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I motori diventano a pagamento

I motori scelgono la strada dei servizi a pagamento. Per comparire su di essi è necessario, in modi diversi, pagare una "quota" di sponsorizzazione. La strada è segnata, ma non tutti la seguono allo stesso modo.

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I motori di ricerca cercano nuove strade per batter cassa e reagire al raffreddamento degli introiti pubblicitari e dell’economia su Internet. Ultima notizia in termini di tempo riguarda Google. Il motore di ricerca di Stanford ha annunciato che amplierà il metodo di gestione del servizio a pagamento ADWords che permette di sponsorizzare il proprio sito associandolo ad una specifica ricerca.

Il vecchio sistema Google ADwords veniva gestito in base al numero di impression (visalizzazioni) generate dal messaggio pubblicitario: il webmaster decideva per quali chiavi di ricerca far comparire il proprio messaggio promozionale pagando una cifra che variava dai 15 agli 8 dollari per mille visulizzazioni (modello CPM, costo per mille impression).

Il nuovo sistema si basa invece sul modello CPC (cost per click). Il costo della campagna viene valutato in base ai click generati sul messaggio pubblicitario: più click riceve un link promozionale più costosa sarà la campagna del sito web. Il sistema prevede un maggior controllo sui propri investimenti e, in base ad alcune garanzie, permette di personalizzare a fondo la propria campagna.

Il sistema di Google è chiaro al navigatore. Il link sponsorizzato viene posto a destra o in alto della pagina dei risultati ben evidenziato e segnalato.

Google è probabilmente il motore che con maggior trasparenza ha introdotto meccanismi di promozione sulle sue ricerche. Altri motori si stanno muovendo sugli stessi passi ma con metodi e meccanismi diversi.

Lasciando da parte Overture (ex GoTo) che da tempo sperimenta il sistema di pagamento sui risultati di testa, oppure il nostro Godado.it che ripropone un meccanismo simile, anche i maggiori e più blasonati rappresentanti del settore modificheranno i risultati verso gli utenti dando la precedenza a chi potrà pagare di più.

Altavista, motore che in Italia gode ancora di una buona audience, sembra che non investa più in tecnologia per migliorare il suo algoritmo di ricerca ma investe in marketing per studiare nuove forme di approvigionamento. Il risultato è che per avere una minima speranza di essere indicizzati su Altavista.it bisogna sottoscrivere un piano a pagamento (chiamato Trusted Feed) che consente anche una miglire “presentazione” del sito nella pagina dei risultati. Un simile modello è adottato da Inktomi (il motore che fornisce risultati, ad esempio, a MSN.it) e molti altri seguiranno.

Tutto ciò può sembrare normale. La crisi della net economy ha condotto tutti a cercare nuovi modelli e nuove soluzioni e probabilmente, per un target ben specifico, una ricerca su Overture o sui motori a pagamento può essere meno dispersiva e più mirata di una su Google.

Normale però non è. E il problema non è solamente di “morale” ma anche specificamente qualitativo. Altavista, ad esempio, è un motore che non ha più nulla da dire. Fornisce risultati poco coerenti, indicizza poco e male siti nuovi: provate a fare una ricerca su Google e poi su Altavista con gli stessi termini e date un’occhiata ai risultati. Quali sono migliori? Quali corrispondono meglio ai vostri fini?

Insomma, se giudichiamo un servizio in base alla sua efficienza e ai valori associati, i motori “a pagamento” fallisco su più fronti: indicizzano meno e indicizzano meglio i siti che hanno aderito a loro servizi a pagamento. Senza segnalarlo con chiarezza