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ARIN: l’IPV6 può attendere

Cisco mobilita l'industria tecnologica per traghettare l'IPV6 dal limbo della sperimentazione all'adozione effettiva ma l'ARIN (American Registry for Internet Numbers), vero protagonista dietro le quinte del caldo dibattito sull'adozione della specifica I

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Braccio di ferro per l’adozione della nuova versione dell’Internet Protocol (IPV6) tra l’industria tecnologica -sostenuta dall’Europa e dall’Est asiatico sotto minaccia per la penuria di indirizzi Internet- e gli USA, che con il 74% delle url IPV4 a disposizione, intendono prendersela comoda.

Il gotha dell’informatica (Hewlett-Pacard, IBM, Microsoft, Motorola e Sun, capeggiate da Cisco) porta alla ribalta l’impellenza dell’adozione dell’IPV6, impegnandosi formalmente due settimane fa a promuovere le nuove specifiche sui propri prodotti. Cisco e gli altri partners dopo una sperimentazione di due anni tentano di spiccare il salto e di mettere in moto il mercato dell’IPV6. Ma l’ARIN, l’ente regionale per l’assegnazione degli indirizzi Internet nel Nord e nel Sud America, risponde gelando i facili entusiasmi e ribadendo la sua contrarietà all’adozione del nuovo protocollo nell’immediato.

Dell’attuale Internet Protocol «ne avremo ancora per 5, 10 anni», almeno fino a quando non saranno collocati tutti gli indirizzi a 32 bit del protocollo ora in uso. È Ray Plzak, Presidente dell’ente no-profit nato tre anni fa per l’assegnazione dei blocchi di indirizzi Internet alle compagnie operanti nel Nord e nel Sud America che parla e ricorda a Cisco (ed alle altre industrie tecnologiche), nell’
intervista
rilasciata qualche giorno fa all’ezine Nwfusion, la posizione contraria di molti organismi statunitensi all’adozione tempestiva dell’IPV6. La penuria degli indirizzi non sembra nemmeno sfiorare le preoccupazioni d’oltreoceano, essendo moltissimi degli indirizzi web ancora a disposizione concentrati in America. Il solo MIT (Massachusetts Institute of Technology) dispone della stessa quantità di indirizzi IP assegnati all’intera Cina. Poi se si considera che gran parte delle risorse di Internet sono collocate negli Stati Uniti e se a questo si aggiunge che l’utilizzo di Internet dipende dalla condivisione degli stessi protocolli, si ben comprende come l’ostruzionismo dell’ARIN e di altri enti americani sia in grado di ritardare di molto il passaggio da un sistema di indirizzi ad un altro e le dichiarazioni di Plzak suonino come un brusco richiamo alla realtà.

Cisco mobilita importanti partners tecnologici per dare un giro di vite all’adozione dell’IPV6, impegnandosi a predisporre routers e sistemi operativi che supportano il codice a 128 caratteri alfanumerici, in modo da tentare il cruciale quanto riluttante mercato americano. L’industria tecnologica punta alle funzionalità del nuovo protocollo autoconfigurante (del tipo pug and play) per incantare il mercato americano poco sensibile all’espansione dello spazio di indirizzamento IP. Poi considerando che a Cisco si è aggiunta Microsoft che da sola vanta il 90% del mercato del desk- top, intenzionata a supportare su Windows XP l’IPV6, i presupposti per il balzo decisivo verso un uso effettivo del nuovo protocollosembrerebbero esserci tutti. Stessa disponibilità all’IPV6, anche se per tutt’altra ragione, invece nell’Est del Pacifico, dove dall’adozione del nuovo Internet Protocol dipende il futuro prossimo della vita digitale asiatica. Corea e Giappone. schiacciati dal peso dei numeri, si preparano, entro il 2005, alla transizione integrale verso l’IPV6 che li metta al riparo dalla scarsità di indirizzi Web. Molto più realisticamente secondo le stime di Gartner l’IPV6 sarà attivato nel 2006 dal 50% dei carrier del sud est asiatico. L’Asia dispone del 9% degli indirizzi a disposizione con l’IPV4. Anche l’Europa preme nella stessa direzione sotto la spada di Damocle di Indirizzi Web destinati ad esaurirsi nel 2005. Ma all’esigenze e alla disponibilità tecnologia non corrisponde l’adozione del nuovo protocollo: per l’American Registry for Internet Numbers (ARIN) l’IPV6 può attendere e ci dovremo accontentare a lungo dell’IPV4.

È vero che gli indirizzi supportati dall’attuale protocollo finiranno e che le risorse ancora libere riguardano il 30%, dice Plzak, ma «ma gran parte degli indirizzi allocati non sono in uso» e bisogna prima assegnare questi.

Ed a nulla vale per Plzak ricordare che l’IPV6 è stato avviato, sia pure in via sperimentale, grazie agli sforzi dello IEFT chiaramente a favore del nuovo protocollo. Plzak rammenta che lo IEFT «sviluppa i protocolli ma ARIN è il registry», e che «lo IEFT ha una funzione tecnica mentre il registry ne ha una politica».