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Canada, terra franca del file sharing

Con una decisione in controtendenza rispetto agli ultimi eventi, la Corte Suprema del Canada ha vietato il proseguimento degli atti processuali contro i 29 utenti P2P denunciati per aver scambiato file tramite la Rete. La CRIA non ci sta.

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Sia il download di file musicali che la condivisione di tali file è cosa legittima. Questo è quanto è stato stabilito in Canada, ove in conseguenza di tale ferma presa di posizione le major musicali non potranno procedere nei confronti di 29 cittadini canadesi coinvolti nelle retate contro gli utenti dediti al peer-to-peer.

La decisione ha trovato immediate dichiarazioni di disappunto da parte della CRIA (Canadian Recording Industry Association), ove il Consigliere Generale Richard Pfohl ha precisato i termini del disaccordo; «secondo il nostro punto di vista la legislazione canadese non permette di mettere centinaia o migliaia di file musicali su Internet permettendone così la copia e la trasmissione».

La decisione canadese non risulta essere stata improvvisata, ma mette piuttosto in mostra una radicata tradizione nazionale che predilige la via del permissivismo nei casi di uso personale non deviati verso fini di lucro. La via accettata dalla Corte Suprema canadese risulta essere quella del Copyright Board (commissione canadese sul diritto d’autore), che aveva posto i paletti della sentenza odierna già nell’ultimo intervento in merito datato Dicembre 2003.

Va sottolineato come la decisione non sia limitata al solo file sharing, ma gli stessi principi liberisti siano applicati anche ad esempio alla giurisprudenza relativa alla copia di libri tramite fotocopiatrici. Lo stesso giudice Konrad von Finckenstein ha espressamente posto le due casistiche sul tavolo di giudizio precisando come le due problematiche non siano scindibili nella valutazione.

La sentenza canadese giunge in un momento molto importante dello sviluppo della vicenda in quanto segue di pochi giorni l’improvvisa esplosione del caso anche al di fuori degli Stati Uniti (ove la RIAA ha da tempo inaugurato la propria persecuzione contro i “John Doe” statunitensi). In Italia sono al momento 30 le persone coinvolte.