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A Ginevra si discute sul governo di Internet

Il summit mondiale sulla società dell'informazione ha riproposto la questione spinosa della gestione della Rete. I paesi in via di sviluppo vogliono emarginare l'ICANN, ma non si intravedono soluzioni affidabili

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Quello che si è aperto ieri a Ginevra aveva tutte le caratteristiche
del ‘grande evento’. Un nome altisonante, per iniziare: World Summit on the
Information Society
. Un obiettivo nobile e con il sapore delle grandi sfide:
gettare le fondamenta di una Società dell’Informazione universale, libera
e democratica. Un organizzatore di rango assoluto: l’ITU (International
Telecommunication Union), l’organismo internazionale che si occupa, tra l’altro,
della standardizzazione dei sistemi di telecomunicazione e che da tempo
fa parte del vasto sistema di agenzie delle Nazioni Unite. Se si aggiunge la
trepida attesa per una sessantina di capi di stato, il quadro è completo.

Un giudizio definitivo si potrà evidentemente dare solo alla conclusione
dei lavori, ma la sensazione palpabile e condivisa dalla maggior parte dei media
è che la cornice importante e prestigiosa sia servita solo a mascherare
i difetti di un quadro scialbo, destinato a non lasciare traccia di sé.

Al centro della discussione due documenti, la cui stesura è stata preceduta
da infinite e snervanti riunioni preparatorie volte a superare i contrasti via
via emersi. Il primo è una Dichiarazione di Principi in cui si
disegna il profilo di quella che dovrebbe essere la Società dell’Informazione
nel terzo millennio. Il secondo è un Piano d’Azione che detta
le regole e i passi per giungere all’attuazione di tali principi. L’ultima bozza
per entrambi è datata 9 dicembre, a testimonianza dei cambiamenti apportati
a ridosso del summit. Stando alle parole di Marc Furrer, il diplomatico svizzero
che ha condotto i negoziati, riportate dalla BBC, l’accordo si può dire
raggiunto al 98%. Quello su cui si dibatte è se si tratti di un accordo
‘di alto profilo’ che vada a dirimere i nodi principali o meno.

Le questioni cruciali erano essenzialmente tre, e su nessuna di esse, a nostro
parere, il compromesso può definirsi onorevole.

Il primo punto ha a che fare con la libertà di espressione e il rispetto
dei diritti civili. Le nazioni occidentali hanno molto insistito sulla necessità
di dare particolare enfasi a questo principio come uno dei cardini della Società
dell’Informazione. Nazioni come la Cina, invece, hanno fatto di tutto (e si
capisce perché) per spostare l’attenzione da questo tema. Nella bozza
della Dichiarazione, il contrasto è stato appianato con una generica
menzione dell’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
Come se quell’articolo e soprattutto la sua continua violazione avesse impedito
alla Cina di occupare un posto permanente con diritto di veto nel Consiglio
di Sicurezza dell’ONU. O a nazioni come la Libia e la Siria di presiedere la
Commissione sui Diritti Umani. In questi casi, la mancanza di strumenti sanzionatori
efficaci di fronte a patenti violazioni, rende tutto vuoto, parole belle per
un pomeriggio ginevrino e niente più.

Altro tema controverso è stato quello del digital divide. Non che vi
sia disaccordo sulla diagnosi. Tutti riconoscono la necessità di colmare
il divario tecnologico tra nazioni ricche e povere. Ma mentre i rappresentanti
di vari paesi in via di sviluppo, specie africani, hanno esplicitamente richiesto
la creazione di un “fondo di solidarietà digitale” da cui trarre
le risorse, i paesi occidentali hanno espresso un’opinione avversa alla creazione
di un’ulteriore struttura burocratica.

Ma l’argomento più spinoso è senz’altro quello che riguarda il
‘governo’ di Internet. Anche in questo caso, si è assistito ad una spaccatura
tra il blocco dei paesi occidentali e i maggiori rappresentanti dei paesi in
via di sviluppo, con un ruolo preminente giocato da Brasile, Cina, India e Sudafrica.
In gioco è il ruolo dell’unico organismo finora investito di un qualche
potere di gestione sulla Rete, l’ICANN. Nonostante i tentativi di riforma
e le aperture all’esterno (documentati in un precedente focus), questo ente
no-profit nato nel 1998 per iniziativa del governo americano, vive tuttora in
uno stato di ambiguità, nella “contraddizione di organismo di vertice
della Rete, alle dipendenze di un’amministrazione locale, ma che detta regole
valide per tutto il globo”. Il summit ha rappresentato per molti paesi
l’occasione giusta per contestare lo status quo.

Ma cosa propone il drappello di governi che guida la rivolta anti-ICANN? Semplice.
Un cambio della guardia. La gestione e il controllo dei meccansimi cruciali
di Internet, dovrebbe passare ad un organismo internazionale a carattere pubblico.
Magari sotto l’egida dell’ONU. Il candidato naturale c’è già.
Si tratta della stessa ITU che organizza il summit. Rimane da vedere quanto
questa prospettiva sia vantaggiosa. L’ITU è tutt’altro che un organismo
indipendente. La prospettiva che si ha davanti, infatti, è quella di
dare le chiavi della Rete ai governi, che dell’ITU sono i membri principali.
Un’idea che a molti di quelli che hanno sempre proclamato, giustamente, “Giù
le mani da Internet”, dovrebbe provocare qualche sussulto. Soprattutto
perché, come visto, la stragrande maggioranza di quei governi non sembra
avere i requisiti minimi in fatto di democrazia per arrogarsi un compito tanto
delicato. Ciò non toglie che l’ICANN debba fare passi decisivi sulla
strada della trasparenza e che in generale il suo ruolo possa essere rivisto.

Per il momento l’unica cosa certa è che non si è giunti ad un
accordo. Come avviene spesso nei momenti di empasse, si è creato un gruppo
di lavoro che dovrà portare proposte risolutive al prossimo summit, quello
che avrà luogo a Tunisi nel 2005.