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Freenet addio?/1

Quella che era considerata la formula vincente di Internet ora appare irrimediabilmente in crisi: sempre più siti diventano a pagamento. Ma i consumatori pagheranno?

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Soltanto un paio di anni fa, se si interrogavano gli
analisti circa il futuro di Internet, nel 99 percento dei casi ci si sarebbe
sentiti rispondere così: «Il futuro è il freenet». Erano gli anni delle
vacche grasse, gli anni nei quali la cosa più logica del mondo sembrava
regalare i propri servizi e guadagnare tramite la pubblicità e
l’ingresso in borsa.

A due anni di distanza, il clima sembra decisamente un altro.
E se allora in pochi non scommettevano sul “tutto gratis”, ora la maggioranza
degli analisti concorda nel ritenere questa formula moribonda, se non già bella
e sepolta. Possibile che la situazione sia cambiata così tanto?

Due dati sono fuori discussione: ogni giorno un sito si
unisce alla schiera di quelli che chiedono soldi per non chiudere. E gli
introiti derivanti dalla pubblicità online sono in flessione: secondo l’Internet Advertising Bureau (IAB), nei primi otto mesi del 2001
i ricavi del settore sono diminuiti del 7,8 percento rispetto allo
stesso periodo del 2000.

A pagare maggiormente lo scotto di questo arretramento
sembra essere il settore dell’informazione online. Emblematico il caso
di Salon, famosissima rivista statunitense
che, nonostante abbia sperimentato tutti i formati di banner possibili ed
immaginabili, ha dovuto progressivamente ridurre le sezioni liberamente
accessibili del proprio sito, fino ad adottare la formula dell’abbonamento
per tutti i suoi contenuti. D’ora in poi, chi vorrà accedere agli articoli di
Salon dovrà pagare una tariffa di 30 dollari l’anno.

Un abbonamento ridicolo, è stato definito da molti. Eppure,
facendo due conticini, si scopre che 30 dollari equivalgono grossomodo a 60
mila lire, che in un anno fanno (senza contare i costi di connessione) 5
mila lire al mese
. Quanto una rivista cartacea, ma senza i vantaggi della
carta. Quanti saranno disposti a pagare anche questa minima somma per una
rivista che deve essere letta sullo schermo, non è collezionabile, non può
essere messa in tasca o nello zaino, e così via? Non molti: tanto è vero che Salon
ha avuto finora appena 20 mila abbonati su 4 milioni di visitatori unici
mensili.

Internet a pagamento, dunque, sembra una scommessa
tanto quanto lo era il freenet: allora si investivano somme spropositate, si
mettevano insieme eserciti di collaboratori confidando soltanto nei ricavi
pubblicitari. Oggi, con una strategia neanche troppo mascherata, si sta
cercando di instillare nei navigatori l’idea che il “tutto gratis” sia una
bestemmia, ma d’altra parte non sempre il prodotto che si offre merita
di essere pagato.

Internet è, fondamentalmente, un medium ancora immaturo.
Gli enormi investimenti che le ruotano attorno non traggano in inganno: le potenzialità
del mezzo sono ancora di là dall’essere comprese appieno. La tv, ai suoi
esordi, era considerata niente più che un teatro domestico, e alla gente
piaceva così; ma oggi ben pochi sarebbero disposti a pagare il canone per
vedere soltanto il varietà o la rivista, piuttosto che Shakespeare o
Pirandello.

Decretando il successo o il superamento di un modello, gli
analisti fanno solo il loro mestiere, non c’è da biasimarli. E, d’altronde,
soltanto procedendo per tentativi si potrà capire quello che in Rete
funziona e quello che non va. Detto questo, se la celebrazione del trionfo del
freenet è stata un azzardo, quella del suo funerale sembra prematura. Il manico
del coltello, checché se ne dica, sta dalla parte dei navigatori: saranno loro
a decidere se pagare oppure no.