaggio la possibilità di separare la titolarità dalla diffusione da remoto dei contenuti. Uno scenario impensabile negli anni dell’industria materiale.

Eppure, il testo ha qualche debolezza. Soprattutto nel primo comma, che rischia di essere protezionistico e limitare le piccole medie imprese nella loro attività commerciale. Il rischio di un carico di spesa aggiuntiva o di un’apartheid digitale italiana è alto, e spetta a tutto l’ambiente trovare una soluzione. Secondo alcuni commentatori, forse un po’ troppo aggressivi, la webtax è nemica della Rete, ma come può essere amica una situazione per cui la fetta di mercato della pubblicità online sta decrescendo, perché sta sparendo nel buco nero dell’elusione? Come può essere amica dell’economia italiana una condizione per la quale qualunque azienda scafata che si occupi di advertising può fatturare all’estero e, imitando il double irish, non pagare un solo euro di tasse?

Il problema non sta tanto nella ricerca di amici o nemici, ma nella necessità di trovare nuove formule con cui l’economia possa calzare il mercato digitale: la webtax è una proposta importante, ma non è la prima e non sarà l’ultima, è perfezionabile e ogni buona idea sarà ben accetta.